Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

Settimanale d’informazione senza pubblicità, indipendente e non a scopo di lucro Tel. 350.1018572 blog@trucioli.it ▻ Newsletter

Bob Dylan, l’anima della musica in felpa. Il concerto di Milano, il ricordo di Genova. L’incontro con un mito quasi invisibile che tradisce il suo pubblico. Sequestrati i nostri telefonini


Ho cercato qualche aggancio per giustificare la presenza di Bob Dylan su Trucioli, che si occupa in prevalenza di Liguria e Basso Piemonte.

di Paolo Geraci

DA VATICAN NEWS – Il Papa riceve Bob Dylan in Vaticano. Il noto cantautore e poeta statunitense, Nobel per la letteratura, in tour in Italia con tappa anche a Roma, è stato ricevuto nel Palazzo Apostolico da Leone XIV. Il Pontefice ne aveva citato i versi nella prefazione di un libro sul disarmo
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano. Lo aveva citato nel luglio 2026, quando – firmando la prefazione di un libro LEV dal titolo Disarmata e disarmante. La pace è un dono – utilizzava le parole di una sua composizione poetica (rivolta figurativamente alla bomba atomica) per lanciare un severo monito contro il riarmo globale e l’incubo del nucleare: “Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia”. Oggi Papa Leone XIV ha incontrato di persona nel Palazzo Apostolico vaticano Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan.
Il noto cantautore e poeta statunitense, 85 anni, già Premio Nobel per la Letteratura, è a Roma dove domani, giovedì 5 novembre, si esibirà al Palazzo dello Sport per il passaggio autunnale del Rough and Rowdy Ways Tour, la serie di concerti con tappe pure a Milano e Bologna noti anche per il divieto di riprese con gli smartphone. Un’udienza breve, con saluti e scambi di battute seduti al tavolo, tra Leone e Dylan, che indossava una felpa nera col cappuccio. Il Papa gli ha fatto dono di un Rosario, il cantante ha ricambiato con un libro, Chronicles – Volume 1, la sua autobiografia pubblicata negli Usa e in altri Paesi del mondo.

Credo di avercela fatta con un triplice colpo: primo, il concerto di Genova 1992; secondo, Luigi Tenco, alessandrino di Cassine con la sua versione inedita di Blowin’ in the Wind tradotto da Mogol; terzo, Desolation Row che De André trasformò in Via della Povertà. Ecco dunque il mio racconto che accennerà soltanto al primo dei tre agganci, il più curioso.

Confesso, non ci sarei mai andato. Ma i biglietti regalatimi dal figlio ormai erano lì, pronti per l’uso, stampati su A4 a colori, con tanto di istruzioni e ammonimenti sulla proibizione dei cellulari all’interno dell’Unipol Dome di Milano, sede dell’evento. Biglietti perche? Per il concerto di Bob Dylan a Milano il due di novembre.

E oggi sono qui a digitare parole, ancora stordito dall’emozione di esserci stato. E senza sapere da dove cominciare. Come credo possa essere capitato a qualche pastore della Galilea, una trentina d’anni dopo la nascita di Cristo. Come raccontare, tornando a casa, di aver incontrato una persona strana, eccentrica, di cui la gente diceva che avesse fatto cose straordinarie? Un certo Nazareno. Magari avendolo visto da molto lontano, senza capire se stesse resuscitando un morto, moltiplicando pani o soltanto cacciando qualche mercante dal tempio, come dicevano i rumors aramaici?

Il paragone con Cristo – mi si perdoni l’irriverenza – mi è venuto in mente ieri sera, quando quindicimila persone, come il pastore della Galilea, sugli spalti e in platea, stavano ad ascoltare (se possiamo dire «ascoltare») un omino incappucciato, al buio, nascosto dietro una tastiera e affiancato da omoni illuminati, armati di chitarre, drums e pochi altri strumenti, esaltati da un’amplificazione esagerata e ossessionante.

Un mito, insomma. Una vita condensata in un dado di uomo o forse in un fantasma scuro nel buio di un palco che quasi non lo si vedeva. Una maschera cimiteriale in sintonia con il giorno dei Morti, il due di novembre, appunto.

Del resto, pare sia normale che Bob Zimmerman si renda irreperibile. A Genova, nel luglio del 1992, per fotografarlo ci vollero cinque ore di appostamento. Bob avrebbe tenuto un concerto nell’ambito delle Colombiane, le celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America. Alloggiava all’Hotel Bristol, in via XX Settembre, e non aveva alcuna intenzione di concedersi ai fotografi. Fabio, uno di questi, con astuzie e pazienza, ce la fece. Il giorno dopo Il Lavoro pubblicò la fotografia con un titolo dissacrante: «Un mito: corrucciato e un po’ ingrassato».

