Torniamo al tema che ci ossessiona — con quel tanto di serietà e quella necessaria ironia che servono a non prenderlo troppo sul serio.
di Paolo Geraci

Abbiamo parlato di centenari e di blue zones. Abbiamo viaggiato nelle terre dei vecchi perenni come ghiacciai. Abbiamo criticato e preso un po’ in giro questo personaggio e quella teoria… Insomma roba da Franco Tiratore.
Ora scopriamo che si sta proliferando la gara alla prevalenza del centenario. Che esiste il Longevity Fest e che nuove “zone blu” sono state individuate in Sardegna (Arzachena) e in Sicilia (Caltabellotta). E che, a pensarci bene, noi poveri quasi-ottantenni siamo destinati a essere presi in considerazione soltanto tra una ventina di anni.
Oggi partiamo da qui. Attenzione a trarre dai centenari conclusioni non banali su come vivere.
E poi, li avete visti i centenari delle “Blue Zones”? Che c’azzeccano – direbbe il rozzo “scarpe grosse e cervello fino” – con noi poveri, banali rammolliti inurbati? Individui di una società comoda e pigra, sull’orlo della fine, come preconizzava nel ’67 il giovane Guccini con “dio è morto”.
Imbelli, ma belli per forza; bellimbusti ma anche fusti palestrati; vanesi dalle “auto prese a rate dio è morto“, narcisi dei “miti dell’estate dio è morto”, e poveracci con “il sogno che conduce alla pazzia”. Poveri ricchi e ricchi poveri, parvenu, nobilastri e plebei dignitosi. Figli di una lupa in menopausa. Nemici delle rughe domestiche e adoratori della rughetta selvatica. Che c’azzecchiamo con quei teneri e rocciosi partigiani della resistenza spontanea alla morte decimatrice, pieni di rughe e di malanni, ma divoratori lenti di anni?
La tentazione sarebbe quella di trasformare tutto questo in una ricetta. Ma il dubbio, che resta la forma più alta di conoscenza, suggerisce prudenza. Possiamo però fissare qualche paletto, almeno per non perderci nel brusio generale. E introduciamo con molta cautela il tema del “mangiar poco“, quello che – si diceva – in medichese si chiama “restrizione calorica“. Che poi è una delle regole dei “Power 9“.
Accenniamo dunque a tre fondamentali teorie formulate da autorevoli studiosi.
La prima è nota come Disposable Soma Theory (teoria del soma sacrificabile) ed è stata formulata da Thomas Kirkwood. Spieghiamo. Ogni organismo ha risorse energetiche limitate — e deve decidere come spenderle. Può investirle in due grandi direzioni: (a) la riproduzione (crescere, maturare, riprodursi); (b) la manutenzione del corpo (riparare cellule e strutture danneggiate). Se ha molta energia a disposizione sceglie la prima (a), che risponde alle leggi dell’evoluzione e sacrifica il corpo (soma) lasciando che invecchi dopo aver compiuto il suo dovere riproduttivo. Se ne ha poca, invece, le utilizza per la manutenzione ordinaria, la cura di sé, la riparazione dei danni. Volendo fare un paragone di tutti i giorni, se hai molti soldi, cambi l’automobile scassata, se ne hai pochi la porti dal meccanico. Ebbene, la restrizione calorica sembra indirizzare il metabolismo verso i processi di riparazione e manutenzione con un potenziale rallentamento dell’invecchiamento.
La seconda teoria è la Antagonistic Pleiotropy (Pleiotropia antagonista) proposta da George C. Williams. Ogni gene può avere effetti multipli (questo il significato del termine “pleiotropia”). Alcuni geni sono vantaggiosi in gioventù, ma dannosi in vecchiaia. Esempio: uno stesso gene che aumenta la crescita e la fertilità in gioventù, favorisce infiammazione o cancro in età avanzata. L’evoluzione “accetta” questo compromesso perché ciò che conta è riprodursi, e non vivere il più a lungo possibile dopo la riproduzione.
