Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il Centro trapianti sepolto e trapianto negato
Carmen, sola, lavorava in trattoria. Morta al San Paolo, colletta per la sepoltura a Finale
Il giallo politico sulla sorte del prof. Valente


La giovane vittima dell’incredibile vicenda, descritta nel libro del giornalista Camillo Arcuri, si chiamava Carmen G. abitava, sola, a Finalborgo e lavorava in una trattoria del posto. La sua fine è dovuta in gran parte proprio al fatto di essere senza nessuno e povera in canna. Al momento della morte, all’ospedale San Paolo di Savona, hanno dovuto fare una colletta per la bara, dopodiché il Comune di Finale Ligure ha concesso un pezzetto di terra per la sepoltura. Per la stessa ragione, di soldi, non ha avuto post mortem un avvocato, né un consulente scientifico.Tanto che il prof. Umberto Valente ha fatto ora una controperizia volontaria, forse non prevista dalla procedura, ma comunque utile a rompere il fronte peritale. Lo scopo di Arcuri è mettere in luce il degrado di un sistema, quello sanitario, troppe volte ostaggio di interessi estranei alla sua stessa ragion d’essere che è di soccorrere in tutti i modi chi soffre. Chiunque sia. Ricco o povero.

Nelle pagine il lettore noterà che l’autore evita intenzionalmente di citare, o rendere riconoscibili, non poche persone in vario modo partecipi dei fatti narrati. A cominciare dalla principale protagonista, la vittima, di cui si tace il cognome per rispetto della volontà di sua madre; lo stesso con testimoni che chiedono di non essere nominati, o con privati cittadini, sfiorati da ombre e dubbi, talora indagati, mai colpiti però da sanzioni giudiziarie quali responsabili di azioni illecite in questo contesto. Diverso è invece rapportarsi con figure pubbliche, quali esponenti politici o rappresentanti a vario livello della comunità. In questo caso risponde all’interesse generale sapere come la persona in questione abbia interpretato il mandato ricevuto, insomma capire se merita la fiducia concessagli attraverso il voto o la nomina. Chi ha l’ambizione di rappresentare la collettività, è chiaro che si sottopone al giudizio dell’opinione pubblica e deve accettare dei limiti alla propria privacy. Insomma non può godere della stessa riservatezza cui ha diritto un privato qualunque. La scelta dell’autore non vuole essere comunque “giustizialista”, ma coerente con lo spirito stesso del libro, che non risponde a fini scandalistici, come mettere alla gogna qualcuno per eventuali errori o peggio.

ANTEPRIMA – UN SISTEMA IMPAZZITO 

Camillo Arcuri giornalista e scrittore, 87 anni, una tenacia di ferro, rigoroso e dalla parte dei più deboli o indifesi

Chi si informava, scorrendo i titoli dei giornali poteva credere che si trattasse di una disputa tra medici. C’era la corsa alla direzione del Centro trapianti della Liguria, e che non mancassero colpi bassi si intuiva, ma niente di più. Ancora adesso pochi conoscono la faccia nascosta di questa ulteriore storia di malasanità, più precisamente malapolitica sanitaria, finita nel modo peggiore: con la distruzione di un centro di chirurgia avanzata, presidio salvavita di un’intera regione, e con la morte di una giovane ammalata. Il caso, alimentato dalle ingerenze del Palazzo nelle sale operatorie, è rimasto coperto, senza una spiegazione plausibile; e come in un legal thriller irrisolto, l’eventuale detective comincerebbe dalla figura della vittima. Chi era, che cosa sappiamo di lei?

Il suo nome, Carmen, escluso ogni richiamo a omonimie melodrammatiche, suonava conosciuto solamente nel reparto nefrologia, malattie renali. Fuori dal padiglione ospedaliero non sembrava quasi esistere: nessuno la cercava, nemmeno sua madre che, dopo la separazione quindi la morte del marito, l’aveva lasciata coi nonni, a dodici anni, e ignorava dove fosse e come se la cavasse quella figlia lontana, da tempo in dialisi. L’anonimato assoluto, l’assenza di legami, di un ambiente familiare protettivo, non sono estranei all’ingiusta fine di questa giovane sola, oggetto sacrificale di un assurdo rito di potere, consumato sull’altare del moloch sanitario. La sua tragica sorte di degente, di malata grave in attesa di un trapianto, infine negato, segna a Genova –come a Milano, esempio di segno opposto, la clinica degli orrori, dove persone anziane venivano invece operate senza motivo, se non quello di produrre parcelle– l’abisso in cui rischia di precipitare un sistema che in teoria dovrebbe tutelare il bene comune della salute. A cominciare dai più deboli.

Il contesto è sempre quello dell’incerto confine tra interessi generali e particolari, dei rapporti trasversali tra camici in carriera, manager pubblici e stanze dei bottoni. Da qui le quotidiane puntate delle cronache italiane sugli scandali: le scelte pilotate come regola, il silenzio sottomesso come obbligo, gli infiniti compromessi del così vanno le cose. Basta poi una registrazione carpita durante certe direzioni strategiche o accademiche contrassegnate dalla volgarità del linguaggio, per far sussultare, rivelando un sistema dilagante da Nord a Sud, in sedi decisionali dove si governa una sanità ridotta a mercato. Non è assolutamente un caso, anzi, che i luoghi di cura degli infermi si chiamino ormai “aziende ospedaliere”, mettendo al primo posto, anche nominalmente, gli interessi economici. Sì, ma quali? E chi stabilisce a quanto ammonta il valore di una vita, al di là del cosiddetto capitale umano stabilito dalle tabelle assicurative?

