Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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I bambini non iniziano le guerre ma sono le prime vittime e non hanno il potere di fermarle. In Liguria regna l’indifferenza. L’urlo straziato del Papa e il silenzio colpevole dei nostri sindaci


Quasi il 70% delle vittime è stato colpito da armi esplosive. Con un nuovo Report, l’UNICEF lancia un appello alla comunità internazionale: “I bambini non iniziano le guerre e non hanno il potere di fermarle”. In Liguria regna il silenzio colpevole. Quale insegnamento e consapevolezza ai nostri bambini: figli, nipoti? L’interiorizzazione dei valori. Altro che scuotere le coscienze!

 

(Foto di Tess-Barthes_SOS MEDITERRANEE)

L’arma della distrazione, colposa, ha come responsabili sia l’informazione, quella popolare soprattutto, sia chi ogni giorno si ‘esibisce’ con i media e web ai suoi concittadini. Perché tacciono? A chi giova la complicità morale? Perchè solo il Papa, dalla sua elezione, ha iniziato una guerra martellante che non ascoltiamo, con la stessa frequenza, dai vescovi, dai parroci e dal principale anello della catena civile, dal basso. I sindaci. I consigli comunali.

di Isabella Faggiano – Dietro ogni numero c’è un volto. Un bambino ucciso o mutilato. Una bambina rapita e vittima di violenze sessuali. Un adolescente reclutato da un gruppo armato. Una scuola distrutta, un ospedale bombardato, un convoglio umanitario fermato prima di raggiungere chi aveva bisogno di cure. È il quadro drammatico che emerge dall’ultimo rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati, commentato dall’UNICEF attraverso un appello della direttrice generale Catherine Russell. Nel 2025 sono state accertate 38.558 gravi violazioni contro i minori nelle aree di conflitto. Un dato che, sottolinea l’UNICEF, rappresenta solo una parte della realtà, perché molte violazioni non vengono documentate a causa dell’insicurezza, della difficoltà di accesso alle zone di guerra e del timore di ritorsioni.

Armi esplosive, il nemico numero uno dei bambini- A colpire è soprattutto il ruolo delle armi esplosive. Nel 2025 quasi il 70% delle vittime infantili è stato causato da questo tipo di armamenti. I numeri più elevati sono stati registrati in Ucraina, Afghanistan, Myanmar, Israele, nello Stato di Palestina e in Libano. Non si tratta soltanto delle conseguenze immediate delle esplosioni. Bombe e ordigni distruggono scuole, ospedali, reti idriche, infrastrutture elettriche e servizi essenziali per la sopravvivenza delle comunità. Inoltre, gli ordigni inesplosi continuano a rappresentare una minaccia anche molti anni dopo la fine dei combattimenti, causando nuove vittime tra i bambini. Per questo l’UNICEF ribadisce la necessità che le parti in conflitto evitino l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate e che gli Stati rafforzino, anziché indebolire, gli strumenti del diritto internazionale destinati alla protezione dei civili.

Sempre più bambini vittime di violenze multiple- Il rapporto evidenzia anche un’altra tendenza particolarmente allarmante. Nel 2025 oltre 3.100 bambini hanno subito più di una grave violazione dei propri diritti. Significa che uno stesso minore può essere rapito, reclutato da un gruppo armato e contemporaneamente subire violenze sessuali, torture o altre forme di abuso. Per molte bambine il rapimento rappresenta soltanto l’inizio di un lungo percorso di sfruttamento, violenze e stigmatizzazione sociale che continua anche dopo la liberazione. Per i sopravvissuti, sottolinea l’UNICEF, non basta mettere fine alla violenza. Servono protezione, sostegno psicologico, reinserimento sociale e familiare e percorsi di giustizia.

Aiuti umanitari sempre più ostacolati- Un altro dato preoccupante riguarda il crescente numero di ostacoli alle operazioni umanitarie. Nel 2025 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 8.000 episodi di restrizione dell’accesso agli aiuti, attacchi contro operatori umanitari o interferenze nella distribuzione dell’assistenza. Le situazioni più critiche sono state registrate in Israele e nello Stato di Palestina, in Libia e in Ucraina. Quando gli aiuti non riescono a raggiungere le popolazioni, osserva l’UNICEF, i bambini vengono privati di cure mediche, alimentazione, istruzione e protezione, proprio nei momenti in cui ne avrebbero maggiore bisogno. A pagare il prezzo sono anche gli operatori umanitari, sempre più spesso vittime di attacchi. Nella maggior parte dei casi si tratta di personale locale impegnato ad assistere le proprie comunità.

Aumentano le preoccupazioni per droni e intelligenza artificiale- Il rapporto richiama l’attenzione anche sull’evoluzione delle tecnologie militari. Il crescente impiego di droni, sistemi autonomi e strumenti di individuazione degli obiettivi supportati dall’intelligenza artificiale apre nuovi interrogativi sulla protezione dei civili. Oltre al rischio diretto di morte o ferimento, la presenza costante dei droni modifica profondamente la quotidianità dei bambini. Frequentare la scuola, giocare all’aperto o semplicemente dormire può trasformarsi in un’esperienza segnata dalla paura continua.

Un dato che lascia spazio alla speranza- Accanto ai numeri drammatici emerge anche un segnale positivo. Nel corso del 2025 oltre 13.000 bambini sono stati liberati dalle forze armate o dai gruppi armati e hanno potuto accedere, grazie all’UNICEF e ai partner umanitari, a programmi di protezione e reinserimento. Secondo l’organizzazione, questo dimostra che la cooperazione internazionale può produrre risultati concreti quando governi, organizzazioni internazionali e, in alcuni contesti, anche gruppi armati collaborano per il rilascio dei minori e la prevenzione di nuove violazioni.

