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IL FRANCO TIRATORE – Uomini e topi


Nel numero 35 del 16 aprile 2026 di Trucioli.it parlavamo dell’overloading informativo e dei profluvi di letteratura scientifica sulla longevità e sulla restrizione calorica. Studi in gran parte eseguiti su organismi microscopici o piccoli animali. Il dubbio sulla loro trasferibilità all’uomo è diventato spesso un alibi — per gli ignorantoni — per liquidare con leggerezza le conclusioni degli “scienziati dei topi”.

di Paolo Geraci

Alcuni studi piuttosto recenti sono invece incentrati sugli umani e lì ogni alibi vacilla.

Uno, del 2019, con tutti i crismi della scientificità (studio multicentrico, randomizzato e controllato), porta un nome che sembra quai evocativo, CALERIE, che in realtà è l’acronimo di Comprehensive Assessment of Long-term Effects of Reducing Intake of Energy (“Valutazione complessiva degli effetti a lungo termine della restrizione dell’apporto energetico”) e si pone come una pietra miliare.

Non studia direttamente la longevità (impossibile negli umani), ma – in un campione di oltre duecento soggetti sani – gli effetti di una dieta con restrizione calorica su alcuni indicatori di rischio cardiometabolico (es. ipertensione, infarto, diabete). I risultati mostrano miglioramenti significativi e persistenti su tali indicatori
e, soprattutto, segnali molecolari tutt’altro che trascurabili (mTOR, asse IGF-1), che suggeriscono un rallentamento dei processi associati all’invecchiamento e un’attivazione dei meccanismi di manutenzione cellulare (autofagia, efficienza mitocondriale). Quindi – secondo questo studio – chi mangia meno crea i presupposti teorici per avere un minor rischio di contrarre malattie metaboliche che teoricamente riducono la durata e la salute della vita. Tradotto: non possiamo dire che chi mangia meno vive di più.
Ma possiamo dire che riduce le probabilità di ammalarsi in modo serio. E questo, per chi ha ancora un minimo di attenzione alla realtà, non è esattamente un dettaglio.

Un altro studio, sempre del 2019, di un gruppo di epidemiologi di Leiden, guidati da Niels van den Berg, ha analizzato i dati di mortalità provenienti da due ampi database (USA e Paesi Bassi). Ha considerato oltre trecentomila individui e tre generazioni di oltre ventimila famiglie (genitori, fratelli, coniugi e figli). Non vi emergono certezze, ovviamente. Ma un dato spicca, con ostinazione: l’ereditarietà conta, sì, ma solo in parte (12–25%). Il resto è ambiente, stile di vita, caso, contesto storico: a tutto ciò, che in una parola, si esprime come “exposoma”, concetto di cui parleremo nella prossima puntata.

Invece il “diventare molto anziani” tende a ricorrere nelle famiglie. Genitori, fratelli e figli di persone longeve vivono più a lungo rispetto ai valori medi della popolazione generale. Inoltre i membri di queste famiglie longeve sembrano ritardare o addirittura evitare le malattie legate all’età. In effetti, l’invecchiamento sano in tali famiglie è caratterizzato da sistemi immunitari ben regolati e da una buona salute metabolica. Tuttavia, l’identificazione delle sedi genetiche della longevità è difficile. In sostanza, la longevità sembra essere il risultato di una combinazione complessa di molti fattori (genetici, ambientali e comportamentali), più che l’effetto di un singolo interruttore biologico. La longevità non è un interruttore. È un mosaico.

Insomma – dice la scienza – il campo è aperto a mille ricerche, ma anche, sul versante opposto (quello dei cialtroni), a mille fantasie e altrettante panzane. Infatti là dove la scienza dubita, gli ignoranti sparano certezze. È il paradosso dell’ignorante che sa tutto – noto come “effetto Dunning-Kruger” (vedi figura) – che oggi trova nell’ecosistema informativo il suo habitat ideale. Dove la scienza dice “forse”, qualcuno urla “sicuro”. E viene pure ascoltato. Non mi dilungo, invitando i più curiosi ad approfondire.


Nel 1558 un veneziano, Alvise Corner, italianizzato in Luigi Cornaro, settantaquattrenne (?), scrive la sua autobiografia che intitola Discorso della vita sobria. Personaggio un po’ strambo, alieno dalle astrazioni degli studi, parla della sua conversione, intorno ai quarant’anni, da una vita dissoluta a una sobria e ordinata. E dichiara la sua soddisfazione per essere così sopravvissuto fino a tarda età (settantaquattro anni a quei tempi erano una bella età!) a dispetto di quanto gli avevano pronosticato i medici. Di lui, o meglio della sua età, in effetti si sa poco. Infatti pare che avesse una certa tendenza ad accrescersela, con ritocchi continui (nel 1540 dichiarava cinquantasei anni, nel ’51 settanta, nel ’57 ottanta, nel ’65 addirittura novantacinque!), per dimostrare la sua longevità. Comunque è certo che non morì giovane. Non dice dell’età dei suoi genitori o dei parenti stretti e questo ci lascia nel dubbio sulla sua predisposizione genetica (quel 12-25% di cui abbiamo detto), ma comunque, con il suo diario, Alvise si rivela il precursore inconsapevole della “medicina preventiva” o meglio – omnia munda mundis – del sogno di ostentata immortalità “cavalleresca” (nel senso del Nostro ultimo ex-Cavaliere di arcoriana memoria).

Tintoretto, ritratto di Alvise Cornaro

Non era certamente uno scienziato, ma neppure uno sprovveduto, anzi – pare – colto e un po’ narciso. Si limitava a osservare con attenzione i risultati di una sua scelta di vita sul proprio benessere. Faceva quello che oggi, sommersi da dati, sembriamo aver dimenticato: mettere in relazione le scelte di vita con i loro effetti.

Per chiudere, la ricerca scientifica è chiara su un punto essenziale: la longevità individuale dipende in larga parte da fattori non controllabili. A questi fattori si aggiunge una componente casuale rilevante – danni molecolari casuali, errori di replicazione, traiettorie epigenetiche divergenti, imperfezioni nei sistemi di riparazione – che contribuisce a rendere l’invecchiamento un processo intrinsecamente eterogeneo e imprevedibile. Non un percorso lineare.

L’idea che una disciplina di vita ferrea garantisca la longevità è, da un punto di vista biologico, una semplificazione consolatoria o inquietante. Forse il vero equivoco è questo: credere che la longevità sia un premio per buona condotta. Come se esistesse un tribunale biologico che assegni anni supplementari ai virtuosi e li sottragga agli indisciplinati. Ma la biologia è meno moralista di noi. Procede per probabilità, compromessi, errori e riparazioni imperfette. Non giudica. Non premia. Non punisce. Funziona.

E, soprattutto, non fa sconti a chi confonde le probabilità con le certezze.

Alla prossima!

Paolo Geraci

 


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P. Geraci

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