Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

Settimanale d’informazione senza pubblicità, indipendente e non a scopo di lucro Tel. 350.1018572 blog@trucioli.it

Finale Ligure, Gino Marzola e il mito della “Resistenza tradita”. La sua morte resta un mistero. Ucciso da chi…


La morte misteriosa di un partigiano. Ucciso da chi? Sulla breve vicenda, ancora in parte non chiarita, che ha visto protagonista il partigiano Gino Marzola, così scriveva Trucioli del 5 luglio 2018 (Anno VI N. 42) https://trucioli.it/2018/07/05/partigiano-20-anni-fucilato-da-fuoco-amico-a-calizzano-la-resistenza-nel-finalese-e-caso-marzola-i-libri-di-cervone-iebole-toscani/ :

di Ezio Marinoni

Lapide alla memoria affissa sulla facciata del palazzo del Comune di Finale Ligure, a destra del portone di ingresso. Si leggono i nomi dei partigiani caduti per la libertà, Luigi Marzola è il primo nome in alto nella colonna di destra.

« Il caso di Gino Marzola, un lato assai oscuro della Resistenza nel Finalese, affidato a tre penne per raccontare il ‘mistero’. Gianni Toscani, Ferruccio Iebole, Pier Paolo Cervone, nientepopodimeno che con la partecipazione di Enrico Caviglia, il Maresciallo d’Italia. Le storie possono raccontarle tutti ma la percezione del non detto, del non raccontabile, il lato oscuro della memoria, è stata in un caso consegnata a tre penne del Mistero.

Tre scrittori, tre narratori di vicende complicate, ci accompagnano in questo viaggio alla scoperta di una cupa vicenda del Finalese: Toscani (Altare), Iebole (Alassio), Cervone (Finale Ligure), con la partecipazione di Enrico Caviglia, generale e politico italiano, Maresciallo d’Italia per le imprese della prima guerra mondiale. A Peagna di Ceriale aveva acquistato una dimora con un ampio parco, acquistata nel dopo guerra da don Angelo De Negri, famiglia di Pieve di Teco (mobili da arredamento), da questi finito per ultimo in eredità alla diocesi di Albenga – Imperia ed utilizzata da cooperative sociali per ospitare una sessantina di migranti (…) ». Oggi quasi tutti trasferiti e ipotesi di vendita della struttura. (vedi Trucioli.it)

Nel successivo numero della testata, il 12 luglio (Anno VI N. 43), un secondo articolo ritorna, di sponda, a Gino Marzola, e ai suoi rapporti con le truppe partigiane del Comandante Mauri, trattando del “Partigiano Ernesto” (1):

https://trucioli.it/2018/07/13/il-giallo-marzola-ucciso-a-calizzano-lettera-dallarchivio-del-partigiano-ernesto/

Due settimane dopo, Trucioli allarga ulteriormente la ricerca storica su fatti e personaggi, in data 26 luglio (Anno VI N. 45): https://trucioli.it/2018/07/24/il-famigerato-partigiano-ardito-un-nesso-di-sorprendenti-coincidenze-i-misteri-delle-brigate-briganti-e-baltera-le-omonimiecerano-anche-don-pelle-speranza-urbani/

Un contributo a questa storia viene anche dal blog Storia minuta:

« Il 24 maggio, a Finale Ligure, i partigiani Sega e Marzola (un “cane sciolto” duro e deciso, tra i primi ad imbracciare le armi, che ritroveremo più avanti), in pieno giorno, penetrarono nell’ufficio dell’odiato delegato fascista Salvatore Maradea e lo uccisero. Tale clamorosa azione suscitò una feroce risposta da parte dei fascisti, che da qualche tempo avevano costituito, senz’altro con il beneplacito tedesco, una “Compagnia della Morte“, sorta di Brigata Nera ante litteram. Decisi a vendicarsi, i fascisti, guidati dal capitano delle SS italiane Lombardi, arrestarono numerose persone tra cui molti operai della Piaggio. La situazione, che poteva preludere ad un’altra Valloria, si risolse grazie all’intervento personale dell’anziano Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia (egli stesso minacciato e con il genero agli arresti), il quale, andando a riferire l’avvenuto a Mussolini in persona a Gargnano, riuscì ad evitare una nuova ed inutile strage. »

