Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Varazze, l’intervista / Oscar Prudente, 82 anni, progetti di vita e un manifesto d’amore. “La mia infanzia. Poi l’incontro con Ivano Fossati, la Berté, Villaggio, Battisti, Morandi, Luigi Tenco che inventò una macchina fotografica da usare sott’acqua. Amava il mare”


Luigi Tenco? “Con la sua intelligenza sopraffina preparava un esame universitario in 4-5 giorni. Inoltre aveva inventato una macchina fotografica da usare sott’acqua. Ci piaceva fare immersioni in mare.”

di Gianfranco Barcella

Oscar Prudente: “Oggi si sentono tutti musicisti ma bisogna studiare. Per fortuna c’è chi lo fa ancora”

Incontro Oscar Prudente all’ombra della Torretta di Savona in un tardo pomeriggio di inizio Giugno. Il peschereccio Bacicin è appena approdato al molo per offrire il pescato della notte ad alcune massaie si avvicinano timidamente. Il 3 Luglio è atteso ad Albisola Marina per un incontro pubblico.

Mi piacerebbe lasciarmi tentare da un bel fritto misto ma ho un appuntamento da rispettare “Non stia a venire a Varazze– mi disse il musicista Oscar Prodente, al telefono-. Devo venire a Savona e facciamo una bella chiaccherata insieme”. Intanto colgo l’occasione per portarle in dono il mio libro – intervista, dal titolo: “PENSIERI STUPENDI”. Di fronte ad una bella spremuta d’arancia e non succo (ed anche per questo lo ammiro), inizia il suo racconto di vita che è un manifesto di amore per la musica e di virtuosa tenacia per emergere da una canzone sociale non facile.

Mia madre era originaria della Puglia, Trinitapoli il primo tassello della Magna Grecia nell’Italia Meridionale, ed ora ho raggiunto la bella età di ottantadue anni, ho ancora progetti per il futuro, e sono sposato con Antonella. Risiedo a Varazze anche se sono nato a Rossiglione, sui confini della città metropolitana di Genova. Non a caso, il feudo fu dominato dei Marchesi del Monferrato, ceduto nel 1210 al alla Repubblica di Genova. Quando gli Alleati bombardavano Genova, mia madre Pasqualina, detta Lina, si era rifugiata a casa della levatrice.. Avevo un anno e scappavamo per trovar riparo dalle bombe, in chiesa. E lei mi faceva coraggio. Mi cullava cantando e poi si addormentava con me:aveva una voce bellissima e conosceva le romanze a memoria. Sono si curo che il senso dell’udito e della musica, l’ho sviluppato allora…

Così prosegue Oscar: “Quando arrivarono i Prudente a Genova vi erano ancora le rovine della guerra, ma anche tante opportunità, Mio padre e la sua famiglia venivano da Terlizzi. Si chiamava Antonio ed era il quarto di ventiquattro fratelli e sorelle dei quali la metà morì prematuramente. Era frutto della cultura tipica del proletariato contadino dell’epoca. La ricchezza era riposta nelle braccia per coltivare la terra. Per fortuna trovò un posto nelle Ferrovie dell Stato e così riuscimmo a tirare avanti. Non ho mai dimenticato le mie radici genovesi ed ho sempre tenuto i colleganti con lo scenario artistico ligure anche se ho vagabondato per il mondo. Posso definirmi senza tema di smentita un talento naturale per la musica che ho coltivato dapprima come autodidatta e poi con l’ausilio di buoni e generosi maestri che apprezzavano in me non solo il desiderio di apprendere ma anche la mia gioia di misurarmi con le note: quella pratica colmava un bisogno irrefrenabile del mio animo. Il mio viatico nel mondo del pentagramma è stata una piccola armonica a bocca che suonavo con tale entusiamo da farmi sanguinare le labbra. Ero un bambino che già sentiva come irrefrenabile il bisogno di seguire la strada dell’arte dei suoni, ma ero nato da una famiglia che non avrebbe mai potuto mantenermi al Conservatorio Musicale anche se con i primi risparmi ho frequentato una scuola di batterista, cominciando a leggere la musica”.

Per ritornare a noi, fu un maldestro tentativo di furto o qualcosa di simile che ha dato origine alla mia precoce carriera. Mia madre come tutti i giorni faceva chilometri a piedi per cercare di risparmiare sulla spesa. Arrivammo nella zona di Carignano ed allugammo fino a via Gramsci. Lì c’era un mercato dove si riuscivano a trovare anche prodotti della gastronomia pugliese. Io, sempre per mano, la accompagnavo fiducioso che avrebbe preparato per pranzo, piatti succulenti. Alla cucina genovese si dedicò più in là nel tempo. Passando per piazza Banchi attirò la mia attenzione di bambino, la bancarella di un tizio che vendeva di tutto: libri, fumetti e strumenti musicali usati, unitamente a vestiti e scarpe”.