Dylan, allora cinquantunenne, pare non abbia gradito. Peccato perché, se avesse voluto usare un po’ di quella ironia paradossale che attraversa la letteratura ebraica (a lui non certo estranea), avrebbe potuto esordire nel concerto del giorno dopo, introducendo nella sua Blowin’ in the wind, un verso del tipo: How Many Belin Must a Man Say? Non lo fece. Ma non potevo certo suggerirglielo io. Avevo altro da fare quel 4 luglio! Era sabato e, quasi certamente, ero di guardia in ospedale o al mare nella Riviera di Ponente. Mi capirebbe Bob, che nel ’65, alla domanda se avrebbe partecipato a una manifestazione contro la guerra in Vietnam, aveva risposto «No. I’ll be busy tonight».

Il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana, cantò dunque davanti a Porta Siberia, nell’area dell’Expo. La data era perfetta, quasi studiata da un regista: un americano a Genova, nel giorno della propria festa nazionale, a celebrare il genovese che aveva aperto agli europei la strada delle Americhe. Ma… Fabrizio De André, invitato a partecipare alla serata, aveva rifiutato. Per lui il cinquecentenario non era una festa, ma il ricordo di una conquista segnata dallo sterminio delle popolazioni indigene. E aveva suggerito che anche Dylan, autore di tante canzoni contro la guerra e le ingiustizie, avrebbe fatto bene a non prestarsi alla celebrazione. Sappiamo invece che cantò. E che, secondo la cronaca pubblicata il giorno dopo dall’Unità, già allora si era divertito a stravolgere le proprie canzoni, a cambiare gli arrangiamenti, a rendere irriconoscibili quei brani che il pubblico avrebbe voluto ascoltare esattamente come li ricordava.

Sono passati trentaquattro anni. E Dylan continua a fare esattamente la stessa cosa.

Eravamo in tanti davanti all’enorme palazzone a forma di torta luminosa, costruito per le recenti Olimpiadi invernali. Né bello né brutto. Tristissimo, ma funzionale.

C’era chi portava la figlia a conoscere Dylan e chi, come me, ci era stato mandato dal figlio. Il vecchio Bob, a ottantacinque anni, era riuscito nell’impresa di diventare un affare di famiglia. Con una differenza: nelle famiglie normali, quando ci si incontra, almeno ci si saluta.

All’ingresso ci hanno sequestrato garbatamente i telefonini, chiudendoli in custodie magnetiche tipo “antitaccheggio” che avremmo potuto riaprire soltanto all’uscita. Una specie di trattamento sanitario obbligatorio contro la dipendenza digitale. Per novanta minuti niente fotografie, messaggi, notifiche, video. Finalmente liberi di guardare con i nostri occhi e ascoltare con le nostre orecchie. Un tuffo, in verità molto piacevole, negli anni della mia gioventù.

Peccato che, una volta dentro, ci fosse ben poco da vedere e non fosse facile ascoltare.

Nessuno schermo gigante, nessun primo piano. Una tenda azzurra sullo sfondo, quasi un palcoscenico di parrocchia anni ’60, poche luci, quattro musicisti e quell’omino nero dietro la tastiera. Da lontano poteva essere chiunque. Anche un ragazzino sbronzo dopo la notte di Halloween. Se non avessimo saputo di aver comprato il biglietto per Bob Dylan, avremmo potuto dubitarne. D’altra parte, chi altri avrebbe avuto il coraggio di presentarsi così davanti a quindicimila persone?

E tuttavia bastava che aprisse bocca perché ogni dubbio svanisse. Quella voce era sua. Non bella, certamente. Ma non lo era mai stata. Ora è diventata roca, bassa, consunta, una voce che sembra aver attraversato i deserti d’America senza mai trovare un bicchiere d’acqua. Eppure, inconfondibile.

Intorno, quattro musicisti esagerati costruivano una musica che sembrava arrivare da un’altra epoca. Blues, country, jazz, rockabilly. Nashville, New Orleans, il Texas. Un viaggio a ritroso verso l’America musicale che esisteva prima di Bob Dylan. Quasi che l’uomo che aveva contribuito a rivoluzionare il rock avesse deciso, in vecchiaia, di tornare a cercarne gli antenati.

