Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Giuanin Lanteri (1935–2026) pastore brigasco. Ha vissuto la transumanza dei secoli passati. Un personaggio da libri di storia. Il suo formaggio era una magia


Conobbi Giuanin trent’anni fa, a passo Garlenda, “in Ghìzzaiora” come dicono in alta valle. Era lì con la sua “sciorta di fèe” brigasche e con i suoi cani, furbi e devoti.

di Roberto Amoretti

Giuanin Lanteri -tra i pastori resilienti alla via d’estinzione- con l’architetto Roberto Amoretti, un’amicizia da transumanza  (foto Massimo Ciricillo)

Occhi azzurri e consapevoli, che ti leggono dentro, senza metterti in soggezione ma senza errore: “buongiorno” – “bungiùrnu à vùi”, mettiamo subito da parte l’italiano e proseguiamo con la parlata dei nostri vecchi: “de che génte ti sèi?” mi chiede, e non è una domanda “razzista” ma, in un mondo dove la Comunità di provenienza (non l’appartenenza partitica, né tantomento il tifo calcistico) è fondamentale per collocare le persone, serve per dare una prima “annusata” all’interlocutore.

Gli dico la provenienza della mia famiglia paterna e di quella materna e lui, che passò  molti inverni con il proprio gregge agli Avreghi di Cipressa, cominciò a snocciolare fatti e persone della valle del san Lorenzo: un database formidabile (altro che facebook)!

Classe 1935, pastore da sempre come i suoi antenati, che provenivano da Briga (odierna La Brigue), non si è mai sposato, ma era circondato dall’affetto del fratello Quinto (con la moglie Lena), delle sorelle e dei tanti nipoti.

Viveva come i pastori transumanti dei secoli passati, muovendosi in base alle stagioni e alle esigenze del gregge: d’inverno a Grattino (“in tu Vallùn”), poi ad aprile la tosatura, una vera festa, con tanti amici che giungevano anche da lontano per dare una mano (tra i tanti mi piace ricordare i pastori Valentin Lanteri e Piero Alberti, amici fraterni), e si finiva sempre in allegra tavolata, con i ravioli, il coniglio e le altre prelibatezze preparate con cura da Lena e dalla figlia Ivana.

Qualche giorno dopo la tosatura le pecore salivano in Drego (in “ciàn Curùmbu”). Sarebbe sbagliato dire “venivano portate”, in realtà erano loro che decidevano, quando l’erba diventava meno tenera e iniziava a scarseggiare, che era il momento di spostarsi più in alto. Allora le più anziane prendevano sicure il sentiero e iniziavano a salire, seguite con calma dalle più giovani, al suono dei “picùn”.

Quando anche in Drego (quota 1.000 mt. s.l.m.) cominciava a fare troppo caldo, le brigasche di Giuanin partivano in direzione del Saccarello e, dopo una giornata di cammino, si fermavano nel “ciòttu de Giàire” (1.650 mt.), dove una antica “vastera” le ospitava.

La giornata di Giuanin era scandita dal sole, aveva l’orologio al polso ma non lo guardava quasi mai e, quando a ottobre tornava l’ora solare, non aveva bisogno di spostare le lancette perché l’ora legale non l’aveva impostata… Una volta gli chiesi come mai non impostava mai l’ora legale, e lui mi rispose serenamente: “le pecore guardano il sole, non l’orologio”, ineccepibile!

Al mattino, di buon’ora, si munge (mungere una pecora non è semplice come mungere una capra, provare per credere!), poi le pecore escono a cercare l’erba buona e brucano tutto il giorno all’aria aperta, 365 giorni all’anno (una giornata chiuse in stalla la passano molto raramente). Il risultato è eccezionale: un formaggio molto saporito, che profuma di erbe e fiori alpini.

Alla sera si torna all’ovile, si munge nuovamente e, terminata la mungitura, Giuanin prepara la cena, pensando sempre prima ai fedeli cani, che hanno passato la giornata accanto a lui, pronti a scattare quando il gregge tende a disperdersi troppo.

Dopo cena la magia del formaggio: lo osservo attentamente, in ogni suo gesto una cura e un’attenzione massima, gesti affinati nei secoli (millenni?!) che trasformano il ricco latte ovino in formaggio e ricotta (che col tempo diventa il saporito “brussu”).

Sarebbe una lezione interessantissima da inserire nei programmi scolastici invece, a parte isolate iniziative di coraggiose maestre locali, questo saper fare non è stato trasmesso.

E’ curioso notare come la nostra società privilegi messaggi effimeri, e releghi in posizione marginale, folkloristica e “in via d’estinzione” questa attività produttiva primaria ad altissimo rendimento, in quanto trasforma i fili d’erba (gratuiti e disponibili in grandi quantità ogni nuova primavera) in latte, formaggio, carne e lana.

Conosciuto e rispettato da tutti in valle, Giuanin mi raccontò che il sig. Toscano (detto “l’American” perché fece fortuna in sudamerica) proprietario della conca di Monesi, gli voleva bene e, senza alcun contratto, ma semplicemente “sulla parola”, gli concesse sempre i pascoli alti, i migliori: dal ciottu de Giaire alle Scarette, dal cian de Ghizzaiora alle schiene de Fruntè.

I figli dell’American, Terenzio (non più in vita) ed Enrico (87 anni, cittadino di Alassio), due galantuomini che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, mi confermarono questo “rapporto privilegiato” da loro sempre onorato, nonostante le offerte sostanziose da parte di altri pastori molto più forti economicamente.

Questo rapporto privilegiato fu sempre confermato anche dalla nuova proprietaria Tiziana Sabato (prematuramente scomparsa pochi anni fa) che, affettuosamente, mi chiedeva sempre notizie di Giuanin e quando io, un po’ per scherzo un po’ sul serio, le dicevo che stavamo programmando un ritorno estivo sui pascoli alti, lei annuiva sorridendo…

Roberto Amoretti


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