A Dubai le case – qui si parla di building – spuntano dalla sabbia come in estate, a Calizzano, i funghi nei boschi dopo due giorni di pioggia. Solo che qui non ci sono boschi, non c’è profumo di castagni bagnati e non piove quasi mai. C’è una terra color polvere, piatta e increspata dal vento; sopra quella terra arida crescono torri, svincoli e palazzi; strade, laghetti, prati, giardini.
di Paolo Geraci
Dove sei passato un anno prima e c’era il nulla, oggi trovi un quartiere. Non una casa, un quartiere intero, quasi terminato. Vien da pensare alla Milano della via Gluck, Sanremo 1966: Là dove c’era l’erba ora c’è… una città! Ma qui ci sono piscina, laghetto, verde, vialetti, custodi h24, portoni scorrevoli in cristallo, pulitissimi; e nomi evocativi di una tradizione inventata: Myrtle, Freya e altri così. Sì, perché qui perfino i palazzi vengono battezzati in fretta, come bambini nati prematuri ma già iscritti all’anagrafe del mondo. E le mappe, che altrove arrivano sempre tardi, qui sembrano avere il dono della profezia. Il satellite sa già e il tassista lo segue. Il percorso è già tracciato, il building e il suo quartiere sono accettati prima ancora di essere abitati.
Dal cielo, quando l’aereo sta per atterrare, Dubai mostra la sua idea di ordine: strade diritte, isolati quadrati, geometrie da Roma antica. Cardo e decumano, ripetuti all’infinito, come moduli replicanti. E sabbia, cemento, asfalto. Il deserto può essere dominato.
Negli svincoli, tra i piloni e le rampe, fioriscono petunie. Non arbusti del deserto, non sterpi resistenti alla sete. Petunie rosa, viola, bianche, delicate come nei giardini delle nostre case. Tenere, domestiche, fuori luogo come tovaglie ricamate in una caserma, ma fieramente ostentate. Sono fiori impostati alla disciplina. Ogni piantina cresce in un labirinto ordinato di irrigatori; ogni tubicino ha il suo ugello, ogni ugello probabilmente il suo uomo “di guardia”. Basta che uno si otturi, e in due giorni la sabbia torna a dire la sua. E quando la sabbia parla, non alza mai la voce: copre. Qui la natura non è domata; è semplicemente tenuta a bada, sotto controllo continuo.
Gli invisibili- I cantieri non dormono mai. Gli uomini che costruiscono questa città sembrano venire da un altro tempo. Lavorano in squadre di giorno e di notte. Li vedi comparire all’alba, a mezzogiorno e al tramonto, dai pullman bianchi, tutti uguali, che li scaricano davanti ai cantieri come navette sincronizzate con i turni di lavoro. Scendono in fila silenziosa, ciascuno con il suo elmetto, la tuta, le scarpe antinfortunistiche, il fazzoletto in testa anti-calura e, quasi tutti, con un solco lungo il viso, come una specie di sorriso. Con la misera “pietanziera” di Marcovaldo, e l’inseparabile cellulare, unico legame con la famiglia lontana. Pakistani, bengalesi, nepalesi, indiani. Una geografia intera dell’Asia povera trapiantata nel Golfo, come se qualcuno avesse preso villaggi interi e li avesse seminati dentro il cemento, dentro questo miraggio verticale da costruire per altri, sconosciuti.
Le squadre di notte si concedono ogni tanto canti della loro terra mentre lavorano alla luce potente dei riflettori. Sì, di notte – dai piani scheletrici dei building – capita di sentir cantare. Qualche voce si alza da un’impalcatura, una melodia che viene da lontano, da un villaggio – forse – ai piedi dell’Himalaya; o da una risaia del Bangladesh. In quel momento la coscienza ti si smuove, si commuove. Anche Dubai sa ospitare sentimenti di umanità.
Ahmed ha vent’anni e cura i giardini. Ha mani sottili da ragazzo e occhi già vecchi. Parla un inglese stentato che mi pare assimilabile al latino storpiato degli immigrati dalle periferie dell’Impero, appena arrivati nella Roma caput mundi. Parla della madre malata rimasta in Pakistan e dei soldi mandati a casa ogni mese, come si manda acqua a una terra che non deve seccarsi. Sorride spesso, ma con quella specie di prudenza di chi sa che la felicità, per la gente come lui, è un lusso amministrativo: basta un visto non rinnovato, una febbre, un incidente, e si torna indietro.
Saad, di anni ne ha trentadue e ha lasciato due bambini in un villaggio che non si trova sulla carta geografica, ma che per lui è il centro del mondo. Qui si guadagna la vita come operatore specializzato in gru. È un signore: fa caldo, ma manovrare la gru con il telecomando è grande responsabilità e lieve fatica.
