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Intervista a Andrea Brenna, segretario nazionale del partito Popolo della Famiglia: l’esempio di Moro e Martinazzoli


Intervista ad Andrea Brenna, assessore e vicesindaco di Grandate (Co) e neoeletto segretario nazionale del Popolo della Famiglia

di Gianluca Valpondi

 Il 12 e il 13 settembre si è svolto il primo congresso nazionale del Popolo della Famiglia e tu ne sei uscito segretario nazionale. Sei il secondo segretario nazionale del PdF, dopo Gianfranco Amato. Cos’è cambiato dai tempi di Amato?

Andrea Brenna neo segretario nazionale del Popolo della Famiglia

Confermo di aver avuto il piacere e l’onore di essere stato eletto alla carica di segretario nazionale nella squadra dirigenziale insieme al Presidente Mario Adinolfi ed al Vicepresidente e Coordinatore nazionale Nicola di Matteo. Il Popolo della Famiglia si trovava da più di due anni senza la figura del segretario nazionale, fin dal giugno 2018, allorquando Gianfranco Amato scelse di uscire dal nostro movimento politico. Cosa è cambiato…Innanzitutto evidenzio che la costruzione di quella che Gianfranco Amato definì impropriamente una “cattedrale incompiuta” è invece continuata ed ogni giorno ne apprezziamo gli effetti.

Il popolo della Famiglia, trovandosi a soli quattro anni dalla sua fondazione, conta ad oggi dirigenti in tutta Italia, vicesindaci, assessori e consiglieri eletti, beneficia di militanti ben formati che hanno avviato il loro percorso formativo all’interno dell’università della politica [ndr: così è denominato il percorso formativo promosso dalla dirigenza del PdF]. Militanti molto più capaci di leggere, in modo obiettivo, le problematiche territoriali, di affrontare le sfide elettorali con la giusta consapevolezza ed organizzazione, di raccogliere firme ed il consenso necessario in strada sia con il gelo invernale che con il caldo estivo, di navigare nei media con serietà e competenza. Nel frattempo è nata la PdF Radio, il nostro Presidente Mario Adinolfi è invitato a partecipare a trasmissioni televisive e radiofoniche, in questi giorni gira chiamato in tutta l’Italia per la presentazione del suo libro Il grido dei Penultimi, una straordinaria lettura dei problemi che attanagliano gran parte del popolo italiano.

Pochi giorni fa era esattamente due anni da quando, il 17 ottobre 2018, una nostra delegazione sedeva sul Sagrato della Basilica di San Pietro in udienza dal Santo Padre…un momento che tutti noi difficilmente dimenticheremo. Guardando al prossimo futuro, poiché non amo personalmente fare conferenze su conferenze come il mio predecessore, mi dedicherò ad assistere i circoli che ne avranno bisogno affinché possano disporre di tutti gli strumenti necessari per espandersi e radicarsi in modo molto diffuso e capillare in ogni angolo del nostro Paese; ritengo questo il passaggio chiave per arrivare al governo del nostro amato territorio nel pieno spirito e nella fedele attuazione della mozione congressuale approvata.

E il congresso? Cosa ti è piaciuto di più, cosa di meno?

Il congresso nazionale è andato benissimo, non poteva essere altrimenti. Ogni volta che il nostro Popolo si riunisce, si respira aria di grande festa, di straordinaria serenità operativa, si incrociano volti e sguardi di persone determinate e pronte a metterci cuore, mani e faccia per il bene del nostro meraviglioso Paese. Ciò che mi è piaciuto di più, lo confesso, anche se corro il rischio di sembrare folle, è il numero degli interventi: oltre settanta, tutti meritevoli di essere ascoltati, ho anche preso parecchi appunti. Ciò che mi è piaciuto di meno? Le mascherine e i distanziamenti, mi sono mancati gli abbracci e le strette di mano calorose e libere; non ho mai preteso che fosse altrimenti, la serietà e la prudenza in questi tempi sono cosa assai buona e necessaria.

