Lo Stato ti insegna un Dio ma non il consenso: la scuola italiana che protegge i ragazzi dalla conoscenza, non dall’ideologia.
di Alessandro Dighero
Partiamo dai numeri, che sono l’unica cosa che in questo paese non si può accusare di “ideologia gender”: meno della metà degli studenti italiani, il 47%, ha mai fatto un’ora, una, una soltanto, di educazione sessuo-affettiva in vita sua. Il resto si arrangia, e si arrangia male: uno su cinque crede ancora che la pillola anticoncezionale protegga anche dalle malattie sessualmente trasmissibili, uno su dieci giura sul coito interrotto come metodo di prevenzione, e intanto l’Istituto superiore di sanità registra dal 2021 un aumento esponenziale delle infezioni tra gli under 25. Tranquilli, però: c’è chi in classe imparerà tutto questo direttamente da Pornhub, con lo stesso rigore scientifico con cui si impara a guidare guardando i video di incidenti su YouTube.
Perché l’educazione sessuo-affettiva non è, come qualcuno ancora finge di credere, un corso di ginnastica per genitali. È il posto, l’unico, spesso, dove un adolescente impara cosa sia il consenso prima di scoprirlo per sbaglio, cos’è una relazione sana prima di infilarsi in una tossica, come si riconosce la violenza prima di normalizzarla. Nel 2023, poche settimane dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin, il ministero se n’era pure accorto e aveva lanciato dei percorsi di “educazione alle relazioni” per le superiori. Peccato fossero facoltativi, extracurricolari, senza cattedre né docenti dedicati: un anno dopo, quasi nessuna scuola li aveva attivati. La commozione di stato dura, in Italia, il tempo di un titolo di giornale.
E allora, per non farsi trovare impreparato una seconda volta, quest’anno il legislatore ha risolto la faccenda alla radice: invece di introdurre finalmente la materia nei programmi, ha approvato una legge, la 104 del 2026, quattro giugno, 78 voti a favore, che regola il consenso a non farla. Alle medie e alle superiori serve l’autorizzazione scritta della famiglia per qualunque attività extracurricolare su sessualità e affettività; all’infanzia e alla primaria, se organizzata da soggetti esterni, è vietata punto e basta. Il ministro la definisce una riforma storica che rende “stabilmente obbligatoria” l’educazione al rispetto e all’empatia, obbligatoria con quali ore, quali insegnanti, quale concorso, non è dato saperlo. In Aula, un relatore ha spiegato che la norma serve a impedire “propaganda politica, drag queen e pornoattori nelle scuole”: scene che in ventitré anni di cronaca scolastica italiana nessuno ha mai visto, se non nella fervida immaginazione di chi le evoca per giustificare che l’unica cosa davvero regolata sia, ancora una volta, il divieto.
Risultato: un paese che sa esattamente come impedire che l’educazione sessuo-affettiva venga fatta, ma non ha ancora capito come farla. Non un albo, non una classe di concorso, non un percorso di formazione per chi dovrebbe insegnarla. Solo moduli di consenso informato, task force fantasma e ministri che spiegano nelle interviste cosa “non è vietato”, la difesa preferita di chi ha appena vietato qualcosa.
Ora, un piccolo salto a Capo d’Orlando, provincia di Messina, istituto Merendino. Il 6 luglio 2026 , la stessa manciata di settimane in cui la legge sul consenso informato entrava in vigore, il professor Liborio Princiotta, 68 anni, ottiene finalmente il ruolo come insegnante di Religione, dopo ventitré anni di precariato. La mattina supera il colloquio davanti alla commissione. La sera i colleghi lo salutano per il pensionamento. Stesso giorno, contratto e commiato: un cortocircuito che il professore, va detto, prende con signorilità e persino un po’ di ironia.
È una bella storia umana. Ma è anche, senza volerlo, la fotografia più onesta della scuola italiana che si possa immaginare: per insegnare Religione, materia facoltativa quanto l’educazione sessuo-affettiva, ma garantita da una diocesi, riconosciuta da un concorso, tutelata da una graduatoria, ci vogliono vent’anni e passa, e alla fine un ruolo arriva comunque. Per insegnare ai ragazzi cosa sia il consenso, l’affettività, il rispetto in una relazione, non serve aspettare ventitré anni: non c’è proprio la fila. Non è mai stata bandita.
E qui, a essere onesti fino in fondo, il caso Princiotta smette di fare tenerezza e comincia a fare paura, perché è la sintesi perfetta di come funziona la scuola pubblica in questo paese: ti fa aspettare vent’anni sull’uscio, poi ti apre la porta un attimo prima di richiudertela in faccia per sempre. Non è un incidente di percorso, è il format. Lo stesso format con cui si è deciso, nel 2026, che il modo più urgente di intervenire sull’affettività dei minori non fosse insegnargliela, ma normare chi ha diritto a impedire che gliela insegnino. Un ministero che, di fronte a un ragazzo su cinque convinto che la pillola curi anche le infezioni, invece di aprire una cattedra ha aperto un modulo da firmare. Complimenti: in nessun altro paese occidentale la prevenzione sanitaria di una generazione passa per la burocrazia del diniego.
Perché questa, e non altra, è la deriva vera: una scuola che sa bandire concorsi solo per le materie che non disturbano nessun potere costituito, e sa produrre invece leggi-manifesto, osservatori e task force proprio per le materie che qualcuno preferirebbe restassero un buco nero. Un sistema solido, meticoloso, quasi commovente nella sua lentezza quando si tratta di garantire il catechismo, e improvvisamente fulmineo quando si tratta di blindare per legge il diritto di non parlare d’altro. Non è una scuola che protegge i ragazzi dall’indottrinamento. È una scuola che li protegge dalla conoscenza, e chiama la cosa “libertà educativa delle famiglie” perché suona meglio di abbandono di stato. Il giorno in cui l’educazione sessuo-affettiva avrà finalmente il suo concorso, la sua cattedra, il suo ruolo, per coerenza con tutto il resto lo troveremo probabilmente bandito il giorno prima della pensione di qualcun altro.
Alessandro Dighero
