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Niente sarà più come prima: chiese vuote, cimiteri pieni, ospedali che tracimano

Chiese vuote, cimiteri pieni, ospedali tracimanti, terapie intensive insufficienti, saracinesche chiuse in strade deserte e silenziose, tutti annichiliti nello scorrere del tempo incollati a finestre, telefoni e  schermi, inquieti verso la sospirata incerta riapertura nella convinzione che “nulla sarà più come prima”. Ma, basta una pandemia virale per “cambiare tutto”?

di Francesco Domenico Capizzi*

Il prof. Francesco Domenico Capizzi, autore dell’articolo, tra gli amici del dr. Michele Del Gaudio, ex giudice del tribunale di Savona e scrittore

Per “cambiare” non sono bastati 8 milioni e mezzo di morti annui per la pandemia neoplastica, 40 milioni per la fame (75% della mortalità generale), 7 milioni per l’inquinamento atmosferico, centinaia di migliaia per le 35 guerre attive nel mondo, le migrazioni forzate, la povertà, la miseria, il miliardo di denutriti e senza futuro…! (The Lancet, OMS 2019).

Forse la vera speranza recondita consiste, semplicemente, nell’attendere che i tanti rigagnoli, ora dispersi, riprendano a defluire nel solco della consuetudine quotidiana?  E dunque gli applausi, i canti, gl’inni, le bandiere, la comunione d’intenti, la solidarietà, l’orgoglio e l’unità nazionale di fronte al pericolo, la lotta e la “presa di coscienza collettiva”…? Si restringono, si dissolvono, evaporano, “lasciano le cose come stavano prima”?

Va risorgendo, intanto, un’interpretazione pessimistica della realtà oscillante fra moralismi conservatori e ingiustificate ostilità e straripanti scontrosità distruttive verso le più disparate direzioni, lambendo il senso del “qualunquismo” post-bellico, mentre tarda la svolta epocale di cui tutti, cittadini e istituzioni, abbiamo im­pellente necessità.

Una svolta perché effettivamente “nulla rimanga come prima”, una speranza di progresso che riscopra e indirizzi uno spazio interiore di ognuno verso tutti, nessuno escluso, consapevoli, finalmente, delle debolezze intrinseche dell’Esistenza avendo sperimentato le distanze che ci separano dal paradiso terrestre.

Una svolta che, per realizzarsi, richiede la valorizzazione e l’introiezione di particolari virtù desuete, in larga parte ignorate ed obliterate, ma esemplari perché ispirate a testimonianze, microstorie, atti, immagini e metafore che appartengono alla nostra Cultura, alla nostra Storia di cui spesso ci gloriamo: l’umanesimo liberale di Erasmo da Rotterdam quando dichiara la sua avversità alla guerra, nonostante i diffusi pruriginosi entusiasmi per l’uso crescente della polvere da sparo, e quando apostrofa Giulio II, a Bologna con la spada nel pugno, come “alter deis…che si atteggia a Cesare” e stigmatizza il suo successore, Leone X, come “peste della cristianità”.

Il 19 gen­naio 1543 a Milano gli scritti di Erasmo bruceranno con quelli di Lutero. (Giulio, S. Seidel Menchi, Einaudi 2014); la coerenza di More contro lo scisma voluto da Enrico VIII. Canonizzato dalla Chiesa cattolica, è fra i Martiri della Chiesa anglicana (Tommaso MoroUmanista e Martire, L. Bouyer, Jaca Book 1994); il coraggio di Lutero, “cinghiale nella vigna del Signore”, che dichiara papa e cardinali “colpevoli di rubare i frutti del sudore alla povera gente in favore di milizie, bombarde e cavalli” (Discorsi a tavola, D. Cantimori, Einaudi 1969); l’arditezza di Galileo nell’invitare il cardinale, poi dichiarato santo, Roberto Bellarmino al cannocchiale allo scopo di esaltare la teoria coperni­cana in contrasto con la teologia agostiniano-tomistica  (Qualità, quantità e altre categorie della Scienza, David Lerner, Boringhieri 1977);  la genialità di Brunelleschi che “fece sì che il Cielo sopra la cupola subisse invidia ché continua a bersagliarla con saette, credendo che la sua fama abbia vinto l’altezza dell’aria” (La Cupola del Brunelleschi, G. FanelliMandragora 2004); la franchezza consapevole di Haydn nel comunicare ad Estherazy l’intenzione di comporre e suonare al di fuori della corte, ricevendo in risposta un “calcio nel sedere” e l’ordine di lasciare subito il castello di Eisenstadt (Storia della Musica, Società Italiana di Musicologia, EDT 1977); l’umiltà di Bach allorché si reca a piedi da Lipsia a Lubecca per incontrare Buxtehude, il più grande organista dell’epoca, ma, pur affascinato dalla sua arte, rifiuta sua figlia in sposa e il titolo di maestro di cappella; l’arditezza di Mozart di fronte ai cortigiani viennesi, decisi a contra­starlo, che denunciano a Giuseppe II “l’uso di troppe note” ne Il flauto magico e la sua critica esecrabile a Gluck: avreb­be provocato avversione a tradizioni e gerarchie; il nonconformismo di Chopin per le ripetute “dissonanze che oltrepassano i limiti della convenien­za” inutilmente fattegli rilevare dall’amico Fontana come inopportune nel contesto alto-borghese-aristocratico: per decenni le dissonanze dell’incipit della Prima ballata furono trasformate, per opportuno conformismo, in prevedibili quarte e seste; l’abnegazione di Virkow che, nello scontro con Bismarck, rifiuta di essere reintegra­to nella Cattedra di Patologia dell’Università di Berlino per dedicarsi alla Medicina sociale; la coerenza di Toscanini quando, la sera del 15 maggio 1931 nel Teatro comunale di Bologna, aggredito e schiaffeggiato da gerarchi del regime si rifiuta di dirigere “giovinezza” e l’inno reale (Lo schiaffo a Toscanini in fascismo e cultura a Bologna, L. Bergonzini, Il Mulino 1991); l’anelito alle libertà democratiche di Solzzenicyn nonostante decenni di lavori forzati, esilii ed un subìto tentativo di avvelenamento (Una giornata di Ivan Denisovic, Garzanti, Milano 1963; Il cervo e la bella del campo, Una candela al vento, Einaudi 1970); papa Giovanni XXIII che, annunciando il Concilio la sera dell’11 ottobre 1962, dichiara nella piazza straripante: “La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi diventato padre per volontà di nostro Signore”; la determinazione di Robert Kennedy, il 18 marzo 1968 nell’università del Kansas, affermando che “…il Pil misura tutto eccetto quanto rende la vita degna di essere vissuta”; la compassione del Samaritano nella sua azione profondamente umana, libera, solidale e gratuita (Luca 10, 25-37); il coraggio del medico bielorusso Bandazhevsky nel denun­ciare i danni subiti dai bambini dopo Chernobyl, nonostante la repressione del regime; e ancora i sacrifici di Giordano Bruno, Giacomo Matteotti, dei ragazzi della Rosa Bianca, di Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Etthy Illesum, Mahtma Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela la generosità di innumerevoli operatori di giusti­zia e di pace che hanno testimoniato ed agiscono  quotidiana­mente nel silenzio e nel travaglio delle proprie coscienze.

Francesco Domenico Capizzi

* Già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia Generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna. Tratto da ‘mente &politica’

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