Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il 4 novembre: San Martino, il suo cammino in Liguria e l’isola Gallinara. Muniti del “Passaporto del Pellegrino”


4 novembre, San Martino. Santo a cui sono intitolate molte chiese, raffigurato in quadri, navate e facciate di luoghi di culto, nell’iconica figura a cavallo e con il mantello.

di Ezio Marinoni

Ne abbiamo un esempio nella chiesa di Toirano, con qualche mistero: https://trucioli.it/2023/07/27/toirano-antiche-gloriose-chiese-san-martino-di-tours-e-la-scomunica/

Il Cammino di San Martino ligure si sviluppa tra la collina di Verezzi e l’Isola Gallinara, con un affascinante percorso storico. Può essere completato in una sola tappa 
o percorso in più tappe per ottenere il Passaporto del Pellegrino: da Verezzi a Verzi; da Verzi a Toirano; da Toirano a Albenga. Il Passaporto del Pellegrino può essere ritirato presso la Pro Loco di Albenga.

Questo percorso permette di andare alla scoperta di molte chiese del ponente, alcune delle quali di non facile accesso, e precisamente: Albenga: chiesa di San Giacomo Maggiore e oratorio dei Santi Giacomo e Filippo; Balestrino: santuario di Monte Croce; Giustenice: cappella di San Martino e cappella della Madonna di Lourdes; Toirano: parrocchiale di San Martino, chiesa della Madonna del Rosario, cappella di Sant’Anna e cappella di San Pietro; Tovo S. Giacomo: cappella di Sant’Anna; Verezzi: chiesa di San Martino e oratorio della Maddalena.

Abbiamo dato notizia della inaugurazione del primo tratto su questa testata, il 9 novembre 2023 (Trucioli Anno XII Numero 12): https://trucioli.it/2023/11/09/borgio-verezzi-inaugurato-il-cammino-di-san-martino-60-km-che-coinvolge-11-comuni/

E un monastero (altresì detto eremo) di San Martino si trova sull’isola Gallinara (o Gallinaria). Il suo nome potrebbe derivare il suo nome dalle galline selvatiche che la popolavano in passato, come riportato da Catone e da Varrone. L’isola ha rivestito un ruolo fondamentale per le rotte con la Gallia e con la penisola iberica, compare nella Tabula Peutingeriana con il nome di Gailiata. Stiamo parlando di un eremo in mezzo al mare. Realtà o leggenda?

L’isola Gallinara è legata proprio alla storia del santo che vi soggiorna in eremitaggio (Marino di Tours), cibandosi di elleboro, ignaro della sua tossicità, prima di lasciare l’isola e tornare in Francia. Com’è arrivato qui? Profugo da Milano, dopo il sinodo ariano del 355 d.C., si ritira sull’isolotto per circa cinque anni, dando vita al più antico monastero nella Liguria occidentale; a suffragio di questa storia, si è trovata tracce di una comunità monastica risalente al VI secolo, in un frammento di iscrizione sepolcrale in marmo bianco, rinvenuto durante gli interventi del 1936: EQUI TERI AB

Il frammento, subito donato al Civico Museo Ingauno, si presta a più di una interpretazione; secondo lo storico Nino Lamboglia, contiene l’indicazione del nome di un defunto (Euterio o Eleuterio).

In seguito, altre nebbie scendono sull’Isola, non si sa niente del monastero nel tempo della scorreria di Rotari del 643, che mette fine al dominio bizantino sul territorio.

Tocca ai monaci ricostituire vestigia e memoria; il recupero delle tombe è uno dei loro compiti, come la custodia dei “loca sanctorum”, un lungo lavoro di ricerca e recupero che porta a unire il culto di San Martino alla devozione per San Calocero. Un esempio virtuoso di questa tendenza è l’Arcivescovo di Milano Angilberto II (Vescovo dal 824 al 859), che ha giurisdizione anche sulle diocesi liguri.