In un recente viaggio a Finale ho trovato uno dei tre libri recensiti anni fa dalla nostra testata: il volume di Ferruccio Iebole che si intitola Gino Marzola: il mito e la realtà di un partigiano finalese (Sabatelli, 2014). Narra con taglio storico, dopo una lunga indagine, la vicenda umana, politica e quasi mitologica di un giovane del finalese, con i suoi sogni che esprime in tante azioni di guerra. Il volume di Iebole viene presentato il 25 aprile 2015, nell’ambito delle manifestazioni per la Festa della Liberazione, con la collaborazione del Comune di Finale Ligure: l’incontro pubblico, coordinato da Pierpaolo Cervone, giornalista e già sindaco della città, vede l’intervento di Stefania Bonora, all’epoca Presidente dell’ANPI di Finale Ligure. Con il suo studio, Iebole affronta una pagina controversa del periodo 1943 – 1945 e la figura di Gino Marzola, ribelle e coraggioso, al limite della sfrontatezza, che entra nel mito, non senza far discutere, nel suo tempo e dopo. Il prezioso lavoro storico proietta nuove luci su quel periodo e accompagna verso la conoscenza dei fatti, mentre gli ultimi testimoni (per limiti di età) sono già in gran parte scomparsi, insieme alla loro memoria diretta degli avvenimenti.

Ripartiamo, quindi, dal lavoro di Ferruccio Iebole.

Gino Marzola nasce il 2 gennaio 1925 in una « casa rurale nel carruggio di vico Melogno di Finalpia » (cfr. Ferruccio Iebole. p. 1).

Nel 1940 rimane orfano di padre e trova un impiego alla Piaggio di Finale. Soffre il clima politico e il giogo fascista, insopportabile per il suo carattere esuberante. A dicembre 1943 lo troviamo fra i partigiani in Val di Lanzo, in Piemonte, nelle prime esperienze resistenziali. Pare un destino, il mistero fa parte della sua vita: non sappiamo in quale modo, a inizio 1944, riprenda i contatti con gli ex colleghi della Piaggio.

Nel mese di maggio 1944, a Finale si verifica l’uccisione del sindacalista fascista Nino Salvatore Maradea: non è chiaro se Gino “Max” abbia agito da solo, o con l’aiuto di Biagio Pastorino, per far pagare a un collaborazionista la responsabilità diretta nel provocare la deportazione di sovversivi e operai. Leggiamo dal testo di Iebole

« Il sindacalista lavora in un ufficio nella centrale via Barrili, con uscita anche in Viale delle Palme. La sua responsabilità partecipativa alla deportazione dei sovversivi o di operai, si è sparsa in breve tempo (…). Gino Marzola quando è rientrato a Finale Ligure dal Piemonte ha avuto un colloquio con Madadea per cercare un lavoro. Qui i ricordi e le informazioni si complicano. (Quante volte, in questa vicenda? N.d.A.) Non è certo se vi siano stati uno o due incontri con il sindacalista fascista. Se fosse uno solo, vuol dire che in questo frangente vi è la colluttazione, in quanto l’impiegato calabrese sa della esperienza partigiana di Gino. Chiaramente lo scaccia con spiacevoli epiteti dandogli del traditori e promettendogli la morte, con l’intimidazione della pistola che tiene sulla scrivania o nel cassetto. Questa minaccia provoca la reazione di Gino Marzola che disarma Maradea e lo colpisce con la sua stessa arma. » (Iebole, p. 13).

Passiamo alla seconda ipotesi, «quella più verosimile (…): Gino con l’appoggio di Sega Pastorino Biagio nato a Finalborgo l’11.10.1925 staffetta partigiana, ritorna una seconda volta mercoledì 24 maggio 1944 tra le 16.00 e le 16.30. Gino è reduce da un colloquio con Fulmine Bruzzone che gli ha raccontato l’ultima visita al sindacalista fascista e come sia stato allontanato con la minaccia della pistola. Entrato nell’ufficio, dopo un nuovo alterco con minacce e una lotta a corpo a corpo, per legittima difesa, Gino Marzola uccide il burocrate fascista con un’arma di sua proprietà. » (Iebole, pp. 13/14).

