Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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L’impegno politico come servizio. Quel giovane…

Nadia Urbinati ha scritto su La Repubblica. Prendiamo per ipotesi un giovane precario retribuito con meno di mille euro al mese, appassionato di politica e attivo in un partito. Poniamo per ipotesi che, per un insieme di circostanze, venga eletto in un Consiglio regionale: dalla sera al mattino si troverà con uno stipendio che si aggirerà, nel peggiore dei casi, tra gli ottomila e i diecimila euro al mese.

Quel giovane, che aveva probabilmente firmato appelli per denunciare i costi della politica, si troverebbe di punto in bianco a far parte della casta tanto aborrita. E, a meno che non sia un eroe o un santo, non potrà che seguire la logica dell’interesse, che è normale e di per sé non condannabile: cercherà di conservare fin che può la propria condizione, e di non cambiare nulla di ciò che l’ha resa possibile, contrariamente, appunto, al contenuto dei vari appelli firmati prima.

Il bravo giovane si troverà a dover difendere lo status quo. Questo caso ipotetico è esemplare delle norme vigenti nel nostro paese, che sono pessime perché mettono automatica-mente il cittadino eletto contro il cittadino elettore (il giovane come è oggi contro il giovane come era ieri). Non ci si può scandalizzare di questo, poiché l’interesse ha una sua razionalità.

 Appellarsi al senso del dovere è più che legittimo, ma lo è altrettanto pensare di operare in modo che, non violando nessuna norma, la propria condizione vantaggiosa si conservi o migliori. Nessuno direbbe che è razionale fare quanto è in proprio potere per stare peggio. Il problema è abbastanza semplice: ciò che è sbagliato nella vicenda che coinvolge questo ipotetico giovane non è il suo ragionamento, ma i soldi che riceve per il suo lavoro politico, che sono troppi. Quando la differenza tra stipendi normali e stipendi politici è enorme, è evidente che ogni ragionamento di civismo si scontra con il senso dell’interesse.

E quando le norme sono così concepite da mettere l’interesse individuale contro ciò che è giusto, l’utile contro la giustizia, è pressoché scontato come questo scontro finirà: prevarrà sempre l’interesse e l’utile individuale e ciò non potrà essere accusato di ingiustizia. Semmai, ad essere ingiuste sono le norme che incentivano questo modo di operare, che creano un divorzio fra interesse e giustizia.

Cambiare le norme che mettono l’interesse contro la giustizia significa abbassare decisamente gli stipendi degli eletti. <Occorre che l’impegno politico sia un servizio> si sente dire quotidianamente. Parole sacrosante. Ma perché questo sia non l’opera di santi o di eroi ma di normali cittadini, è necessario che le norme stimolino questo comportamento, ovvero che scoraggino il pensiero di perseguire la carriera politica come un affare.

La norma fa proprio il contrario: essa induce a considerare la carriera politica come un affare. Il desiderio delle nuove generazioni di entrare in politica, in un momento in cui la società non offre lavoro e la politica offre queste prospettive materiali, deve far preoccupare.

La riforma urgente è quella che fa sì che l’incarico politico sia un servizio onestamente pagato, ma non troppo pagato; poiché solo a questa condizione la politica potrà con meno difficoltà venire associata più facilmente alla responsabilità; solo così verrà scoraggiato chi la ricerca come un affare sapendo in anticipo che comunque non farà guadagni enormi. Insomma, fare in modo che l’essere eletti sia un impegno associato comunque ad alcuni costi correlati, non, come è oggi, a nessun costo e solo a benefici.

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