Quando la madre di Carmen G., unico familiare recatosi al suo capezzale in extremis, ha domandato che cosa stesse succedendo, il perché dei tanti disperati appelli telefonici rivolti dalla giovane dopo il suo trasferimento da Genova a Milano, le è stato riferito che quello di sua figlia era un caso senza speranza, fegato e rene gravemente compromessi, da sostituire forse con un doppio trapianto, rivelatosi però impossibile. Era una verità monca; anzi una dubbia verità. Tanto che al nome di Carmen G. è stato intestato un fascicolo giudiziario contenente i pezzi di una storia difficile da scrivere fino in fondo. All’origine dell’incredibile vicenda c’è un parallelo disegno che non poteva essere fermato, né ritardato, senza compromettere l’obiettivo caparbiamente voluto: quello di piegare a ragioni “superiori”, fino ad abbatterla, una struttura di eccellenza quale il Centro trapianti della Liguria, uno tra i primi sorti in Italia e tra i più quotati in Europa. Obiettivo raggiunto. E “fatalità ha voluto” che tutto questo abbia contribuito a togliere ogni possibilità di salvezza a una giovane donna, capitata lì, sola con la sua fragilità di persona malata, indifesa, davanti a un simile rullo compressore in movimento.

Alla tragedia umana si aggiunge il mistero scientifico. Il primo punto inspiegabile è perché mai, mentre il mondo della medicina, chirurgia compresa, punta a una sempre più sofisticata specializzazione, in Liguria decidono di andare in senso contrario, smantellando un complesso d’avanguardia, che da 30 anni funzionava a livello delle migliori équipes dei trapianti. Anche sotto il profilo statistico, i suoi indici di “produttività” rientravano nei parametri previsti dalle normative; tutto questo fino al 2011, quando sulle sale operatorie è scesa l’ombra pesante della programmata chiusura, a dispetto dei 200 pazienti in lista d’attesa. Il risultato paradossale è quello ottenuto, si fa per dire, dall’inchiesta parlamentare sulla spesa sanitaria in Italia. A conclusione dei lavori, il presidente della commissione Ignazio Marino (trapiantologo di fama prestato alla politica) chiese la chiusura di un terzo dei 18 centri trapianti di fegato in attività, quelli che non raggiungevano i 25 interventi annui; tutti ancora in funzione, si badi, meno quello di Genova. Quest’ultimo è l’unico soppresso, nonostante fosse sempre al di sopra della media nazionale dei 25 trapianti annui, con punte di 52 sostituzioni epatiche nel 2001 e di 50 nel 2005. Dopodiché cominciò ad accusare i colpi di chi l’aveva messo sotto tiro.

Dunque, quali  rivalità, conflitti di interesse, pressioni interne o incomunicabilità tra i protagonisti possono avere scatenato una guerra impari così distruttiva? E la conclamata quanto strumentalizzata stretta sulla spesa sanitaria non sarà stata solo l’occasione per un regolamento di altri conti? Siamo sul crinale delle ipotesi e già un alto magistrato si è arreso a Genova: “Sono scelte che rientrano nella discrezionalità delle amministrazioni competenti”, ha detto allargando le braccia, per spiegare l’impossibilità di intervenire. L’inchiesta sul tragico esito finale è poi passata a un componente di quel tenace pool di Milano che a suo tempo scardinò ben altri riservati domini. Ma l’impianto accusatorio ha rivelato inattese fragilità. Comunque sia, c’è anche da domandarsi se tocchi sempre e solamente alla magistratura sciogliere i grovigli più spinosi della società, come se il codice penale fosse l’unico metro per valutare le azioni che offendono il sentire comune. E l’opinione pubblica, la politica che ci stanno a fare? L’etica, la morale, l’umanità, lo stesso buon senso, sono forse caduti in disuso nel tempo dell’indifferenza?

Non mancano buone ragioni insomma per tentare di ricostruire questo esemplare capitolo dell’Italia alla rovescia, che vede eliminare come roba inutile un Centro trapianti qualificato, cresciuto con decenni di lavoro, capacità, conoscenze specifiche, passione, ossia un patrimonio di risorse insostituibili, il tutto gettato tra i rifiuti. Perché? Quale può essere il senso di un simile sperpero, la ragione di una scelta tanto autolesionistica? Una gestione di dimensioni non più sostenibili o un uso distorto della politica? O entrambe le cause? A guidare in queste pagine il cammino a ritroso per la ricerca di una spiegazione, è la voce narrante del principale protagonista dei fatti, Umberto Valente, uno dei padri dei trapianti nel nostro paese e capo storico del gruppo chirurgico infine “espiantato”. Il suo racconto viene accompagnato, spesso sollecitato da chi non manca, in nome di un’immaginaria libera informazione, d’interrogarsi anche sui comportamenti di lui stesso. Senza dimenticare che la rissa di potere scatenatasi al capezzale di Carmen G. è all’origine della perdita di una giovane vita.

Camillo Arcuri*

*Giornalista, ha lavorato nella cronaca di alcuni quotidiani genovesi, tra cui Il Secolo XIX, e come inviato al Giorno e al Corriere della Sera. E’ stato a lungo collaboratore di Oggi e de l’Espresso. Tra i suoi libri, La trasparenza invisibile (Marietti), Colpo di Stato e Sragione di Stato, entrambi con Rizzoli, L’altro fronte del porto e Il sangue degli Einstein italiani, con Mursia. Ora IL TRAPIANTO NEGATO, Quando il Palazzo entra in sala operatoria. Con effetti nefasti.


 


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