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Lettera / Guerra e Iran. La prudenza europea e il peso che ricade sempre sugli altri… Le parole del premier spagnolo Sánchez


A TRUCIOLI.IT- La prudenza europea e il peso che ricade sempre sugli altri…

Pedro Sánchez Pérez-Castejón  politico ed economista spagnolo, presidente del Governo di Spagna dal 2 giugno 2018. È  segretario del Partito Socialista Operaio Spagnolo dal 18 giugno 2017, dopo esserlo già stato dal 2014 al 2016. È stato consigliere comunale di Madrid dal 2004 al 2009.

Nel dibattito che sta emergendo intorno alla possibile ulteriore escalation militare, con l’ipotizzato invio anche di truppe sul campo contro l’Iran, l’Europa sembra riproporre un copione già visto: dichiarazioni di principio molto nette contro la guerra, ma una disponibilità assai più limitata quando si tratta di assumersi responsabilità concrete nella gestione delle crisi internazionali.

Le parole del premier spagnolo Pedro Sánchez rappresentano bene questa dinamica. Da una parte la condanna preventiva di un eventuale conflitto e l’appello alla prudenza; dall’altra, però, l’assenza di qualsiasi proposta realistica su come affrontare una situazione che molti analisti ritengono ormai arrivata all’epilogo finale. Il risultato è una posizione che rischia di apparire moralmente elevata sul piano retorico, ma estremamente comoda sul piano politico.

Se davvero la Comunità internazionale ritiene che l’Iran rappresenti un elemento destabilizzante per il Medio Oriente, il problema non può essere semplicemente rinviato con dichiarazioni di principio. In questo scenario, gli Stati Uniti continuano a svolgere il ruolo di principale garante della sicurezza occidentale, assumendosi la responsabilità strategica e militare delle decisioni più difficili. Israele, dal canto suo, considera la minaccia iraniana esiziale, una questione di sopravvivenza nazionale e da anni segnala che non può permettersi di sottovalutare il rischio. Per questi motivi, entrambi i due paesi passano alle vie di fatto.

In altre parole, mentre Washington e Gerusalemme affrontano il peso delle scelte – che comportano rischi militari, costi economici e più che possibili perdite umane – parte dell’Europa preferisce mantenere una posizione critica ma distante. È una postura che consente di difendere un’immagine pacifista “da furbetti”, senza però dover affrontare le conseguenze pratiche della sicurezza internazionale, che invece è in gioco.

Questo atteggiamento non riguarda soltanto la Spagna. Anche il Regno Unito guidato da Keir Starmer sembra muoversi con estrema cautela. Londra, che in passato ha spesso rappresentato una delle colonne portanti europee della sicurezza occidentale, appare oggi meno incline a esercitare un ruolo politico forte nel momento in cui la situazione internazionale richiederebbe invece chiarezza e leadership.

La prudenza britannica si inserisce in un quadro europeo più ampio, segnato da divisioni interne e da una difficoltà crescente nel definire una strategia comune. Molti governi riconoscono i rischi legati alla politica regionale iraniana e al suo ruolo nelle dinamiche del Medio Oriente, ma pochi sono pronti a sostenere apertamente una linea più assertiva.

Ne deriva un equilibrio paradossale: l’Europa critica spesso le scelte strategiche degli alleati, ma continua allo stesso tempo a dipendere dalla loro capacità di intervenire, quando la Stabilità e la Sicurezza internazionale, vengono messe in discussione.

Il nodo centrale non è quindi soltanto la questione iraniana. Il vero interrogativo riguarda il ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo. Un continente che aspira a essere un attore “geopolitico” credibile non può limitarsi a commentare le crisi mentre altri ne gestiscono i costi e i rischi.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi il conflitto tra Russia e Ucraina, che da ormai quattro anni rappresenta la principale emergenza strategica per l’Europa. Una possibile ulteriore escalation di medio periodo in Medio Oriente rischierebbe inevitabilmente di avere effetti anche su questo fronte. In politica internazionale, infatti, le crisi raramente rimangono isolate: l’apertura di un nuovo scenario di guerra tende a redistribuire attenzione politica, risorse militari e capacità diplomatiche.

Se gli Stati Uniti dovessero essere costretti a concentrare una parte significativa delle proprie energie strategiche nel Medio Oriente per lungo tempo, il sostegno occidentale all’Ucraina potrebbe diventare più complesso da gestire. Non necessariamente verrebbe meno, ma potrebbe subire rallentamenti o riduzioni, soprattutto sul piano militare e logistico. Una situazione che Vladimir Putin potrebbe interpretare come un’opportunità per consolidare le proprie posizioni o aumentare la pressione sul campo.

Allo stesso tempo, un conflitto più ampio in Medio Oriente potrebbe rafforzare ulteriormente la cooperazione tra Russia e Iran, già evidente negli ultimi anni. Questo creerebbe un collegamento ancora più stretto tra i due scenari di crisi, trasformando quella che oggi appare come una serie di conflitti regionali in un sistema di tensioni interconnesse.

Per l’Europa il rischio sarebbe duplice. Da un lato, dover affrontare contemporaneamente due fronti strategici – quello orientale legato alla guerra in Ucraina e quello mediorientale – con strumenti politici e militari limitati. Dall’altro, continuare a dipendere in larga misura dall’iniziativa americana per la gestione delle principali crisi internazionali.

Proprio per questo il tema della responsabilità europea torna centrale. In un contesto globale sempre più instabile, non è più sufficiente limitarsi a esprimere preoccupazione o a invocare la diplomazia. Senza una reale capacità di incidere sugli equilibri strategici, l’Europa rischia di restare spettatrice di decisioni prese altrove, pur essendo tra le aree del mondo che più direttamente subiranno le conseguenze di queste crisi.

In questo contesto anche l’Italia è chiamata a definire con maggiore chiarezza la propria posizione. Per ragioni geografiche, storiche ed economiche, il nostro Paese si trova in una posizione strategica nel Mediterraneo e non può permettersi un ruolo puramente passivo. L’instabilità del Medio Oriente, infatti, ha ricadute dirette sulla sicurezza europea, sui flussi migratori, sull’energia e sugli equilibri dell’intera area mediterranea.

Per Roma la sfida consiste nel mantenere l’equilibrio tra il sostegno alle alleanze occidentali – che restano la principale colonna della sicurezza italiana – e la tradizione diplomatica che negli anni ha spesso permesso all’Italia di mantenere canali di dialogo con diverse realtà della regione. Tuttavia, anche per l’Italia vale la stessa questione che riguarda l’Europa nel suo complesso: in una fase storica segnata dal ritorno delle tensioni geopolitiche, limitarsi alla prudenza potrebbe non essere più sufficiente.

Se il “sistema” internazionale sta entrando in una stagione di conflitti più duri e competizione tra potenze economiche, industriali e militari, anche i Paesi europei di peso medio come l’Italia, dovranno decidere quanto intendono contribuire alla stabilità internazionale e quale ruolo vogliono realmente giocare all’interno delle alleanze di cui fanno parte. Restare spettatori, sperando che altri gestiscano le crisi più difficili, potrebbe rivelarsi una strategia sempre più fragile.

Infine, se la sicurezza internazionale è davvero un interesse condiviso, allora dovrebbe esserlo anche la responsabilità di difenderla. Diversamente, l’Europa rischia di rimanere intrappolata in una posizione che combina giudizi severi e impegno limitato: una postura che può funzionare nel breve periodo, ma che difficilmente rafforzerà la sua credibilità sulla scena globale.

Distinti saluti, Fabio Lucchini


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