Era sabato, 20 giugno 2026. Il giorno di San San Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero il Grande.
di Luciano Corrado

Santo e dottore della Chiesa. Dottore per aver scritto o insegnato cose molto importanti per spiegare la fede cristiana. Le Chiese ortodosse lo venerano invece solo come santo.
A Nava di Pornassio si è vissuta una giornata laico-religiosa che meriterebbe di essere citata e ricordata. Un esempio unico nella storia di due comunità: un ponte figurato tra quello che fu il paese della Lavanda e Mendatica già ‘capitale’ della pastorizia in Valle Arroscia. La vetta, la protettrice Madonna di Frontè.
Olga e Americo hanno di fatto tramandato ai posteri come si può vivere un giorno importante – e ricco di significati- festeggiando con il ‘diamante‘: 60 anni di matrimonio. Gioia, abbracci, auguri, ricordi e veli interiori di rimpianto. Hanno simbolicamente ripercorso un lungo cammino tra gioie, sacrifici, tra spine e il focolare della famiglia unita. Un legamene profondo, in simbiosi. Il loro sguardo e la voce della commozione.
Non è stata un’esistenza eroica. E’ stata una esistenza-testimonianza di fede verso una generazione che si sta avviando verso l’ultimo miglio.
Americo Pelassa ricorda la prima giovinezza nella terra natale e quella degli avi, a Mendatica. La china dello spopolamento. “A scuola eravamo 40 alunni…in paese si viveva la ‘solidarietà”. Un legame ormai da “tempi lontani”, tra la nostalgia di ciò che è stato e la malinconia per quanto si è smarrito. Quel detto tra le vecchie generazioni. Il paradosso: “si stava meglio quando si stava peggio” (spesso citato anche nella variante “si stava peggio ma si stava meglio“). Ci si accontentava di quel poco, ora è invece la corsa soprattutto ad avere, ad esibire, allo status symbol del consumismo.
Amercio ha conosciuto e vissuto con il primo podestà del regime, Saldo papà di Egidio a sua volta eletto sindaco. Con la moglie Fiorentina hanno gestito uno dei 4 negozi di alimentari e generi vari del paese. Il figlio Roberto resta la bandiera imperiese di ex artigiano dei boschi, pur sempre attivo nel trasporto con il camion del legname destinato alla lavorazione per la chimica.
A Mendatica si ballava nella ex stalla sotto l’albergo Nazionale che all’epoca erano tre. Le memorie storiche sono ancora quattro maschi e una femmina. Quando la memoria non li tradisce possono raccontare lontani eventi della loro comunità.

Americo che, con il papà, ha fatto l’autista in proprio per il trasporto del latte fresco dai monti, dalle malghe imperiese alla ‘centrale del latte Pescetto’ di Albenga. Il viaggio iniziava all’alba. Lungo il percorso le soste per caricare i ‘bidoni’ di latte di mucca. Centinaia di capi. La ricchezza principale di molte famiglie. Il latte per quelle comunità era un prodotto “vivo“, allo stato naturale, così come esce dalla mammella dell’animale. Il ‘Leoncino‘ nei primo tratti era utilizzato, come passeggero, da chi lasciava per un giorno la malga per raggiungere il paese o il fondo valle, Pieve di Teco.
Il papà di Americo, macellaio, poi autista di camion, si è trovato, racconta il figlio, a far fronte ai metodi del fascismo. “Valevano che prendesse la tessera del Fascio che ha sempre rifiutata”. “La stirpe dei Pelassa a cui appartengo è quella detta della Penna“. Era un nodo cruciale e storico per l’alpeggio d’alta quota. Un pugno di case, di tecci.
Papà Domizio, più che un personaggio popolare e paesano, apparteneva ad un nucleo famigliare di 3 fratelli ed altrettante sorelle. Nel corso degli anni i maschi e gli eredi hanno intrapreso la imprenditoria famigliare. Si pensi che ‘nonno’ Americo a 18 anni iniziava la vita da camionista proseguita fino al Duemila. Dal trasporto del latte ad un’azienda di autotrasporti che abbracciava l’intera Liguria.
“Lavoravamo per la consegna dei prodotti Barilla e Bertoldi, un deposito anche ad Arenzano. Ci capitò di fare delle consegne utilizzando una barca”.
Olga, fedele e sapiente moglie, figlia unica di pastori a Nava, si è lasciata alle spalle una vita intensa di lavoro particolare per una montanara. Una sorte, un destino, coronato dal successo commerciale che crea benessere, agiatezza, esperienze non comuni, tante conoscenze.
