Il tempo di percorrenza di questo viaggio è assai variabile. In quanto è dedicato a curiosi e amatori, a persone che non si fermano al primo selfie e vogliono approfondire i luoghi visitati. Le occasioni per mangiare non mancheranno, in Piemonte.
di Ezio Romanoni


E anche l’offerta turistica alberghiera è accessibile a tutti. Perchè scopo di questo viaggio non è soltanto la meta, ma il viaggio stesso e la scoperta di sé.
Da Savona si può andare in autostrada fino a Mondovì, gemma e capoluogo del Monregalese divisa tra Breo, Piazza e Carassone, con la parte alta collegata da una pittoresca funicolare.
Piazza è il rione più antico, un salotto elegante che domina la città dall’alto. Un tempo era il centro nevralgico della comunità: sede del Duomo, del Palazzo di Città e di quello del Governatore; ancora oggi è un paese nel paese, con il suo dedalo di vie e vicoli, piazze nascoste e saliscendi che conducono ad angoli suggestivi.
Il modo più originale per raggiungere Piazza è l’utilizzo della funicolare che vi sale, in pochi minuti, dalla parte bassa. È stata rinnovata dopo una lunga inattività: un impianto moderno ha sostituito l’antico sistema funzionante ad acqua, che sfruttava la differenza di peso creata riempiendo o svuotando le carrozze.
L’ex chiesa dei Gesuiti, in origine dedicata a San Francesco Saverio, prende il nome di chiesa della Missione quando viene affidata ai Padri Missionari di San Vincenzo Dè Paoli. Edificata tra il 1665 e il 1678 dall’architetto Giovenale Boetto, è nota per gli affreschi di Andrea Pozzo, influente pittore e architetto nel periodo barocco. Pozzo che ha trasformato l’intera superficie della copertura, quasi piatta, in un fastoso e colorato repertorio di elementi decorativi e finte architetture come la cupola centrale con la Gloria di San Francesco Saverio, uno degli esiti più alti della pittura prospettica barocca.
Il Museo della Stampa è una rarità. Il 24 ottobre 1472, a opera del tipografo Antonio di Mattia di Anversa, con l’apporto economico di Baldassarre Cordero, viene edito a Mondovì il primo libro stampato in Piemonte, a distanza di soli sedici anni dalla stampa della Bibbia di Gutenberg.

L’attività tipografica gode ancora di prestigio in epoca napoleonica: una stamperia di Mondovì è incaricata di pubblicare il Journal du Département de la Stura, organo ufficiale del governo francese. Il museo raccoglie numerose macchine per la stampa di epoche diverse e permette di sperimentare di persona le differenze tra le varie tecniche.
Lasciata Mondovì, ci si dirige a sud, verso Beinette, dove la sagoma dell’imponente castello, in stato di abbandono, domina il profilo del paese, sullo sfondo delle montagne. Una curiosità che merita una sosta è un piccolo lago i cui fondali sabbiosi ribollono sempre, con continui sbuffi e pennacchi che si proiettano verso l’alto. Il movimento è provocato da una sorgente, che ha portata e temperatura regolari, alimentando questo curioso fenomeno. La sorgente è uno degli sbocchi di un complesso circuito di canali sotterranei, che arriva dal torrente Gesso.
A Caraglio si incontra il ristrutturato e recuperato ex Filatoio di Caraglio, un emblema storico di una importante attività che qui si è svolta per secoli: la coltivazione dei bachi da seta e la loro trasformazione intessuti e filati.
Villar San Costanzo. Al di sopra del paese, il santuario di San Costanzo al Monte presenta un tiburio ottagonale e capitelli con figure medievali; è uno dei monumenti romanici più interessanti e meno conosciuti del cuneese. Sorge poco distante dal luogo in cui era l’antica abbazia detta del Villare o di Villar San Costanzo, ricordata già nella Cronaca di Saluzzo da Gioffredo della Chiesa nel 1450 circa. Labbazia era costruita nel piano, in regione Cannetum (dove oggi è la parrocchiale di San Pietro di Villar), mentre la chiesa di San Costanzo sul Monte era la cella che si dice sorta sul luogo del martirio del santo. Al suo interno di una cripta di notevole ampiezza costituisce una chiesa inferiore di dimensioni pari a quelle della superiore.
Dronero è la capitale della Val Maira, dove già si inizia a respirare il clima di queste montagne aspre Il suo nome antico era Dragonero, di incerta origine, conservato in alcune iniziative culturali locali.. La Loggia del Grano, in piazza San Sebastiano, è una costruzione a pianta ottagonale del XV secolo, caratterizzata da semicolonne e archi ogivali. Nel Cinquecento è stata adattata a cappella e dedicata a San Sebastiano, nel XVIII secolo viene aggiunta l’edicola anteriore. Nell’Ottocento riprende il suo uso iniziale di luogo di scambio e contrattazione.
Il Ponte del Diavolo viene costruito nel 1428, opera del capomastro Magiser Antonius, capolavoro dell’ingegneria civile medievale, con archi a tre campate. Sul pilastro dell’arcata minore, verso il centro di Dronero, poggiava il ponte levatoio, il cui cardine di ferro è stato ritrovato sotto il manto stradale. Il suo nome è legato, come in altri casi, alla figura del Diavolo su cui si tramanda una leggenda locale, da scoprire passeggiando sul ponte.
Il Mulino ad acqua della Riviera risale al Quattrocento; ristrutturato nel 2010, è tornato a essere attivo. Lo si può visitare, previa prenotazione presso la Biscotteria Artigiana Cavanna, che ne è proprietaria e lo ha inserito nel proprio ciclo produttivo artigianale di farine e biscotti.
Tra San Damiano Macra e Celle Macra, si incontra la Cappella di San Salvatore, con affreschi romanici: transitando sulla provinciale già cattura lo sguardo: isolata su un breve spiazzo ha massicce colonne rotonde e una particolare struttura che annuncia un piccolo tesoro.
La chiesa è la più antica testimonianza di insediamento cristiano, nella zona, fondata nel XII secolo dai Canonici di Oulx.