Nella Genova del dopoguerra si tirava a campare ma erano frequenti i piccoli miracoli di bontà, tipici proprio di chi si suda la vita. Insomma, scorgo proprio accantonata in un angolo una piccola armonica a bocca. Non era solo piccola ma si chiamava <Piccolo>. Io avevo dieci anni ed eravamo fatti l’uno per l’altra. Era uno strumento molto diffuso in quegli anni e perdipiù fabbricata in Germania dalla Hohner. Mi sentivo attratto da lei come fosse un oggetto d’amore e allungai la mano per accarezzarla, ma fui notato dal commerciante. Mia madre con tono imperativo mi apostrofò così:”Che cosa stai facendo? E mi diede un sonoro ceffone, o meglio un <lerfone> come si dice a Genova. E piansi. Forse per solidarietà o compassione, il gestore della bancarella me la porse in regalo. Con quel gesto generoso mi ha aperto un orizzonte di vita. Immediatamente il mio finto pianto si tramutò in un sorriso e il mio spirito di corroborò subito di entusiasmo. Ancora conservo quel piccolo cimelio come un oracolo. E’ riposto dentro una custodia che purtroppo con gli anni ed i traslochi vari si è rotta. Quello strumento sopravvissuto alla guerra e appartenuto a chissà chi, ora era mio e potevo dar sfogo alla mia passione. Suonavo tutto il giorno fino alla consunzione delle labbra I miei primi estimatori furono i condomini del palazzo. Abitando all’ultimo piano e suonando per le scale, tutti erano costretti ad ascoltarmi”.

Mitico è stato il suo incontro con Ivano Fossati e il destino di <Pensiero stupendo>

Oscar Prudente, Ivano Fossati, Claudio Pascoli

Esco di corsa da casa, via Rivoli. Mi precipito in via Fieschi, dove abita Ivano Fossati. Busso e mi apre sua mamma Germana, che molti anni prima mi aveva pregato di dare una mano al figlio, così appassionato di musica. Questa volta sono io che chiedo aiuto; Ivano, scrivi un testo entro stanotte perché domani mattina andiamo a Milano. Voglio far colpo sulla Bertè, gli confesso. Il mattino dopo io ed Ivano ci presentiamo con una chitarra nell’ufficio di Cerruti Loredana arriva con due ore di ritardo, in minigonna. Strepitosa! Sono emozionato e comincio a suonare <Pensiero stupendo> Lei mi ferma subito. <Ahò, perchi mi avete preso? Num me piace! “Non finisce qui: un altro genovese. Antonio Coggio che aveva prodotto <Questo piccolo grande amore> di Claudio Baglioni e da ragazzo aveva suonato con me al San Francisco, un locale dell’angiporto, fa sentire la canzone al direttore artistico della RCA che la propone a Patty Pravo, in quel momento un po’ in ombra. Il resto è noto”.

Jesahel, è stato un altro brano cult con Fossati ed i Delirium. Siamo all’epoca del Festival di Sanremo del 1972

Mi ero ispirato a un prete nero brasiliano, strafatto di fumo, che avevo registrato nel Mato Grosso. Mentre predicava le donne gli rispondevano in coro; un delirio, appunto. E poi avevo visto un video di Joe Cocker che cantava circondato da hippy, cani, biciclette: così decido di replicare. Ci presentiamo sul palco come una mandria; tutti capelloni e viene fuori un successo incredibile. C’è da precisare che il gruppo cantava gratis ma gli organizzatori del festival pagavano solo l’albergo. La domanda non retorica era: <come facciamo ad arrivare a Sanremo?> Io ero un genoano vero e Ivano tifava per la Sampdoria. Chiedo aiuto alla mia squadra del cuore…E il Genoa ci presta il pulman dei giocatori. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada e percorriamo l’Aurelia. Quell’anno c’era Paolo Villaggio che mi conosceva ed in scena si è unito a noi. Ma si sono dimenticati di accendere il melotron, uno strumento che non si usa più, e allora era fondamentale: il coro, un disastro. Entriamo in finale per il rotto della cuffia, grazie ai voti arrivati dal collegio Don Orione. Qualche settimana dopo, per ringraziare, siamo andati a fare un concerto in collegio”.

Lei ha conosciuto e lavorato con tutti i <Grandi della Scuola Genovese>

Io non parlerei di Scuola Genovese. I critici mettono delle etichette quando non riescono a decifrare appieno il fenomeno. Il caso ha fatto tutto. Tenco e Lauzi sono nati altrove. Paoli era di Multedo. Ognuno ha avuto ispirazioni diverse. L’unico diplomato al conservatorio era Bindi. Ma Genova c’erano i fratelli Reverberi in Corso Torino. Uno di loro lavorava a Milano alla Ricordi. Ha traghettato tutti. E c’è da aggiungere che nel capoluogo genovese c’era una strordinaria scuola di jazzisti. Ed io il jazz l’ho amato moltissimo!. A proposito di Paoli devo dire che anche lui si era interessato di Villa Cilea a Varazze quando è stato presidente della SIAE. Ed ora questo gioiello culturale sta cadendo a pezzi…”