In ogni caso, comunque si siano svolti i fatti, « L’eliminazione di Maradea è significativa per ciò che Gino pensi, un ribellismo generazionale messo in risalto da una personalità decisa e forte, una contrapposizione radicale al fascismo, ai suoi simboli e ai nuovi progetti repubblicani » (Iebole, p. 16).

Anche in questo caso, è l’istinto di ribellione di Gino che agisce per lui, prima e al di là delle regole. E Gino continua la sua battaglia, spesso individuale e isolata, in un difficilissimo contesto di controllo fascista e della San Marco, sempre pronti a effettuare rastrellamenti, rappresaglie, uccisioni per puro spirito di sopraffazione.

Durante l’estate del 1944 Gino e il suo gruppo (la Banda Mandrake) hanno contatti con altri partigiani, stanziati sulle alture fra Vado, Quiliano, il Melogno, Calizzano e Giustenice. Con qualcuno stringe amicizia, con altri sbocciano colloqui e trattative sul modo di agire, anche con esponenti del P.C.I. clandestino. Gino è deciso e ha le idee chiare su come combattere contro un nemico iniquo e più forte, superiore per armi e organici.

« Il clima intorno a Gino si è arroventato, il Rebagliati sta prendendo forma sopra Rialto, promosso dall’impulso di Simon Farini Carlo, anche se la XX brigata d’assalto Garibaldi è presente sul territorio finalese e limitrofo » (Iebole, p. 26).

Un altro episodio emblematico avviene martedì 8 agosto 1944: un drappello di bersaglieri e di marò (una dozzina, circa) risale verso la frazione Costa, al comando del sergente Giancarlo Strobino. Gino è in agguato, con la sua arma, e spara contro i fascisti, dopo che questi hanno razziato beni e animali nelle cascine e ai contadini. La Gazzetta di Savona darà notizia dello scontro a fuoco nel n. 87 del 17 agosto; già in data 11, una nota inviata al comando garibaldino, dal partigiano Aquila Giovanni Maglio, avanza perplessità su quel ragazzo, giudicato «troppo spavaldo e da controllare, rinnovando alcuni giudizi non troppo favorevoli (…) » (Iebole, p. 32).

Nel settembre 1944 avviene l’incontro di Gino, accompagnato dai fidati collaboratori Bill Claudio Sterpone e Mitra Antonio Ponte, con il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia, « nella sua casa di campagna “il Bricco” a Feglino. L’anziano graduato ha stima di Gino Marzola, usa parole come: Ha l’istinto della sorpresa e dell’agguato ed è di un coraggio a tutta prova. Sono patrioti e bisogna aiutarli ». All’incontro non ci sono testimoni, si può pensare a un tentativo di portare Gino e i suoi fra gli azzurri di Mauri, aiutati e ben equipaggiati.

Il 28 ottobre 1944 il regime fascista repubblicano celebra, anche a Finale, l’anniversario della marcia su Roma. Gino, travestito da religioso, disarma in pieno centro quattro sanmarchini seduti al Caffè Caviglia. Si dirige, quindi, verso il locale “Il Lido” e ingaggia una sparatoria con un tedesco e due fascisti.

Sono soltanto spacconate o vi è qualcosa in più, forse la volontà di frapporsi con ogni mezzo al regime fascista e agli occupanti nazisti? Oltre al suo innato ribellismo vi è anche un progetto politico oltranzista e alternativo? Pensiamo, a questo proposito, a quanta letteratura e azione abbia provocato, dopo la fine della guerra, il mito della guerriglia partigiana e della “Resistenza tradita”, fino alle azioni gappiste dell’editore Giangiacomo Feltrinelli (2).

Inizia il lungo e lento distacco di Marzola dai sistemi operativi ed organizzativi della Resistenza, un percorso segnato verso una direzione obbligata.

Siamo al penultimo capitolo di questa storia, rimarrà un mistero quali siano state le modalità nelle quali la sua giovane vita si è conclusa. Egli era “contro”, contro tutto e tutti, anche il sistema organizzativo e la disciplina che si dovevano rispettare nelle bande partigiane.

A inizio 1945 Gino entra a far parte della I Divisione Langhe del Comandante Mauri.