Realizzata in pietra rozzamente squadrata e ciottoli di fiume e con il tetto rivestito dalle caratteristiche lastre d’ardesia, ha un portico sorretto da possenti colonne rotonde. Presenta una facciata a vela e un piccolo campanile con due monofore. L’interno custodisce due pregevoli cicli di affreschi. Il primo, di epoca romanica, rappresenta Adamo ed Eva, scene di battaglia ed un momento di danza, con diversi strumenti musicali in una rappresentazione di musica dipinta. Nell’abside un ciclo pittorico tardo-gotico raffigura i dodici Apostoli, i quattro Evangelisti e un Cristo in mandorla. A lato c’è un comodo parcheggio attrezzato, non ci sono alibi per non fermarsi.
Dopo un breve tratto di strada, un cartello segnaletico indica Stroppo, sulla destra. Si inizia a salire, si incontra il capoluogo nella Borgata Paschero. Qualche tornante ed eccoci alla chiesa di San Peyre. Su di essa e sul recinto dell’antico cimitero svetta l’alto campanile gotico. Il portale in pietra è sormontato da un grosso arco a tutto sesto romanico. L’interno della chiesa è a tre navate, la centrale termina in due absidi nate come cappelle aperte. Nell’abside maggiore diversi dipinti risalenti alla seconda metà del XIV secolo, di un pittore anonimo, rappresentano una grande figura di Cristo in trono affiancata dai Santi Pietro e Paolo, titolari della chiesa. Dello stesso Maestro sono una Annunciazione e il san Cristoforo posto sopra la cappelletta del campanile. Un diverso artista ha realizzato nella cappelletta la Madonna in trono fra San Pietro e Sant’Antonio Abate e, nell’intradosso dell’arco, San Bernardo da Mentone che incatena un diavolo e le Sante Barbara e Caterina d’Alessandria. È l’abside minore a riservare le maggiori sorprese, grazie a un terzo Maestro, forse lombardo, autore nei primi decenni del XV secolo della Natività, dell’Annuncio ai pastori, dell’Adorazione dei Magi e della Dormitio Virginis. Ispirate ai Vangeli apocrifi, che rappresentano con delicatezza la nascita di Cristo arricchendola di particolari inediti e intimi. Assai rara è la figura del pastore con la cornamusa. Il musicista, dal volto incredulo, porta uno degli strumenti simbolo della musica popolare.
Occorre percorrere 17 chilometri, con una strada tortuosa e per nulla agevole, per raggiungere Elva, nella cui parrocchiale di Santa Maria Assunta spicca, nel presbiterio, uno dei capolavori di Hans Clemer: la Crocifissione.
Elva sorge in splendida posizione panoramica, a 1636 metri di altitudine; sono ben 29 le sue antiche borgate e frazioni. Una leggenda racconta è stata fondata da quattro briganti in fuga, alla ricerca di un posto appartato e di difficile accesso, caratteristiche che hanno permesso di mantenere forme di architettura scomparse altrove.
Ci sono vari motivi per visitare la Parrocchiale di Santa Maria Assunta di Elva: ammirare una chiesa in stile romanico e il contesto naturale che la accoglie. La splendida Crocifissione e i dipinti situati nel presbiterio sono stati dipinti da Hans Clemer, operante nel Marchesato di Saluzzo e in Provenza fra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI, a lungo chiamato Maestro d’Elva. La Crocifissione è caratterizzata da una forte drammaticità e dalla potente fisicità dei suoi personaggi. Fra gli anonimi volti della folla spicca, al centro, quello di Longino, che la tradizione dice essere l’autoritratto del pittore Hans Clemer. Le scene laterali illustrano la vita della Madonna. Il fonte battesimale, in pietra scolpita, risalente alla fine del XIV e inizio del XV secolo e un’acquasantiera dei già citati fratelli Zabreri, datata 1463.
Tra fine Settecento e metà Novecento gli elvesi si sono specializzati nel mestiere dei pelassier, o raccoglitori e commercianti di capelli. Essi raccoglievano chiome in tutto il Nord Italia, e oltre, per realizzare parrucche vendute in tutto il mondo. Si può scoprire questo antico lavoro al Museo di Pels all’interno della Casa della Meridiana in borgata Serre. Inaugurato nel 2006, il Museo di Pels (o museo dei capelli) di Elva custodisce la memoria di un mestiere unico nato sui monti della Valle Maira, che trova assonanze con l’epopea dei librai pontremolesi, in Lunigiana. Lhi Pelassiers partivano da Elva all’inizio dell’autunno, quando i lavori agricoli erano terminati, e andavano ovunque potessero trovare una donna o una ragazza disposta a cedere la chioma in cambio di qualche lira, un pezzo di stoffa o un foulard.
Quando le trecce vere e proprie scarseggiavano si accontentavano anche dei capelli venuti al pettine. Chiuso il raccolto in grossi sacchi, questi venivano trasportati o spediti a Elva, dove le donne li lavavano, pettinavano e suddividevano in trecce che venivano messe ad asciugare. Era una pregiata materia prima, essenziale per il confezionamento delle parrucche, e veniva commercializzata sui mercati stranieri. Il museo racconta le storie di questo mestiere itinerante, la memoria di una comunità che ha saputo individuare una valida alternativa alla povertà e l’ha perseguita con ingegno.
Ezio Marinoni