Poi c’è Tamang, il nepalese della piscina vuota. Dodici ore seduto sotto un ombrellone grigio, con blusa gialla e calzoni rossi, divisa d’ordinanza per tutti i lifeguard di questo Emirato; bagnini di una riviera che non esiste. Sorveglia una piscina perfetta dentro un parco ancora in costruzione, tra building abitati e altri che stanno nascendo. Un’ora di viaggio per arrivare. Un’altra per tornare in un nulla senz’anima, stravolto dal sonno e dalla stanchezza. Poi dormire. E poi ricominciare. Milleduecento dirham (trecento dollari) al mese, alloggio – poco più di un pagliericcio – gratis. Una somma che qui evapora in una cena per due al ristorante e che invece, laggiù, nel suo villaggio, significa scuola, medicine, riso, sopravvivenza. Nell’acqua della sua piscina, quasi nessuno. Forse nessuno per giorni interi. Ma lui resta lì, immobile, come un guardiano rituale incaricato di proteggere non le persone, ma l’idea stessa del lusso. La piscina deve esistere. Come tutto qui: non per essere usato, ma per dimostrare qualcosa. Dubai è una città costruita da uomini che non la abiteranno mai. Qualcuno sogna e qualcun altro regge il sogno.
Le sirene e la hybris- Ma tutto questo — i building, le luci, i laghetti, le Rolls Royce parcheggiate davanti agli hotel — ha qualcosa di fragile, nell’anima. Come certi uomini troppo ricchi che hanno paura dei loro stessi pensieri e si circondano di cicisbei compiacenti.
Scene di un’apocalisse annunciata, di un Titanic che affonda con l’orchestra che ci accompagna… E la ragazza di prima classe, / innamorata del proprio cappello, / quando la sera lo vide ballare lo trovò subito molto bello… Su questo mare nero come il petrolio / ad ammirare questa luna metallo / e quando suonano le sirene ci sembra quasi che canti il gallo.
Le sirene hanno cominciato a suonare anche qui ai primi di marzo. Non quelle delle navi da crociera, quelle della “guerra”. Inaudito! La guerra nel Luna Park? Una nuova attrazione? Quelle sirene che all’improvviso ricordano agli uomini che il mondo non è un parco-giochi, non una cassaforte privata.
Per qualche settimana Dubai ha avuto paura. Una paura vera, anche se trattenuta. Eppure, quasi subito dopo il primo allarme, su molti building, ai balconi, alle finestre, perfino lungo le grandi arterie, sulle enormi vetrine commerciali, sono spuntate bandiere degli Emirati. Ovunque. Bianche, rosse e verdi come la nostra italiana, ma con in più il nero. Questa è forse la prima cosa che colpisce ancora oggi: bandiere dappertutto, anche gigantesche, tese nel vento caldo del Golfo come se la città, improvvisamente, avesse sentito il bisogno di ricordare a sé stessa di essere una nazione e non soltanto un gigantesco mercato.
Le sirene si sono portate via – immediatamente – una bella fetta di ricchi, festaioli, malfattori e gaudenti, Gente de Lûgan facce da mandillä. Sono spariti certi turisti ingombranti, certi traffici opachi, certe facce da impuniti. Meno supercar sulle strade. Meno ostentazione. Insomma, hanno fatto una bella scrematura e il traffico è diminuito, i cantieri hanno rallentato, i poveracci sono rimasti, ma molti sono stati mandati a casa.
È la fine di questa Roma di un Impero in ascesa o in decadenza? Di questa bolla che attrae da ogni parte del mondo, bravi e cattivi, ricchi, capaci e fannulloni, Seneca e Trimalcione? È sembrato così e molti ci hanno anche sperato, forse.
Muda Mudassir, il mio amico capo-cameriere del Caffè Urth a City Walk mi scriveva, giusto il 3 marzo: “Hi, I’m good and the situation wasn’t good but now life is going back to normal. … Don’t worry, life is normal & even the Royal visiting mall.” Messaggi prudenti, rassicuranti, per un padre in ansia per il figliolo stanziato con famiglia a Dubai, per lavorare sodo.
“Life is normal.” In Medio Oriente tutti imparano presto questa frase. Life is normal. La vita è normale, anche quando non lo è affatto.
E infatti basta poco per capire che tanto normale non è. Quando c’è aria di attacchi, pare che il GPS vada in confusione. Le mappe si confondono, l’automobile sembra viaggiare nel mare o nel deserto, il puntino satellitare impazzisce, gira, salta, arretra. In una città che vive di tecnologia, coordinate, algoritmi, percorsi ottimizzati e controllo assoluto dello spazio, è quasi comico vedere il navigatore perdere la bussola come un vecchio marinaio ubriaco. Anche il cielo digitale, qui, può essere oscurato.
Alti e bassi. Ci si abitua a tutto. E il 12 maggio, finalmente, siamo venuti qui a vedere, capire, se mai ci sia qualcosa da capire. Gli affitti brevi delle case sono crollati. Questa la prima impressione.
