Trucioli

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Loano non conosce la protesta. Il bluff all’Istituto Falcone. E l’intelligence in loco(?). A chi giova l’allarmismo


L’orda che non c’era: giovani in strada altrove, giovani da punire in Italia. A Loano la protesta non è di casa. Qui ha atttecchito, da anni, il caminar tacendo. L’appiattimo sociale, l’impegno civico dei solti, il timore di esporsi, l’esibizionismo sfrenato e spesso goffo.

di Alessandro Dighero

C’è qualcosa di strano nel modo in cui l’Europa guarda oggi ai suoi giovani. A Belgrado, a Parigi, a Tirana, i ragazzi sono scesi in strada non perché volessero fare paura, ma perché hanno capito che il silenzio sarebbe stato la loro sconfitta. In Serbia sono partiti da una pensilina crollata a Novi Sad, da sedici morti, da un’infrastruttura che doveva rappresentare il futuro e ha invece rivelato la corruzione, l’improvvisazione, l’impunità. Non hanno chiesto pietà: hanno chiesto nomi, responsabilità, verità. E hanno trasformato il lutto in politica, con i blocchi delle università, le marce, le biciclette che hanno attraversato l’Europa come una lunga, ostinata lettera aperta.

In Francia la rabbia è nata nelle scuole, davanti a aule senza insegnanti, corridoi sporchi, classi piene come magazzini: non era soltanto una questione scolastica, era la domanda di chi ha capito che il Paese gli sta preparando un futuro più povero. In Albania i giovani hanno protestato contro le tasse e contro l’università mercificata, ma dietro c’era altro: la sensazione di essere cresciuti in un Paese che promette l’Europa e continua a trattarli come gente da mandare via.

Sono tre storie diverse, ma hanno una grammatica simile. I giovani non vengono rappresentati come una minaccia da neutralizzare, bensì come una generazione che ha smesso di credere alle promesse. Non sono “casi”, non sono “bande”, non sono statistiche della paura: sono studenti che chiedono una scuola possibile, un lavoro possibile, uno Stato che non rubi loro il futuro. La loro forza è nata proprio dal rifiuto di essere considerati bambini da disciplinare o delinquenti in potenza. Hanno imparato, forse dai padri e dalle madri che hanno protestato prima di loro, forse dai social, forse l’uno dagli altri, che la politica non è soltanto ciò che avviene nei palazzi: è anche la capacità di fermare una città, di occupare un’aula, di dire no senza chiedere il permesso.

E poi c’è l’Italia, con le sue amministrazioni compiacenti e il suo governo che parla di minori soltanto quando può trasformarli in mostri.

A Loano e a Borghetto Santo Spirito si è costruito l’allarme per una manifestazione studentesca che non è mai avvenuta. Una chat, alcune frasi violenti, voci che correvano più veloci dei fatti: e improvvisamente i negozi del ponente si chiudevano, i genitori erano chiamati a proteggere i figli dagli altri figli, le forze dell’ordine aspettavano un’orda che non si è mai presentata.

Eppure a Loano il sindaco dell’estrema destra, o forse più pio, non si è risparmiato in dichiarazioni ad uso mediatico. Forse con la sua ‘intelligence’ locale (carabinieri e Polizia m unicipale) aveva segnali e soffiate da mettere in allarme le forze dell’ordine per un’intera mattinata. Almeno una ventina di uomini in divisa e in borghese pronti ad intervenire (persino Digos e Guardia di Finanza e pure i carabinieri forestali della Caserma di Loano). Locandina all’esterno delle edicola del Secolo XIX e La Stampa a rilanciare lo stato di mobilitazione a protezione della città.

Come è finita? Si legge sulle agenzie di stampa: “La tanto temuta manifestazione studentesca davanti all’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Loano si è risolta in un totale fallimento dopo giorni di allarme social e timori di disordini. Nonostante il massiccio dispiegamento delle forze dell’ordine e la decisione di molte famiglie di non mandare i figli a scuola, sul posto non si è presentato alcun manifestante”.

Non bisogna minimizzare la violenza: dove ci sono sassi, petardi, minacce, occorre rispondere con la legge. Ma qui la legge è diventata un copione. Si è parlato di crimini violenti minorili prima ancora che esistesse una piazza, prima ancora che esistesse un corteo, prima ancora che un solo ragazzo mettese piede per strada. La minaccia è stata inventata, o almeno gonfiata, perché era più comoda della realtà. Bastava prendere nota dei titoli dei giornali della destra per rendersi conto a chi giova l’allarmismo, a chi giovana la mancata prevenzione dei disordini. Tutti ci riconoscono che abbiamo un‘agenzia di intelligence più affidabile e preparata d’Europa che si occupa della sicurezza interna. Si chiama AISI (acronimo di Agenzia informazioni e sicurezza interna). Avrà informato doverosamente il prefetto e il questore di Savona. La ‘minacci’ (fallita) era opera di due o tre amici tra quelli denunciati dalla Polizia Postale, come si è letto sul Secolo XIX?