La terza è la cosiddetta Hormesis (ormèsi, nome derivante dal verbo greco ormào che significa “stimolare”) sistematizzata dal tossicologo E. J. Calabrese. In sintesi, esprime il principio generale che uno stimolo stressogeno può suscitare effetti protettivi se di bassa entità. Un po’ di stress (metabolico, termico, energetico) attiva i meccanismi protettivi (più antiossidanti endogeni, più riparazione del DNA, più autofagia, migliore efficienza mitocondriale). Secondo Valter Longo, il noto biologo-biochimico italo-americano studioso dell’invecchiamento, il digiuno costituisce uno “stress nutrizionale adattativo” che può essere considerato una forma di hormesis.
BOX (da inserire da qualche parte). La longevità è questione di dosi e tempi di cottura. Metafora culinaria.
Disposable Soma: meglio investire nel banchetto (riproduzione) o lucidare la pentola (il corpo)?
Antagonistic Pleiotropy: alcuni ingredienti sono perfetti da giovani e indigesti da vecchi.
Hormesis: un pizzico di sale (stress) insaporisce; troppo sale rovina il piatto.
Restrizione calorica: meno fuoco, cottura lenta (= più manutenzione).
Questo vale per tutti gli organismi, dai lieviti, ai vermi, ai topi e – guarda un po’ – agli umani. È chiaro che, per chi studia scientificamente la durata della vita in relazione a determinati fattori variabili, i vermi e i topi – che hanno un ciclo vitale breve – sono molto utili per arrivare a conclusioni specifiche in tempi accettabili.
Se, per esempio, sottoponi un topo (o mille topi) a un regime alimentare controllato, sarà facile verificarne gli effetti non solo sulla salute, ma anche sulla longevità. Se lo facessi sugli elefanti o sulle tartarughe, sarebbe ben difficile per una sola generazione di studiosi, arrivare a qualche conclusione verificabile. Ecco perché, tra l’altro, i più famosi studiosi di questi temi, a partire dal già citato Valter Longo, non sono medici. Senza nulla togliere alla loro competenza “scientifica” specifica, non sono “clinici“. Del resto un aforisma diffuso recita: “la medicina è la più scientifica delle arti e la più artistica delle scienze.” E studiano soprattutto i lieviti, i vermi e i topi. In pratica studiano modelli perfetti; ma i pazienti non lo sono. Quasi tutti questi scienziati parlano poco, a parte Longo che divulga molto se stesso. Si manifestano di solito in articoli scientifici destinati ai loro omologhi e dunque di lettura difficile per i non addetti ai lavori. Spesso vengono interpretati da divulgatori sedicenti “scientifici” che ne amplificano i risultati, talvolta decontestualizzandoli.
All’estremo opposto della costellazione dei dispensatori di informazioni, di prima o seconda mano, stanno i medici di varia estrazione, tra cui molti illustri clinici o fantasiosi inventori di metodi empirici per risolvere problemi. Tra questi ve ne sono alcuni che praticano la massima: “Parlo, dunque appaio; appaio, dunque esisto”.
Infine, ai margini della costellazione si addensano i dispensatori di verità da bar, da salotto e, soprattutto, da internet: presenze pervasive che, pur meritandosi i bordi marginali, comprimono lo spazio vitale degli altri fino a ridurlo a un esiguo nucleo centrale. Da un lato, dunque, c’è chi produce dati. Dall’altro, chi li interpreta. In mezzo, un rumore crescente.
Oggi il problema non è la mancanza di dati, ma l’eccesso di interpretazioni che li deformano. Tra dati, semplificazioni e fanfaronate, districarsi è un’impresa inutile, a meno che non si intendano ascoltare le voci e seguire – per conto proprio – le prescrizioni dispensate da Caio o da Sempronio. E questo è il vero rischio dell’overloading informativo. Indurre alcune menti “fragili” di “ego onnipotenti” a seguire l’etica protestante e farsi interpreti, esse stesse senza mediazione clericale, delle supposte “verità” e farsi da soli “diagnosi e terapie”.
Per oggi può bastare.
Paolo Geraci
Nota per lettori masochisti: trovi le parti I e II sui numeri seguenti di Trucioli: Parte I (Il Franco Tiratore / Chi sono i santoni e i guru della vita, mercanti di illusioni…) : Numero 28 del 26 febbraio 2026. Parte II (I centenari e le blue zones) : Numero 32 del 26 marzo 2026
