Nella cittadina del Ponente ligure che frequento da decenni e – citando Cervantes – de cuyo nombre no quiero acordarme, mi è caro un angolo, un tavolino rotondo, il mio recanto (angolo) affacciato sul caruggio di mezzo, davanti a una piazzetta e a una vecchia bottega di scarpe, rinnovata negli anni ma sempre al suo posto, come la padrona che continua a sorvegliare il “suo” territorio.
di Paolo Geraci

Quando il tempo è bello, trascorro lì intere mattine. Il caffè al quale appartiene il mio tavolino occupa i locali che furono del vecchio barbiere del paese. Sattanino si chiamava e lo ricordo arrivare in bottega, dopo la pausa di mezzogiorno, con la moglie e il thermos dell’acqua calda. Il pavimento era, ed è rimasto, in graniglia, immutato; la poltrona logora ma comodissima; il cavallino di legno per i bambini trasformava il taglio dei capelli in un’avventura. Era un salotto dove gli uomini del paese entravano per una barba e restavano a scambiarsi le notizie del borgo e della sua gente. In fondo non è cambiato molto.
Sono io, adesso, a restare ore lì fuori in silenzio, in compagnia di una tazzina di caffè, un bicchiere d’acqua, un giornale aperto sulla stessa pagina e, uno dopo l’altro, amici, persone care e conoscenti che si fermano a parlare. Per ciascuno c’è un caffè: corto, lungo, decaffeinato, macchiato, d’orzo.
Da quel tavolino osservo il piccolo teatro dei passanti. D’inverno sono soprattutto persone del posto, in estate si moltiplicano e sono foresti, turisti, villeggianti provenienti dal vasto mondo, che poi, a guardarlo bene, è sempre un pianerottolo.
I passanti sono la mia passione. Mi piace osservarne i gesti, l’abbigliamento, il modo di camminare. La gente è sempre la stessa. Conosco molti e col tempo mi sono fatto un’idea di che cosa si nasconda dietro ciascuno. Anche in estate, dopo qualche giorno, si riconoscono le stesse facce, seppur nuove. Durano una settimana, due, un mese e poi spariscono. A ogni ora ci sono passaggi abituali, alcuni così puntuali da regolarci l’orologio.
La marea dei passanti estivi appare una truppa di “splendidi straccioni” che ha sciolto le righe. Canotte, tatuaggi, labbra rifatte. Il caruggio sembra diventare il punto di raccolta di una sorprendente varietà umana. Non tutti però alimentano la mia fantasia con la stessa leggerezza. Qualche volta vedo passare una famigliola dall’aria stanca e felice insieme. Due bambini che stringono un secchiello, i genitori che si spartiscono una focaccia seduti sulla panchina della piazzetta. Forse sbaglio anche qui, ma mi capita di immaginare che quella settimana di mare sia costata qualche rinuncia. E allora provo una forma di tenerezza che non saprei spiegare.
A volte però – sorpresa baudelairiana – Un éclair… puis la nuit! («Un lampo… poi la notte!»). Una bellezza intravista nella folla compare per un istante e subito scompare. Chi mai sarà? Da dove viene e dove andrà?
C’è la signora dall’abito vistoso. Una scarpa leggermente consumata, una borsetta troppo elegante per il resto dell’insieme, e subito la fantasia si mette al lavoro. Forse vuole apparire più di quanto sia. Magari quella borsetta è un regalo di vent’anni fa. Forse non ci pensa nemmeno. Ma io riesco a costruire una biografia intera e, quasi certamente, sbaglio tutto.
A volte basta un cappello, un tatuaggio, una camicia di lino o una caviglia ingioiellata per farmi partire per un viaggio mentale. In pochi metri assegno professioni, orientamenti politici, letture preferite e perfino… l’arredamento di casa. Poi il passante gira l’angolo e si porta via, insieme con la sua persona, anche le mie fantasie.
C’è il distinto signore dall’aria di intellettuale annoiato che passa ogni mattina alle nove e venti con abito in lino e infradito e quotidiani sotto il braccio come baguette. C’è la donna agghindata come per un ricevimento, che taccheggia in mezzo alla moltitudine di ciabattoni vestiti da spiaggia o, più normalmente, da spesa quotidiana. Poi c’è Angelo, dall’aspetto inquietante, un’età indefinita, il fisico massiccio, la testa rasata, tatuaggi verde scuro che salgono fino a colorare la pelata, orecchini ai lobi, vestiti neri, calzoni corti quasi tutto l’anno. Cammina con passo cadenzato.
Ebbene, è la persona più buona del mondo, benvoluto da tutti. Il giorno della festa dei Bianchi, il 12 settembre, si trasforma e – in fondo – si svela. Indossa l’abito scuro e prende posto all’ingresso dell’Oratorio. Sembra un corazziere di guardia al Milite Ignoto. Nessuno oserebbe sottrarre un gioiello alla Madonna, carica d’oro e argenti, pronta per la processione. Ma, a differenza del corazziere, Angelo risponde alle domande della gente, accoglie tutti con pazienza, distribuisce informazioni, racconta storie, indica la strada. Ha gli occhi dolci, lo sguardo tenero. Dopo anni conosco i suoi orari, le sue abitudini, il modo in cui saluta, il tavolino del suo bar. Eppure non saprei raccontare la sua vita se non per quello che sento dai suoi amici. So chi è, ma non lo conosco. E forse è così per quasi tutti.
Bernardo Soares, dal tavolino di una trattoria lisbonese, osserva la folla e si domanda che cosa si nasconda dietro quei volti anonimi, «volti senza storia… comparse della vita». E intuisce qualcosa: le persone sono quasi sempre più complicate delle storie che raccontiamo su di loro. Ogni uomo che passa per strada è un mistero. Così lo trasformiamo in fantasie, dimenticando che anche noi siamo un mistero per chi ci osserva. Georges Perec, nel 1974, si sedette per tre giorni al tavolino di un caffè di Place Saint-Sulpice, a Parigi. Non cercava l’eccezionale. Voleva osservare ciò che normalmente non osserviamo: autobus, passanti, cani, variazioni della luce. Lo chiamava “l’infra-ordinario”: tutto ciò che accade continuamente e che proprio per questo smettiamo di vedere. Forse faccio lo stesso, nelle mie mattine ordinarie al tavolino.
In un tempo che pretende di sapere tutto di tutti, che accumula fotografie, profili, geolocalizzazioni e confessioni pubbliche sui social, l’ignorare mi pare una forma di eleganza dello spirito.
Dopo tanti anni passati a osservare il caruggio non sono diventato più bravo a capire la gente. Semmai il contrario. Ho imparato che ogni volto nasconde più stanze di quante immaginiamo e che la maggior parte resterà chiusa per sempre. Forse è proprio questo che rende così affascinanti i passanti: occupano per pochi secondi il nostro campo visivo, eppure portano con sé un intero romanzo, che non leggeremo mai. Continuo a sedermi al mio tavolino anche per questo. Non per conoscere la gente, ma per ricordarmi che non tutto deve essere conosciuto… e – per dirla con Vasco – va bene, va bene, va bene così.
Paolo Geraci
