Nessy, 27 anni, originaria di Sanremo, non può lasciare l’Egitto. Viveva nascosta, cambiava casa frequentemente, ma il primo luglio la polizia egiziana l’ha prelevata con la figlioletta alle quattro e mezza del mattino, in applicazione di una sentenza di condanna a 6 mersi di lavori forzati.
Una sentenza aberrante, inaccettabile per un reato cancellato 58 anni fa dal codice penale italiano, e che pesa in modo determinante sulla causa, in corso da mesi, per l’affidamento della bambina. A denunciarla, per non farla rientrare in Italia era stato il marito egiziano, già condannato in Italia in via definitiva per maltrattamenti, stalking e violenza sessuale. La causa per l’affidamento doveva essere discussa l’8 agosto, ma il tribunale senza spiegazioni e in modo brusco l’ha rinviata al 7 ottobre. E’ ora urgente che il governo italiano e soprattutto il ministro Tajani si facciano sentire. Come per la tragica e dolorosa vicenda Regeni, l’Italia non può restare ostaggio di un regime ostile.
di Alessandro Dighero
Nessy Guerra non è un caso diplomatico. È una ragazza madre ligure, e noi l’abbiamo abbandonata. In Egitto condannata una donna per un reato che altrove non esiste più da mezzo secolo.

Io scrivo con rabbia, e non me ne vergogno. Perché ci sono momenti in cui la pacatezza è un lusso che non possiamo permetterci, e questo è uno di quei momenti. Da più di due anni una ventisettenne di Sanremo vive nascosta in Egitto con sua figlia di tre anni e mezzo. Cambia casa. Trema di notte. Firma fogli che la inchiodano a un indirizzo che ormai la polizia conosce a memoria. Si chiama Nessy Guerra, e un tribunale egiziano l’ha dichiarata colpevole, sentite bene, colpevole, di un reato che noi italiani abbiamo cancellato dal codice penale nel 1968: l’adulterio. Io lo dico chiaro, senza nascondermi dietro il condizionale del cronista neutrale: io le credo. Credo a lei quando dice di non aver mai tradito nessuno, credo a una donna processata sulla parola di chi oggi è già stato condannato, in Italia, per violenza contro un’altra donna. E anche se fosse vero, anche se lo fosse, quale Stato al mondo condanna ancora una madre a sei mesi di lavori forzati per questo? Sei mesi di lavori forzati a una madre, per un’accusa che non le hanno nemmeno saputo o voluto provare fino in fondo.
E il padre di sua figlia? Tamer Hamouda, in Italia, è già stato condannato in via definitiva per maltrattamenti, stalking e violenza sessuale su un’altra donna. In Egitto è stato arrestato per aver minacciato il console italiano. Ed è uscito di prigione con ottantatré euro di cauzione. Ottantatré euro. Il prezzo di una cena, per un uomo che la giustizia italiana ha già giudicato pericoloso.
Io non sto raccontando una fiction giudiziaria esotica per riempire le pagine dell’estate. Sto raccontando i fatti, uno per uno, perché i fatti sono l’unica arma che ho contro chi preferisce guardare altrove. Il primo luglio 2026 la polizia egiziana ha prelevato Nessy e la bambina alle quattro e mezza del mattino.
Il ministro Tajani ha promesso il rientro “il prima possibile”. Sono passate sette settimane. L’udienza sull’affidamento, fissata per il 6 agosto, è stata rinviata al 7 ottobre, l’ennesima, mentre la difesa denuncia che il giudice non ha nemmeno voluto guardare i documenti che gli venivano consegnati. E la piccola Aisha, per la legge egiziana, non potrà lasciare il Paese senza il permesso del padre fino a ventun anni. Ventun anni. Faccio il conto, e mi viene da urlare: significa che quella bambina potrebbe restare prigioniera di un ricatto legale fino a quando non sarà lei stessa una donna adulta.
E allora ditemi voi che cosa significa “immobilismo“, se non questo. Non è mancanza di strumenti, badate bene: è mancanza di volontà. La Convenzione di Vienna del 1963 impone allo Stato di proteggere i propri cittadini all’estero, non solo di assisterli con un funzionario consolare gentile. La Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, che l’Italia ha ratificato nel 1991, dice all’articolo 3 che l’interesse superiore del minore viene prima di tutto, e all’articolo 9 che un bambino non va separato dai genitori se non per una ragione seria, motivata, verificata.
Nessuno mi ha ancora spiegato quale ragione seria giustifichi di lasciare una bambina in ostaggio di un procedimento rinviato all’infinito, mentre suo padre, condannato, ripeto, condannato per violenza, è libero di girare. E poi c’è il buco più grande di tutti, quello che nessuno vuole ammettere: l’Egitto non ha mai aderito alla Convenzione dell’Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori. In tutti questi anni, nessun governo italiano, nessuno, di nessun colore, ha ritenuto necessario costruire un accordo bilaterale che impedisca a un caso come questo di restare appeso alla pazienza di un tribunale straniero. Noi, in casa nostra, ci siamo dati il Codice Rosso per intervenire in poche ore sulla violenza domestica. Fuori dai confini, lasciamo che una madre resti sorvegliata sotto casa per settimane, e ci accontentiamo di un comunicato stampa.
Le interrogazioni parlamentari ci sono state, sia chiaro: la deputata Valentina Ghio le ne aveva presentata una un anno fa, senza risposte esaurienti. Il deputato Devis Dori ne ha depositate altre due. A maggio, alla Camera, l’appello è stato trasversale, bipartisan, quasi commovente nella sua unanimità. E poi? E poi niente. La macchina resta ferma sul binario morto della “massima attenzione” dichiarata e mai tradotta in nulla di concreto.
Non è una guerra di civiltà, e lo dico con la massima fermezza a chi vorrebbe farne un pretesto contro una fede o contro l’integrazione: chi lo fa sbaglia bersaglio, e fa un favore proprio a chi vuole distrarci dal vero scandalo. Il vero scandalo non è la fede di nessuno. È un sistema giudiziario che condanna una donna per un reato che altrove non esiste più da mezzo secolo, ed è uno Stato, il mio, il nostro, che si limita a “seguire con attenzione” mentre una famiglia ligure resta bloccata, sorvegliata, in attesa di un’udienza rinviata per la terza volta.
Da mesi, insieme ad altri cittadini liguri, continuiamo a bussare alle porte degli amministratori locali perché portino mozioni nei consigli, organizziamo incontri, scriviamo alle redazioni che vogliono ascoltarci. Non basta più, e lo sappiamo. Il 7 ottobre 2026 si torna in aula a Hurghada. Il governo italiano ha ancora tempo, poco, ma ce l’ha, per smettere di ringraziare Il Cairo su X e cominciare a pretendere, con gli strumenti che il diritto internazionale già gli mette in mano, che una madre e sua figlia tornino a casa.
Alessandro Dighero