Muda ci aspetta nel suo Caffè e mi abbraccia fraterno. È sposato senza figli – e questo è il suo cruccio – e guarda il mio nipotino con occhi pieni di tenerezza e di aspettative. Non mostra timori per il cambio di scenario, anche se accenna a un’economia in difficoltà. L’economia, la sua, delle piccole grandi cose: molti lavoratori stranieri costretti a rimpatriare, meno clienti da servire, ma in compenso… traffico più scorrevole e taxi più liberi.
A Calizzano non è suonata la sirena, ma sembra che non sia piovuto tanto e i funghi crescono a ritmo rallentato. Anche lì la vita sembra normale.
Il Burj Khalifa, specie di parafulmini di quasi un chilometro di altezza, domina la città come un dito puntato contro Dio. Una sfida verticale, audace o irresponsabile testimonianza di hybris? Non è chiaro se sia stato chiuso dopo la prima sirena. Le bocche sono cucite. Ma ora è apertissimo. Non appare più illuminato con le luci sgargianti e fantasmagoriche della belle époque di tre mesi fa. Meno colori, forse, meno ostentazione. Come se anche lui avesse capito che in certi momenti è meglio non attirare troppo l’attenzione del destino.
Certo – come mi scriveva Muda – la Royal family ci si reca per ostentare sicurezza, ma la gente non ama più tanto passeggiare alla base di un simile parafulmine, troppo esposto agli umori degli dei
Il cugino del Burj, quello a forma di vela (Burj Al Arab Jumeirah), altra icona del Luogo, pare che sia un po’ acciaccato; dicono sia in ristrutturazione per un po’ di mesi. Non ho verificato, e mi guardo bene dal farlo; per ora, preferisco parlare con il mio bagnino nepalese e con Muda davanti a un caffè. Reporter di guerra da strapazzo, mica come la Gruber ai tempi d’oro o Domenico Quirico sulle pagine de La Stampa, oggi!
Il sole splende, il cielo è azzurro, spazzato da un vento calmo e caldo. La solita meraviglia di un maggio sui quaranta gradi. Certo si vedono in giro meno Rolls, meno Lamborghini, meno Ferrari; ma forse è solo un’impressione. Non pare più tempo di vanità, di tracotanza cieca (hybris appunto). Le sirene sono state forse una benedizione per chi stava perdendo il senso del limite. Per chi, ignorando il motto biblico “memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris” (“Ricorda, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”), dalla polvere del sottosuolo ha estratto la ricchezza del petrolio, ma ha dimenticato che proprio lì – prima o poi – dovrà saldare i conti con dio, qualunque esso sia.
Ma prima ancora che con il grande Allah, i conti andranno saldati con gli altri umani che hanno fatto la stessa cosa nelle loro polveri desertiche.
Il ritorno di Odisseo- Per ora tutto bene, quindi, dal fronte di Dubai. Life is normal.
La mia impressione è addirittura che i residenti si stiano riappropriando della loro città; se la stiano godendo senza il traffico esagerato e gli ingorghi e i ritardi dei taxi, introvabili ieri, e oggi disponibilissimi. Insomma la Dubai di questo mese di maggio, dimenticando lo spettro delle sirene, silenti da settimane, è tornata quella di una decina di anni fa, o forse anche venti. Ma con le strutture “fantasmagoriche” cresciute in questi decenni. In fondo Dubai è anche un po’ casa mia e in questo mese di maggio in cui mi sento Odisseo tornato a Itaca, mi pare che i Proci se ne siano andati e la mia isola sia tornata come l’avevo conosciuta anni fa.
Perché il problema di Dubai non è il lusso. Il lusso esiste da sempre. Il problema è la sensazione che qui l’uomo abbia creduto davvero di poter correggere il limite. Di poter negoziare con il deserto, con il clima, con la storia, persino con Dio. Sta nascendo finalmente, a velocità incredibile, anche una provvidenziale rete di metropolitana sopraelevata, attesa da anni per alleggerire il carico delle strade. Singolare tempismo: proprio mentre Dubai sembra tornare a occuparsi di una necessità concreta e collettiva — far circolare gli uomini — invece che inseguire nuove provocazioni al cielo, ecco arrivare le sirene, quasi un richiamo degli dèi contro l’antica hybris. Vedremo.
Il sole splende, i condizionatori ronzano, i building crescono ancora, le piscine sono disabitate, ma aperte.
Finché un’altra sirena potrebbe svegliarmi dal sonno quieto e ricordare a tutti che anche il deserto, prima o poi, si riprende la sua sabbia. Anche l’antica Roma è sprofondata nella polvere, sebbene avesse basi molto più solide di Dubai.
Perché il deserto – come la storia – ha pazienza. È questa la sua forza. Aspetta sempre.
Paolo Geraci