Le canzoni, invece, erano sue. Almeno così assicurano i critici i cui resoconti ho letto avidamente, in quanto totalmente incompetente, ma soprattutto perché erano per me incomprensibili; una nenia monotona, continua, sebbene suggestiva e anche evocativa.

D’altronde Dylan tradisce il suo pubblico da sempre. Nel 1966, a Manchester, uno spettatore gli gridò «Giuda!» perché aveva osato imbracciare la chitarra elettrica. Sessant’anni dopo continua a tradirlo, ma per il motivo opposto: si ostina a non ripetere ciò che ha già fatto.

L’acustica del Dome sembrava poco adatta a quella musica. Gli strumenti si sovrapponevano, la voce faticava a emergere, arrivava ora debole, ora impastata, mentre il clamore squassante delle percussioni e delle chitarre risultava invadente. Qualcuno dalle gradinate gridò «Volume!». Una richiesta insolita per un concerto rock, dove più spesso si invoca la misericordia dei timpani, ma era ovviamente riferito alla voce del fantasmino nero. La voce del mito che conoscevo non aveva a che fare con le amplificazioni diaboliche. La voce aspra e nasale che un tempo si faceva strada con una chitarra e un’armonica sembrava aver subito – al Dome – la stessa sorte della giungla vietnamita: investita da una potenza di fuoco spropositata. Con la differenza che, sotto quella pioggia di decibel, a rischiare di scomparire non era il nemico, ma proprio la voce che si voleva far sentire. Anche allora, del resto, la superiorità tecnologica non era bastata a vincere la guerra.

Ma il problema non era soltanto tecnico. C’era qualcosa di deliberatamente distante in quello spettacolo. Dylan stava in piedi o seduto dietro la sua tastiera, concentrato esclusivamente sul lavoro che aveva in mente di completare al più presto, quasi fosse in stato di trance.

Perché a ottantacinque anni Bob Dylan continua a lavorare? Dal 1988 gira il mondo in quello che è stato chiamato Never Ending Tour, il tour senza fine. Un titolo che, col passare degli anni, ha assunto un significato sempre meno metaforico.

Eppure, in questa ostinazione a continuare, c’è qualcosa di commovente e forse anche di esemplare. Che sia disperazione? La vita non sembra essergli stata tanto facile.

Leggo che delle diciotto canzoni eseguite, appena cinque risalivano ai primi quindici anni della sua carriera. Le altre appartenevano a un Dylan più maturo, talvolta addirittura recente.

Chi era venuto a ritrovare il ragazzo di Blowin’ in the Wind doveva accontentarsi dell’ottantacinquenne che quel ragazzo si è lasciato alle spalle.

Ma è questo che rende singolare l’esperienza. Non siamo andati a sentire un cantante che ripropone i successi di una vita. Siamo andati a vedere che cosa il tempo ha fatto a quell’uomo e che cosa quell’uomo, per tutta risposta, continua a fare alle proprie canzoni. Non un repertorio, dunque, ma una riscoperta, un continuo futuro!

Alla fine, dopo un’ora e mezza ininterrotta, arriva I Shall Be Released (“Sarò liberato”) del 1968, irriconoscibile per me, ma per molti riconoscibilissimo. La sua armonica suona con inconfondibile suggestione.

Dylan si stacca dalla tastiera, il pubblico è incredulo. C’è chi – esperto – si alza per uscire, ma c’è anche chi ha appena ordinato una birra dal ragazzino anni ’60 che gira tra gli spalti con il vassoio al collo e i boccali di plastica ricolmi di schiuma. Perbacco, finito qui?

Beh il tempo è volato e io ho sonnecchiato soltanto pochi minuti.

Il fantasma, il dado di Bob, sta in piedi rivolto al pubblico per tre secondi tra un’ovazione generale che pare irritarlo; poi si eclissa, quasi barcollando, accompagnato da un paio di addetti come un nonnetto dai nipoti.

Mi viene da immaginare il mito, eroe kafkiano del secondo Novecento, restituito alle necessità fisiologiche di qualunque mortale: una toilette, un bicchiere di acqua o acquavite. E via a nanna nel suo hotel. Con cuffia e pigiama di flanella. Quante stelle avesse il suo hotel non sono riuscito a saperlo.