«Nel libro Operazione Balilla, il partigiano Tevere Franco Pellero racconta di un processo a Gino Marzola avvenuto il 13 gennaio 1945, con i comandanti della IV Brigata e lui presente, elencando i capi d’imputazione riassumibili in comportamento scorretto verso il Comando e mantenimento di Banda personale» (Iebole, p. 71).

Nello stesso mese di gennaio una nota del Comando garibaldino ribadisce che il paese di Calizzano è zona d’influenza di Marzola. La cesura, il distacco, si sono ormai concretizzati, il suo ribellismo lo ha condotto troppo avanti. Inoltre, «nessun Comitato può prendersi l’arbitrio di assegnare zona a delle formazioni partigiane se in queste zone già ce ne sono…» (Iebole, p. 109).

La tragedia della sua fine si consuma fra il 6 e il 7 marzo 1945; nel merito, Iebole ha raccolto testimonianze e fonti popolari, delle Brigate Gabribaldi e dei reparti di Mauri (pp. 113/114), che merita leggere nel dettaglio.

Il 21 aprile 1945 la madre e la sorella di Gino ottengono il permesso di riesumare il corpo del giovane «per depositarlo in una cassa di zinco. Sarà adatta per l’ulteriore e prossimo trasporto a guerra finita, per la definitiva tumulazione a Finale Ligure» (Iebole, p. 174), dove il suo corpo riposa tuttora.

Con tono molto umano, lontano dalla durezza di quelle divisioni ideologiche, Ferruccio Iebole così conclude la sua ricerca storiografica: «La vicenda Marzola resta marcata nell’animo di chi l’ha conosciuto e apprezzato il suo comportamento di ribelle e di uomo. (…) La generosità della sua vita nel turbinio del conflitto resta un punto fermo. Le complicazioni politiche posteriori non possono offuscare la sua condotta, tantomeno il suo ricordo di ribelle nel senso più nobile.» (Iebole, p. 188).

Nel mio soggiorno a Finale, ho trovato il suo nome su una lapide alla memoria affissa sulla facciata del palazzo del Comune di Finale Ligure, a destra del portone di ingresso. Si leggono i nomi dei partigiani caduti per la libertà, Luigi Marzola è il primo nome in alto nella colonna di destra. Mi sembra un giusto omaggio alla sua storia personale e politica, tutti possono oggi leggere il suo nome fra i caduti in nome della libertà e contro il nazifascismo.

Ezio Marinoni

Note

1) Presso l’ISREC savonese (Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona) si è costituito un cospicuo fondo intitolato al “Partigiano Ernesto”, i cui primi riferimenti sono disponibili nel sito stesso dell’Istituto: http://www.metarchivi.it/dett_fondi.asp?id=453&tipo=fondi

2) Giangiacomo Feltrinelli nasce a Milano il 19 giugno 1926. Iscritto al P.C.I. dal 1947, si dedica con entusiasmo alla formazione di una biblioteca di storia del movimento operaio internazionale e alla attività editoriale.
Promuove l’esperienza militante e cooperativa “Libro popolare”; nel 1955 crea la G. Feltrinelli editore, sostenuta da una rete di centri di distribuzione. Abbandona il P.C.I. nel 1957, per inseguire la prospettiva terzomondista. Nel 1968, convinto della estensibilità del modello rivoluzionario guerrigliero sudamericano all’Occidente sviluppato, è il primo in Italia a proporre una strategia rivoluzionaria che faccia perno sulla lotta armata. Fonda i Gap (Gruppi di azione partigiana), che richiamano nel nome un’organizzazione militare della Resistenza; stringe rapporti con Renato Curcio e Alberto Franceschini; della collaborazione dei Gap con le Brigate Rosse si ha traccia nell’effimero Nuova Resistenza (aprile 1971, due numeri pubblicati). Il 15 marzo 1972 il cadavere di Feltrinelli, dilaniato da un’esplosione, è rinvenuto ai piedi di un traliccio dell’alta tensione presso Segrate (MI), la sua morte risale alla notte precedente.

Bibliografia

Ferruccio Iebole, Gino Marzola: il mito e la realtà di un partigiano del finalese, Sabatelli, 2014


Avatar

Ezio Marinoni

Torna in alto