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Liguria e Basso Piemonte

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Il Secolo XIX, il ponte Morandi e la “Liguria che verrà”. Purtroppo non abbiamo imparato niente


C’è un dettaglio, in quell’inserto patinato che il Secolo XIX ha pubblicato sabato 15 agosto 2026, che non è una svista ma una scelta editoriale precisa, e vergognosa.

di Alessandro Dighero

Esce nei giorni in cui lo stesso giornale ricorda la tragedia del Ponte Morandi, quarantatré morti il 14 agosto 2018, e il giorno dopo, invece di chiedersi se abbiamo davvero imparato qualcosa, propone un futuro fatto di droni, tubi di vetro sul mare, macchine che scavano e opere che avanzano.

Io una domanda ce l’ho: che cosa abbiamo imparato, in otto anni?

La risposta è semplice: niente.

Il primo atto formale nato dal crollo è il Decreto Genova, convertito nella legge 130 del 2018, da cui nasce un programma straordinario di investimenti per il porto e le relative infrastrutture. Dentro quella stessa stagione di risorse e decisioni trovano posto la Nuova Diga Foranea e il Tunnel Subportuale: opere inserite nel percorso di ricostruzione e sviluppo seguito al crollo del Morandi.

Cominciamo dal Tunnel, quello che nell’inserto viene raccontato attraverso la talpa, la tecnologia e la promessa di una nuova mobilità. Il lotto principale, del valore di circa 803 milioni di euro, è stato assegnato a Webuild con un’unica offerta.

Un solo concorrente per un appalto da ottocento milioni di euro pubblici: è un dato che meriterebbe almeno una domanda, non necessariamente un’accusa, ma una domanda sì. Invece nell’inserto c’è la talpa: la talpa che scava, che avanza, che viene trasformata nella protagonista di una storia epica, quasi fosse stata mandata a salvare Genova.

Il Tunnel, però, non sarà percorribile prima del 2032, forse del 2033, mentre altre opere annunciate nello stesso pacchetto post-Morandi si sono allontanate nel tempo o sono finite fuori dal racconto. La Gronda di Ponente resta lontana dopo anni di rinvii, lo Skymetro è stato respinto dal Consiglio Superiore dei Trasporti Pubblici, dopo una lunga opposizione civica, e la galleria ferroviaria sotto la Lanterna, a San Benigno, risulta realizzata appena al dieci per cento.

Ma veniamo alla Diga, perché è lì che la domanda diventa inevitabile: quella lezione, sulla Diga nata dal Morandi, l’hanno applicata?

Il Morandi crollò anche perché gli allarmi sulla manutenzione non furono ascoltati per tempo, perché il monitoraggio contava meno dell’inaugurazione, perché si preferiva credere che tutto fosse sotto controllo invece di verificarlo davvero. E sulla Diga sembra ripetersi lo stesso film, con una scenografia più moderna e un vocabolario più tecnologico.

A maggio 2023 venne celebrata la posa della prima pietra quando il decreto di ottemperanza ambientale non era ancora arrivato. Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici aveva già indicato come essenziali i campi prova, perché nessuno aveva mai costruito un’opera simile su fondali profondi cinquanta metri. Eppure, mentre le verifiche risultavano ancora incomplete o oggetto di rilievi, i cassoni continuavano a essere affondati.

Il CNR-IGAG aveva sollevato dubbi sulla vicinanza dell’opera ai canyon sottomarini del Polcevera e del Bisagno, chiedendo un monitoraggio sismico serio. Quella prescrizione fu poi considerata ottemperata da una Commissione Tecnica VIA che il CNR non aveva validato. L’ANAC segnalò inoltre criticità nella procedura di gara.

A fine 2025 risultavano posati appena quindici cassoni sui novanta previsti; uno dei primi era disallineato di un metro e sessanta e doveva essere risollevato e riposato. Intanto 163 milioni di euro restavano bloccati perché i sistemi di monitoraggio strutturale e ambientale non erano ancora pienamente operativi. Documenti successivi hanno continuato a richiamare la necessità di accompagnare le attività della Diga con sistemi di monitoraggio ambientale e strutturale adeguati.

E c’è un altro elemento: dal luglio 2025 la Diga è stata inserita tra le infrastrutture dual use, civili e militari, potenzialmente utili allo sbarco di portaerei e truppe. Nata da un lutto civile, diventa anche un’infrastruttura strategica. Nell’inserto sulla “Liguria che verrà”, però, non c’è una riga per dirlo.

E allora il metodo appare chiarissimo:

Si annuncia tutto.

Si celebra tutto.

Si promette tutto.

Si controlla dopo.

Si rinvia quando serve.

Si tace quando conviene.

E si chiede ai cittadini di applaudire.

Chi ha autorizzato, certificato, affidato e celebrato queste opere ha responsabilità precise e prima o poi dovrà risponderne davanti ai cittadini, non davanti a una fotografia inaugurale.

Chi è intervenuto in quelle pagine avrebbe potuto mettere competenze e autorevolezza al servizio dei cittadini, proponendo contenuti sulla prevenzione, sulla sicurezza, sulla manutenzione, sui controlli e sul bene comune. Nessuno mette in discussione le competenze: proprio per questo è sconcertante che siano state usate soltanto per celebrare progetti, cantieri e immagini, come se l’opera mostrata bastasse a dimostrarne l’utilità.

Una talpa può anche farvi eccitare, nella speranza che l’entusiasmo contagi i lettori e che qualcuno raggiunga l’orgasmo davanti all’ennesimo cantiere venduto come progresso. Ma ai cittadini non servono orgasmi da inaugurazione: servirebbe una comunicazione capace di offrire strumenti per capire e giudicare.

Invece è una comunicazione imbarazzante, che mette i cittadini davanti a una vetrina in cui tutto è già deciso, tutto è già bello e tutto merita soltanto un applauso. Ma la comunicazione ha delle regole: deve informare, offrire strumenti per capire e lasciare spazio al giudizio.

Quando si limita a celebrare, non è più comunicazione.

Il debito verso i morti del Morandi non si onora con un inserto patinato né con una talpa trasformata in mascotte.

È propaganda con il lutto sullo sfondo.

Alessandro Dighero


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