L’appello dell’UNICEF-Nelle sue conclusioni Catherine Russell rivolge un appello alla comunità internazionale affinché venga  garantito il rispetto del diritto internazionale umanitario, siano protette scuole e ospedali, venga assicurato un accesso umanitario sicuro e siano rafforzati i meccanismi di monitoraggio e protezione dei bambini. Un appello che arriva in un momento in cui, avverte l’UNICEF, i tagli ai finanziamenti rischiano di compromettere proprio quei programmi che consentono ai minori sopravvissuti alla guerra di ricevere assistenza psicologica, ricongiungersi con le famiglie, tornare a scuola e ricostruire la propria vita. “I bambini non iniziano le guerre e non hanno il potere di fermarle – ricorda Russell -. Muoiono, soffrono e portano le cicatrici dei conflitti per decenni. Dobbiamo loro molto di più. Dobbiamo loro un mondo in cui la guerra sia affare di chi combatte e i bambini possano crescere, imparare e sognare in pace”.

2/Più di 10.000 bambini “soli in mare”. Dossier di SOS Mediterranee sui minori non accompagnati. 23.06.26 – SOS MEDITERRANEE Italia  –

Dall’inizio delle operazioni in mare nel marzo 2016, quasi una persona su cinque tra quelle soccorse dall’equipaggio di SOS MEDITERRANEE è un minore non accompagnato. Tra marzo 2016 e aprile 2026, SOS MEDITERRANEE ha salvato un totale di 43.219 persone: di queste, 10.505 (24%) erano minori di 18 anni e tra tutti i minori a bordo la maggioranza (80%, 8.366) era non accompagnata, viaggiando senza un genitore o un tutore

Il viaggio attraverso il Mediterraneo di bambini e adolescenti, minori non accompagnati senza un adulto accanto, per raggiungere l’Europa, è una realtà drammatica cui ci siamo abituati. Ma le loro storie e le loro sofferenze meritano uno spazio a parte, al di là di ogni racconto strumentale: per questo SOS MEDITERRANEE ha deciso di pubblicare il dossier “Soli in mare” con dati, numeri e statistiche che provano a raccontare il fenomeno dei minori non accompagnati che attraversano il Mediterraneo centrale, facendo luce sulle difficoltà enormi che incontrano sul loro percorso partendo dalle storie che in tanti anni i nostri soccorritori hanno raccolto a bordo.

Sono molti purtroppo anche i minori scomparsi nel Mediterraneo centrale negli ultimi 10 anni: secondo UNICEF, infatti, almeno 3.500 bambini o minori sono spariti nel mare di fronte alle nostre coste, senza che nessuno si accorgesse di loro. In questo quadro drammatico, chi ha la facoltà di prendere decisioni che incidano positivamente sul destino di questi bambini e ragazzi, insiste invece sulla strada dell’esternalizzazione delle frontiere e dei controlli sempre più stringenti, per evitare che i migranti, anche minori, riescano ad entrare in Europa.

L’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo lo scorso 12 giugno modifica profondamente la condizione giuridica dei Minori Stranieri Non Accompagnati: innanzitutto, corrono il rischio di trascorrere periodi prolungati presso le frontiere esterne dell’Unione Europea, in contesti spesso caratterizzati da forte pressione amministrativa e limitata disponibilità di servizi specializzati. Ulteriori criticità riguardano le procedure di accertamento dell’età, con la possibilità che soggetti effettivamente minorenni vengano considerati adulti e privati delle tutele specifiche previste dalla normativa. Anche le procedure accelerate di esame delle domande potrebbero incidere sulla tutela del minore e rendere più difficile per i minori comprendere pienamente i propri diritti, accedere a un’adeguata assistenza legale e rappresentare in modo completo la propria situazione personale e familiare, senza contare il rischio che l’elevato numero di arrivi e la complessità delle nuove procedure possano rallentare la nomina dei tutori, l’attivazione dei percorsi di protezione e l’accesso ai servizi sanitari, psicologici o educativi.

Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo” afferma Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia “rappresenta tutto ciò che cerchiamo di combattere. Invece di proteggere gli uomini, le donne e soprattutto i bambini che transitano in quel tratto di mare e affrontare la crisi del Mediterraneo centrale, si continua a utilizzare la questione migrazione per fare propaganda e lasciare che tutto resti com’è, anzi peggiori.

Nonostante i numeri impietosi sulle morti in mare, anche di bambini e ragazzi giovanissimi, l’Europa continua a trattare il problema come fosse politico e non umanitario.

Noi siamo in mare tutto l’anno per salvare le persone e raccogliere le loro testimonianze e ci troviamo spesso di fronte a giovanissime vite già segnate in modo violento o addirittura spezzate, come è successo un anno e mezzo fa, quando una bimba di 7 anni è salita sulla Ocean Viking già in fin di vita ed è poi morta all’ospedale di Malta. Dobbiamo essere tutti consapevoli del fatto che queste tragedie potrebbero essere evitate, se solo si attuassero politiche rispettose degli obblighi di salvare vite in mare. Come può un Paese che si dica democratico accettare di vivere con un cimitero di bambini e ragazzi innocenti a pochi chilometri dalle proprie coste e fingere che non esistano?“.


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