Nel 940 il Vescovo di Albenga, Ingolfo, assegna loro il monastero di San Martino in Albenga, che diventa la sede dell’abbazia sulla terraferma, assieme alla basilica di San Calocero e alla chiesa di S. Anna ai Monti.

Il pericolo delle incursioni saracene porta a un intervento dell’Abate Maiolo di Cluny, che si occupa del monastero in uno dei suoi viaggi in Italia, senza che esso venga aggregato all’ordine cluniacense.

Nel 1011 l’abbazia è documentata e denominata come monastero dei santi Maria e Martino con vasti possedimenti, in un territorio feudale che va da Sanremo a Finale Ligure.

Donazioni aleramiche arricchiscono i monaci. Nel 1044 Papa Benedetto IX concede  l’esenzione dalla giurisdizione vescovile e diverse proprietà e munificenze in Italia, in Catalogna, in Corsica e in Provenza, nella zona di Fréjus.

Nel 1064 la Contessa Adelaide di Susa, figlia del Marchese di Torino Olderico Manfredi, dona il monastero e i suoi possedimenti ingauni e di Porto Maurizio alla Abbazia di S. Maria di Pinerolo.

La nomina dell’Abate Aginolfo da parte di Papa Gregorio VII (1074) fa pensare  a un autonomismo dei monasteri liguri da quelli piemontesi.

Nel XII si aprono le relazioni con l’abbazia francese di Lérins, a cui forse si guarda anche per la regola monastica.

Rimane vivo per secoli il ricordo dell’approdo di Papa Alessandro III sull’isola, in fuga dal Barbarossa, dopo una breve sull’isola di S. Eugenio di Nolit; per la protezione ricevuta dai monaci, il 2 aprile 1169, su domanda dell’Abate Raimondo, fa diventare l’abbazia autonoma e indipendente e la pone sotto la diretta protezione della Santa Sede.

La pressione genovese è forte,tanto che successive Bolle papali riassegnano il monastero all’Arcivescovo di Genova.

A partire dal XIII secolo inizia una progressiva decadenza. Nel 1275 l’abate Arnaldo giura ancora fedeltà all’Arcivescovo di Genova, ma gli sono rimasti tre soli monaci. Tre anni dopo, l’Abate è accusato del rapimento di una ragazza; l’abbazia rimane vacante per qualche tempo, nel suo periodo più oscuro.

Nelle lotte tra guelfi e ghibellini, nel 1322 questi ultimi occupano l’Isola e cacciano i pochi monaci rimasti, stabilendovi la loro Credenza. L’abate Oddone fugge a Genova, presso i Frati Minori di Castelletto.  Dopo un ultimo e faticoso rientro dei monaci, nel 1473, alla morte dell’abate Carlo Del Carretto, l’abbazia è trasformata in Commenda e assegnata alla famiglia Costa, che la mantiene per i successivi due secoli. Nel XVII secolo la Commenda passa ai Vescovi di Albenga.

Nel gennaio 1866 Fraz Salsig visita la grotta di San Martino e scrive che al suo interno vi sono calcinacci e un altare dell’antica cappella, su cui sono deposti gli ossi di uno scheletro umano; nello stesso anno il monastero e l’Isola sono venduti dal Vescovo di Albenga, Monsignor Raffaele Biale, al banchiere Leonardo Gastaldi, passando poi più volte di proprietà nel tempo.

Nel 1936 sono stati portati alla luce i resti di una chiesa di modeste dimensioni, circa 5 m per 9 di lunghezza, fondata sulla roccia con l’abside semicircolare rivolto a occidente. Il citato Nino Lamboglia attribuisce le mura al periodo altomedievale. Ed è lui ad effettuare qui il primo recupero subacqueo, nel 1950, nelle acque circostanti l’Isola: con la motonave Artiglio porta alla luce più di 1000 anfore romane dal fondale.

Ancora confusione negli ultimi decenni: fra proprietà pubblica e privata, acquisti milionari e parziali tentativi di prelazione pubblica, l’isola vive un futuro incerto.


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Ezio Marinoni

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