Lei era molto legato a Luigi Tenco ed a Lucio Battisti—-

Luigi Tenco era venuto a sentirmi mentre suonavo insieme ad un pianista straordinario, di nome Sergio Sandrini, che poi a sua volta si è tolto la vita: era un batterista jazz e sapevo leggere benissimo lo spartito per i batteristi che ha il pentagramma con dei simboli e richiede una precisione assoluta di esecuzione. Suonavo al New York Bar di Genova dove i marinai appena sbarcati, venivano a divertirsi cercando anche compagnia. Avevo 15 anni, mi chiamavano il Peincipino, avevo giù fatto una yournée e mi avevano ripreso nel film: “Vacanze alla Baia d’Argento>. Luigi, aveva un talento eccezionale ed un carisma pazzesco, quello che ha un vero artista. Era un personaggio a tutto tondo ma intellettualmente troppo complesso. Non gli piacevano Boby Solo e Domenico Modugno che considerava troppo commerciali. Con la sua intelligenza sopraffina preparava un esame universitario in 4-5 giorni. Inoltre aveva inventato una macchina fotografica da usare sott’acqua. Ci piaceva fare immersioni in mare.”

Con Lucio Battisti ho partecipato al Cantagiro, Girone dei Giovani. Io giravo l’Italia cantando Benvenuto Fortunato. Lucio invece portava sui palcoscenici: <Balla Linda>. Era un genio assoluto: ha cambiato il mondo di cantare comn le sue melodie che ancora oggi danno brividi al cuore. La musica tecno oggi bombarda solo di rumori la testa! Pensi che i non guardo neanche più San Remo). Ha fatto comprendere a tutti che l’importante è comunicare emozioni! E Lucio Dalla questo l’ha capito benissimo e l’ha seguito”.

“Battisti mi volle con lui a Milano con un contratto di 80.000 mila lire al mese. Così entrai nella Numero Uno, la casa di pruzione discografica. Dopo il successo al Cantagiro mi seguì anche Fossati, il quale mandò la madre in avanscoperta a parlarmi. Era una donna meravigliosa! Per tornare a Battisti, dopo i successi con Mogol si sposò con Grazia Veronese che era la segretaria del Clan Celentano. Si ritirò dalle scene, visse in modo appartato, musicando testi troppo <filosofici> che rendevano difficile il connubio con la sua ispirazione puramente lirica, Ero un uomo che aborriva l’alcool, il fumo e gli eccessi alimentari. E mori precocemente di un tumore al pancreas tra atroci dolori”. Per citare un altro aneddoto non tutti sanno che Fabrizio di André era soggiogato dagli oroscopi. Prima d’ogni concerto consultava le effemeridi e prima di decidere di legarsi di amicizia consultava le affinità astrali.”

Lei è felice o meglio è contento della sua vita?

“Sono riuscito a fare anche una carriera scolastica regolare: dopo le Scuole Medie Inferiori ho frequentato il liceo scientifico e poi mi sono iscritto all’Università degli Studi di Genova alla Facoltà di Scienze Politiche perché non c’era l’obbligo della frequenza, ma non sono riuscito a portare a termine gli studi. Si può dire che io ho cominciato a lavorare sin da bambino… Devo confessarle che ho un rimpianto: mi sarebbe piaciuto andare a suonare la batteria negli USA e lì fare jazz, ma qui in Italia ho scritto un paio di canzoni anche con un Nobel della Letteratura, Dario Fo”.

“La mia ultima fatica, se si può chiamare tale è stata la produzione di un cd in genovese. E’ stato un piacere puro. Ci avevo già pensato con Bruno Lauzi che in dialetto faceva la bossa nova. Ora vivo serenamente a Varazze dove, tra l’altro, veniva in vacanza Lucio Battisti. Ripenso sovente ad un giorno, quando in uno scompartimento di un treno cinque soldati, discutevano tra loro su quale fosse la canzone più bella della loro vita, Vinse: Pensiero stupendo! Io feci finta di nulla poi piansi per l’emozione. Sì, la mia vita è stata proprio frutto di un pensiero stupendo”.

Ci sarebbe da parlare ancora del suo incontro con Gianni Morandi, della storia della canzone <Amico>, cantata da Dario Baldan Bembo e della sua passione per il calcio, della sigla di <Domenica sprint>, ma il tempo stringe. Mi accenna che ha collezionato tra il 1989 ed il 1992 ben quattro presenze nella nazionale italiana cantanti ma la moglie lo attende in macchina e corre verso di lei con passo veloce.

Platone considerava la musica molto più di una semplice forma d’arte: per il filosofo greco era uno strumento educativo e spirituale potentissimo, capace di forgiare l’anima e lo Stato. Da oggi comincio a crederlo anch’io.

Gianfranco Barcella

 

 


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G.F. Barcella

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