Perché la realtà avrebbe posto domande scomode. Avrebbe chiesto perché una generazione cresce con meno prospettive, con scuole logore, con un lavoro precario che arriva tardi e paga poco, con città dove non c’è spazio se non quello del consumo. Avrebbe chiesto perché si parla così tanto di punire i giovani e così poco di ascoltarli. Avrebbe chiesto perché ogni ragazzo con uno zaino e un telefono rischia di diventare, agli occhi del potere, un potenziale delinquente. La paura è un ottimo strumento di governo (e quanto accaduto a Loano docet): tiene le persone divise, impaurite, pronte ad accettare più polizia, più controlli, meno diritti, purché qualcuno prometta ordine. Ma l’ordine che si ottiene così non è pace: è silenzio.

I ragazzi di Belgrado, Parigi e Tirana hanno dimostrato un’altra cosa. Hanno dimostrato che la giovinezza non è un problema di sicurezza, ma una domanda politica. Che quando una generazione si mobilita non fa necessariamente rumore per distruggere: fa rumore perché non vuole essere cancellata. E che il vero scandalo non sono gli studenti in strada, ma un Paese che preferisce allarmarsi per una manifestazione mai esistita piuttosto che interrogarsi su ciò che spinge i giovani, ovunque, a non fidarsi più di chi li dovrebbe rappresentare.

Il vice premier Matteo Salvini ha dichiarato in Tv” Il legame malato è tra comunisti e islamisti. È quello che mi preoccupa è l’Italia di sinistra che sta con gli estremisti islamisti”.

Alessandro Dighero

 

2/POVERTA’ E DISUGUAGLIANZE SOCIALI AVANZANO

di Umberto Franchi

5,5 milioni di persone che non riescono a sostenere le spese essenziali come il cibo e  le cure della salute;

4,8 milioni di persone in povertà assolta non in grado vivere in modo dignitoso;

la povertà relativa coinvolge 8,7 milioni di persone

il 12,5% delle persone minorenne ed il 12,1% tra  le persone che hanno tra i 18 ed il 34 anno vive in povertà assoluta ( 2,5 milioni di persone);

un milione di pensionati, vive in povertà assoluta;

l’8,5% delle famiglie con una persona che lavora vive in povertà assoluta , se s tratta di un operaio la quota sale al 14,5%;

il 20% delle famiglie circa 10 milioni di persone hanno almeno una persona che cerca un lavoro;

la crescita dei prezzi al consumo negli ultimi 5 anni è cresciuta del 21%;

Negli ultimi 5 anni il potere di acquisto dei salari e delle pensioni è diminuito del 10,5% . I rinnovi dei contratti di lavoro hanno coperto meno della metà  dell’inflazione reale, con l’Italia che risulta la peggiore in Europa, rispetto al mancato recupero del potere d’acquisto da parte dei lavoratori.

L’Italia del governo delle destre a guida  Meloni da quattro anni, è l’unico caso in Europa dove salari e pensioni diminuiscono. In tutti gli altri stati d’Europa e non solo d’Europa, i salari sono aumentati e aumentano assai più dell’inflazione mentre in Italia dal 2021 ad oggi sono diminuiti di oltre il 10% , divenendo gli ultimi su 20 Paesi Europei.

In questo contesto abbiamo anche 18,5 miliardi tagliati negli ultimi 4 anni alla sanità pubblica dal governo Meloni , con le liste d’attesa infinite, medici di base insufficienti,  pronto soccorso che scoppiano, prevenzione e cura ridotte.

Inoltre, La spesa pubblica per l’istruzione  in rapporto al PIL è diminuita passando dal 6,74% al 6,02 con un taglio di 4 miliardi di cui circa 600 milioni nella ricerca universitaria.

Il governo Meloni si è distinto per aver agevolato la speculazione, l’evasione fiscale, la Flat tax al 15% solo pe i ricchi autonomi fino a 85 mila euro, per i finanziamenti a pioggia date alle imprese.

Per i ceti medi/poveri, sono stati attuate le politiche di “austerità”  . Le promesse fatte ai  pensionati a minimo sono rimaste disattese, la riforma delle pensioni Fornero l’hanno peggiorata.… fino  a non rispettare nessuno degli impegni presi sullo stato sociale   durante la campagna elettoralefine oggi anche la produttività aziendale per unità di prodotto , in Italia vede una situazione  stagnante,   anche se le ore di lavoro sono cresciute a causa del ricorso agli straordinari per fronteggiare il costo della vita. Le imprese più significative avrebbero  capacità di innovazione e riconversione dei processi produttivi, ma operano  esclusivamente per fare maggiori profitti , quindi il plus-valore    di norma viene  investito in attività speculative e redditizie a danno dei lavoratori dipendenti,  con il precariato e le disuguaglianze che aumentano e con il ceto Medio/Povero che si impoverisce ulteriormente mentre i ceti ricchi  continuano ad arricchirsi togliendo risorse ai poveri, con l’aumento delle disuguaglianze.

DISUGUAGLIANZE: In Italia ci sono, 96 persone che possiedono più di un miliardo di euro per un totale di  494 miliardi, 3 000 persone detengono oltre 100 milioni di euro, 500.000 persone hanno un patrimonio netto di oltre un milione l’anno; ed il 10% della popolazione (cica 6 milioni di persone) possiede il 60% della ricchezza e negli ultimi 5 anni è passata dal 54% al 60% di tutta la ricchezza esistente in Italia ;

il 10% degli italiani possiede 6.870 miliardi di euro.

Lorenzo Calza giornalista


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Alessandro Dighero

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