Come organizzerai il tuo impegno da segretario nazionale? Mi sembra che tu abbia anche altri incarichi istituzionali, anche nella Chiesa…

Sì, ho diversi impegni. Resto ancora il catechista da oratorio di sempre continuando a seguire ragazzi adolescenti delle superiori nel mio ambito parrocchiale, sono attualmente padre sinodale e membro dell’XI Sinodo in corso della diocesi di Como; sono padre di famiglia, sposato con Sylwia e papà di Viktoria, libero professionista nel settore tecnico, agricoltore a tempo perso; da circa un anno e mezzo sono vicesindaco ed assessore al territorio, all’ambiente, ai lavori pubblici, all’edilizia pubblica e all’urbanistica del Comune di Grandate nel quale risiedo. Ora sono anche segretario nazionale del Popolo della Famiglia; non temo l’accavallarsi di questi impegni, nella vita basta un briciolo di organizzazione per fare tutto quando occorre e bene.

Più avanti valuterò se occorre ridimensionare qualche mio impegno, non certo l’incarico da segretario di questo eccezionale e meritevole partito. Quale segretario nazionale curerò molto la crescita del partito dedicando particolare attenzione e servizio ai circoli, ai coordinamenti regionali e a tutte le realtà che ne facessero richiesta. Cercherò di promuovere modelli virtuosi che consentano ai circoli ed alle realtà territoriali di ampliarsi e di crescere molto attraendo nuova militanza. Riverserò, per quanto possibile, tutte le mie conoscenze a coloro che ne faranno richiesta.

Quale attuale membro di giunta comunale ritengo che la conoscenza della macchina amministrativa e degli strumenti di azione politica basilari consentiranno a molti pidieffini di costituire una solida classe dirigente sul territorio, capace di farsi conoscere, apprezzare ed eleggere; occorrono sempre più persone preparate e di buon senso al governo di Comuni, Province, Regioni e in Parlamento.

Altro ambito di mio particolare impegno sarà quello di far comprendere ad un numero sempre maggiore di elettori quanto sia profondamente necessario aggregare consenso attorno al Popolo della Famiglia ed alla sua proposta programmatica, incarnando e divulgando in ogni angolo d’Italia i dieci punti della mozione che è stata approvata al congresso con voto pressoché unanime e solo due astenuti. Sono certo che questo lavoro porterà a tutto il Popolo della Famiglia risultati tangibili; la bontà della nostra proposta è dimostrata da percentuali ben oltre la soglia di sbarramento in quei comuni nei quali siamo stati presenti anche solo con una piccola squadra di militanza attiva.

Essere membri di un circolo del Popolo della Famiglia è sempre motivo di grande gioia e di crescita personale e formativa; immagino un partito sussidiario, che cresce dal basso, e i circoli sono il luogo ideale per vivere questa esperienza. Abbiamo contato da poco i nuovi eletti, il loro numero aumenterà sempre di più perché affronteremo con più efficacia ed organizzazione le sfide elettorali che ci attendono. Cercherò di essere conseguente a quanto contenuto nella mozione e metterò il mio massimo impegno affinché un numero nutrito di pidieffini possa andare al governo del Paese possibilmente entro questi quattro anni di mandato congressuale; solo allora potrò ritenermi soddisfatto, non prima.

Hai un punto di riferimento politico, diciamo…di spicco, a cui ti ispiri particolarmente? 

Sono nato nel luglio del 1978; ti confesso che anni fa scelto di dedicare tutto il mio impegno politico al grande Aldo Moro. Quando risento parlare Martinazzoli nelle registrazioni dei suoi discorsi resto sempre incantato; purtroppo credo che rimase assai incompreso in un periodo storico che si trovò ad affrontare di evidente decadenza. Se oggi dovessi scegliere una persona sola a cui affidare il timone della nostra nazione, questa persona si chiamerebbe Mario Adinolfi.

Chiesa e Stato: quale rapporto?

Semplicemente auspico il pieno rispetto dell’Art. 7 della Costituzione: Chiesa e Stato indipendenti e sovrani; ho detestato alcune ingerenze lampanti dello Stato in tempi di Covid. Ritengo che la Chiesa oggi si trovi a riempire i tanti buchi lasciati, anche con una immigrazione scellerata…è sufficiente pensare al caso di don Roberto Malgesini, brutalmente ucciso a Como mentre assisteva un uomo abbandonato a se stesso da questa politica folle ed incapace; un martire, il cui sangue è stato versato tra il caos mediatico e il nulla politico.