Ma forse i miti devono restare dove sono, a una certa distanza. L’avevo pensato, aspettando questo concerto: l’Achille omerico ha avuto più fortuna di Dylan. Non possediamo filmati di Achille mentre aspetta il proprio turno al bancone di un bar. Forse il cappuccio, il buio, l’ostinazione a non farsi vedere erano anche questo: una distanza di sicurezza tra Robert Zimmerman e Bob Dylan.

Nessun bis, nessun discorso, nessuna dichiarazione d’amore per Milano e per il suo meraviglioso pubblico. Bravo bravissimo. Così si fa! E lo dico sinceramente.

Non so se ho assistito a un grande concerto. Certamente non a uno spettacolo impeccabile: Dylan, forse, lo ascolterei più volentieri alla Scala.

Il concerto è stato una parentesi brevissima di realtà tra due periodi assai più lunghi, entrambi immateriali. Prima: i mesi dell’attesa: le canzoni riascoltate, le traduzioni, le letture, il ragazzo che ero e la domanda, poco rassicurante, se Dylan sarebbe arrivato vivo a novembre. Dopo: gli anni – spero molti – in cui quella serata continuerà a vivere nella memoria, probabilmente diversa da come l’ho vissuta. In mezzo, novanta minuti di realtà. Tutto molto concreto, perfino prosaico. Eppure, senza quei novanta minuti, l’attesa sarebbe rimasta un desiderio e il ricordo non sarebbe mai nato. Perché anche le esperienze più immateriali hanno bisogno, almeno una volta, di toccare terra. Non basta immaginare un incontro per poter dire di esserci stati. E quei novanta minuti, così imperfetti mentre li vivevo, diventeranno probabilmente più belli ogni volta che li ricorderò.

Mentre uscivo, mi sono accorto che ero commosso.

Ho visto un uomo che, dopo quasi settant’anni di musica, continua a fare ciò che vuole, senza preoccuparsi di assomigliare all’immagine che il mondo si è costruito di lui.

A vederlo sul palco, Dylan sembra uno che si prende terribilmente sul serio. Eppure, quando gli chiedevano se si considerasse un profeta o un salvatore, rispondeva che avrebbe preferito essere Elvis. Nel 1965, interrogato sul proprio ruolo nella società, disse che consisteva nel restare in circolazione il più a lungo possibile. Sono passati sessantun anni. Bisogna riconoscere che, almeno su questo punto, ha mantenuto la parola.

E allora ho capito il senso di quei biglietti regalatimi da mio figlio. Non mi aveva mandato ad ascoltare le canzoni della mia giovinezza. Mi aveva mandato a vedere che cosa ne era stato dell’uomo che le aveva scritte e a imparare da lui che si può essere vivi e vitali anche quando si hanno dieci anni più di me, padre e nonno.

Non so se sia stato un grande concerto.

Ma c’era Bob Dylan, anzi Robert Zimmerman, fragile dietro il suo ostentato distacco.

O almeno, sotto quel cappuccio, doveva esserci lui. Per mesi mi ero chiesto se Dylan sarebbe arrivato a novembre. Alla fine, ci siamo arrivati tutti e due. Lui era lì, io pure.

Hegel, vedendo Napoleone attraversare le strade di Jena, credette di aver incontrato l’anima del mondo a cavallo. Io, vedendo Bob Dylan uscire dal palco con felpa e cappuccio, ho avuto un’impressione non meno solenne: l’anima della musica contemporanea in felpa.

Il mito hegeliano è tornato dietro il sipario, dove forse è giusto che rimanga. Io sono tornato a casa con qualcosa che prima non avevo, senza mai aver pensato che qualche coraggioso gli avesse assegnato il Nobel per la letteratura.

Ma questa storia non finisce con il concerto. Anzi, a pensarci bene, era cominciata parecchi mesi prima, quando avevo ripreso in mano una vecchia canzone del 1962.

Paolo Geraci

(continua)

2) Leggi l’articolo del Corriere della Sera. La storia della visita di Bob Dylan da papa Leone, tra cappuccio nero, ombrello (anche se non pioveva) e un’autobiografia in regalo

…..https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_novembre_05/storia-visita-bob-dylan-papa-leone-30e20bbb-ddb6-426c-bdfb-827a510f3xlk.shtml?fbclid=IwdGRzaAVZdE1leHRuA2FlbQIxMQBwZG9mAXNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABH84zc9fspLxWCBDwLTAoI_epbHavJNgrDSEguqI3xMWvoBCR3WB0eLMDihNv_aem_2zMC4GgLFpp2-eBZfSDYrQ&sfnsn=scwspmo

 


Avatar

P. Geraci

Torna in alto