“Ho conosciuto Americo, da bambina di 12 anni. Ero timida ma determinata. A 14 anni si frequentava le sala da ballare. Il mio lavoro: aiutare i genitori. Le mucche, il fieno, il lungo inverno. Il papà origini a Frabosa. Un reduce di guerra. All’epoca la famiglia più facoltosa di Nava era Corona provenienti da Alessandria, fornitori dell’esercito. Mio nonno era l’uomo di fiducia. E ancora i Boero. I Pasquinelli. Il paese con 7-8 scolari. Le scuole a Colle di Nava. Ho lasciato casa a 21 anni, destinazione Albenga. Il matrimonio è stato celebrato nell’allora parrocchia di Nava dove siamo tornati per le nozze di diamante. Una chiesa, verrebbe da dire, che ci ci ha portato fortuna. La Santa Patrona, Madonna della Neve che si festeggia il 5 agosto, forse non ci ha mai abbandonato anche nei momenti più difficili. Ci ha sposati il mitico parroco don Gastaldi“.
Olga e Americo orgogliosi di non aver abbandonata la casa degli avi a Nava. L’hanno ‘curata’, resa confortevole. Più di un ricordo per la loro figlia che vive a Milano; il giudizioso nipote. Americo aveva un hobby, una gran passione per lo scii. Le sue piste preferite erano quelle di Monesi.
Olga torna indietro nel tempo: “Siamo stati vittima di una rapina nel laboratorio- negozio di pellicce (in regione Coasco a Villanova d’Albenga). Un drammatico evento che ha rischiato di vanificare anni di sacrifici e di impegno e successo commerciale. Sul far della sera l’irruzione di tre banditi armati, uno fare da piantone all’esterno. Pistola puntata al capo – ricorda Olga -. In due caricavano le pellicce, decine e decine, per me rappresentavano un impegno che durava da 30 anni. Il nostro era soprattutto un deposito che riforniva pelliccerie e privati. Ricordo che le clienti arrivavano da Alassio, ma anche Albenga in misura minore, Borghetto S. Spirito, Loano e oltre. Erano anni in cui le pellicce andavano di moda. Uno dei regali più gettonati. Visone, marmotta, volpe….. L’assicurazione, come si finisce per scoprire a danno subito, ha rifuso le briciole. Tra l’altro, la quasi totalità dei capi l’avevamo in conto vendita. Un patrimonio”.
A Nava, prima in chiesa e all’uscita la tradizione del lancio di chicchi di riso, poi al ristorante L’Alpino. E’ stata una “grande festa’ del cuore, vissuta dai festeggiati, dai loro parenti. Ha coinvolto. E’ stata l’occasione per conoscersi, per ascoltare. E’ stata la dimostrazione che ci sono valori indissolubili pur attraversando anni con la supremazia della ‘dissoluzione’ famigliare, dell’abbandono dell’etica che porta ad unire e non a dividere. A far tesoro dei buoni insegnamenti dei nostri cari. Nessuno può pensare al diritto di avere tutto e tutto gli aspetta. Anziché guadagnarselo come era uso tra i monti.
Olga e Americo ‘ambasciatori’ di quella società, di quelle tradizioni, di quel calore umano, che ci rende più umani. Meno vittime di una disgregazione che solo guardando il passato può ricondurre non solo a valori, pur utili quelli venali, tramandando le virtù che hanno accompagnato le generazioni di chi è cresciuto con la semplice, ma ricca ‘cultura montanara‘. Che significa ricchezza d’animo. Lo spirito di non dimenticare chi eravamo. Chi siamo ai nostri giorni. Cosa tramanderemo ai nostri cari. Ad Olga mancherà il “Silenzio” eseguito la sera tardi, non lontano da casa sua, dove militari della fanteria, trascorrevano un periodo di esercitazioni. Il Silenzio per indicare la fine della giornata e l’inizio del riposo. Le note della tromba militare/bugle) era anche un solenne omaggio ai caduti in guerra e il segnale della fine della giornata. Il suono si sparge nella piana di Nava. Un’atmosfera magica, surreale e mistica.
Nell’ampia sala de L’Alpino, tra 50 commensali, si ascoltavano gli applausi. Evviva gli sposi. Evviva il ‘diamante’, esempio di vita, di Olga e Americo.
Luciano Corrado