Cos’hai votato al referendum per il taglio dei parlamentari e perché? 

Ho votato No, senza se e senza ma. Sono molto felice che l’assemblea congressuale di Pomezia del Popolo della Famiglia abbia deciso all’unanimità di respingere questo attacco alla rappresentanza democratica. Un attacco che mira a creare una politica ancor più distante dai cittadini, dando ad un gruppuscolo ancor più ridotto di parlamentari il potere di cambiare e smontare la nostra Costituzione; pochi cittadini hanno capito che con due terzi del Parlamento la nostra Costituzione potrà essere cambiata senza poter ricorrere ad un successivo referendum. Ridurre i parlamentari significa anche molto di più incorrere nel terribile rischio di maneggiamento della nostra Costituzione.

Ho idea che, grossomodo, in Italia la democrazia sia stata uccisa (almeno tentativamente) con Aldo Moro e anche che il distacco del popolo dalla cosa pubblica, la demonizzazione della politica come roba sporca per cinici senza scrupoli e il senso di impotenza, più o meno frustrata e frustrante, della “gente comune” abbia avuto un’impennata determinante con il rapimento, il processo e l’esecuzione di Moro. Ci stupiamo che ora sembri prevalere – e abbiamo visto i risultati del referendum sul taglio del numero dei parlamentari – una certa incalzante ed irrazionale antipolitica? 

Purtroppo non c’è da stupirsi che un grave omicidio mosso a danno di un esponente della politica italiana del peso e del valore di Aldo Moro innescasse un susseguente processo di inevitabile degrado che è figlio della paura. Mi spiego meglio. Ritengo che Aldo Moro sia un politico che, contribuendo dapprima alla scrittura della nostra Costituzione, attuando poi i principi costituzionali da essa espressi riponendo gli interessi del Popolo al centro del suo attento agire politico, si sia ritrovato suo malgrado a risultare molto scomodo a poteri forti nazionali ed internazionali. Questa uccisione ed il rinvenimento del suo corpo a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e la sede del Partito Comunista è stato un primo e chiaro messaggio di aggressione della politica italiana a tutto tondo. La paura e la strategia della tensione hanno infatti inevitabilmente fatto arretrare molti politici di buon senso dalla volontà stessa di amministrare la cosa pubblica. La minaccia della vita stessa del politico, con l’esempio lampante del rapimento e della morte impietosa di Aldo Moro, ha inevitabilmente indebolito la partecipazione spontanea dei cittadini lasciando un vuoto enorme che ha danneggiato creando mancanza di politica e lasciando spazio quindi all’antipolitica. Dall’uccisione di Moro non è più sufficiente essere bravi politici, avere buone capacità o idee, occorre essere veramente liberi, saldamente ancorati ai propri valori e principi, serenamente pronti al martirio. Il politico cristianamente ispirato, siccome grazie alla fede rinasce quotidianamente, non ha più paura di morire.

Come hai conosciuto il PdF e perché credi che abbia un futuro?

Ho conosciuto il Popolo della Famiglia quando ho letto il suo programma politico che mi è stato inviato per la lettura da mio padre. È stato amore a prima vista. Confesso che richiedo parecchio ad innamorarmi, ma quando lo faccio metto tutto me stesso, soprattutto il mio cuore. Nella vita come in politica non mi piacciono i cuori a metà. Sono convinto che il Popolo della Famiglia abbia un futuro molto florido davanti a sé perché il suo programma, dopo l’attuale sbornia, verrà sempre più apprezzato grazie al ritorno di diffuso buon senso che ogni crisi sa generare.

Una volta ti ho sentito dire, ad un incontro pubblico, “a noi non ci possono uccidere, perché siamo già morti”. Cosa intendevi?

Intendevo ed intendo tuttora dire che non può più morire chi è già rinato. Al nostro lettore lascio approfondire autonomamente il senso profondo ed intimo di questa mia affermazione.

Gianluca Valpondi


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