Preferenze bocciate, franchi tiratori promossi: il Parlamento che ha paura degli elettori… e la nuova Legge elettorale.
di Fabio Luccini
Tre giorni di dibattito parlamentare sono bastati a riportare sotto i riflettori uno dei mali più antichi e meno edificanti della politica italiana: quello dei cosiddetti “franchi tiratori”. Ancora una volta il voto segreto ha consentito a decine di parlamentari di affossare un emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale. È bastato un solo voto di scarto perché una proposta che avrebbe restituito ai cittadini una quota maggiore di sovranità nella scelta dei propri rappresentanti venisse respinta.
Il dato politico è evidente. Quello morale lo è ancora di più.
Le preferenze non sono la soluzione di tutti i problemi della nostra democrazia, ma rappresentano un principio fondamentale: consentire agli elettori di scegliere non soltanto un simbolo di partito, ma anche la persona da mandare in Parlamento. Eliminare o impedire questo diritto significa rafforzare un sistema nel quale il destino dei candidati dipende sempre più dalle segreterie e sempre meno dal consenso popolare. Ma è indubitabile che: “Un Parlamento che teme il giudizio degli elettori non rafforza la democrazia: rafforza soltanto se stesso.”
È difficile non mettere in relazione questa scelta con un fenomeno ormai cronico: l’astensionismo. Tornata elettorale dopo tornata elettorale, milioni di cittadini rinunciano al voto, convinti che la loro volontà incida sempre meno sugli equilibri politici. Quando gli elettori percepiscono di non poter scegliere realmente chi li rappresenterà, la distanza tra Paese reale e istituzioni diventa inevitabilmente più profonda.
In questo scenario, il comportamento dei franchi tiratori rappresenta una delle pagine meno nobili della nostra democrazia parlamentare. Il voto segreto nasce per garantire la libertà di coscienza del parlamentare, non per offrire un rifugio a convenienze personali, calcoli di corrente o strategie sotterranee.
Il sospetto, difficile da fugare, è che dietro quei voti contrari si nasconda il timore di molti parlamentari di dover un giorno misurare il proprio consenso direttamente davanti agli elettori. Le preferenze costringerebbero infatti ogni candidato a conquistarsi la fiducia delle persone, mettendoci il volto, il lavoro svolto, la credibilità costruita negli anni. Un esercizio certamente più impegnativo che confidare esclusivamente nella protezione delle liste bloccate o nelle decisioni delle segreterie.
Per qualcuno significherebbe anche correre il rischio di perdere ciò che la politica offre: il seggio parlamentare, il prestigio della carica, un trattamento economico importante, il potere che deriva dall’appartenenza alle istituzioni e, non di rado, anche quella gratificazione personale che accompagna l’esercizio delle funzioni pubbliche. È una prospettiva che evidentemente spaventa più di quanto si voglia ammettere.
Colpisce anche l’atteggiamento dell’opposizione, salita sulle barricate per esultare dopo la bocciatura delle preferenze. Una vittoria parlamentare, certamente, ma che lascia aperta una domanda: si può davvero festeggiare quando viene meno uno strumento che avrebbe consentito agli elettori di incidere maggiormente sulla composizione del Parlamento?
La proposta era stata avanzata dalla maggioranza guidata da Giorgia Meloni, ma aveva già mostrato profonde difficoltà durante il confronto interno al centrodestra. Le resistenze non sembravano provenire soltanto dall’opposizione, bensì anche da una parte della stessa coalizione, dove alcuni partiti appaiono oggi meno solidi sul piano del consenso rispetto al passato e potrebbero guardare con preoccupazione a un sistema che affidi agli elettori una scelta più diretta dei candidati.
Tra le dichiarazioni più sorprendenti emerse in queste ore vi è quella di un esponente della Lega, intervistato da Sky, secondo il quale sarebbe persino preferibile che un parlamentare non fosse costretto a raccogliere preferenze, perché altrimenti sarebbe “in giro a raccogliere consensi” invece di lavorare nelle aule parlamentari.
Una tesi che appare difficilmente sostenibile. Il consenso non si conquista ma chiedendo il voto a ciascun cittadino, a ogni possibile elettore, esercitando con serietà il proprio mandato, producendo buone leggi, controllando l’operato del Governo, rappresentando il territorio e mantenendo gli impegni assunti con gli elettori. È proprio l’attività parlamentare, se svolta con competenza e responsabilità, a costruire quella credibilità che si traduce poi nel voto dei cittadini.
La democrazia vive di responsabilità reciproca: gli elettori devono poter scegliere, ma gli eletti devono anche rispondere delle proprie azioni davanti a chi li ha mandati nelle istituzioni. Ogni meccanismo che allontana questo rapporto diretto finisce per indebolire il legame di fiducia tra cittadini e Parlamento.
Forse la vicenda di questi giorni consegna una verità tanto semplice quanto scomoda: c’è ancora chi considera il consenso popolare una prova da evitare, anziché il fondamento stesso della rappresentanza democratica. Ed è proprio questa paura del giudizio degli elettori che dovrebbe preoccupare molto più della discussione su qualsiasi legge elettorale.
A rendere ancora più significativa questa vicenda è stata la reazione delle opposizioni. Dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, fino ad Alleanza Verdi e Sinistra, la bocciatura delle preferenze è stata accolta con evidente soddisfazione: applausi, esultanza e dichiarazioni dei rispettivi leader, hanno trasformato quello che avrebbe dovuto essere un momento di riflessione sul rapporto tra cittadini e istituzioni, in un vero e proprio trofeo politico.
Su Sky, intervistato da una valente giornalista specializzata in tematiche politiche che conduce un programma settimanale a puntate, il leader nazionale di Alleanza Verdi Sinistra, Nicola Fratoianni, durante appunto una intervista subito successiva alla bocciatura delle “preferenze”, ha candidamente ammesso di aver chiesto per il proprio partito, all’inizio legislatura, di poter usufruire del diritto di voto segreto ad ogni possibile occasione istituzionale, ove fosse ammesso. Credo che ogni commento sia ultroneo!!! Aprite gli occhi gente e teneteli spalancati su tutti indistintamente…
È un atteggiamento che, agli occhi di molti osservatori, ha finito per far cadere ogni residua ambiguità. Esultare per la mancata reintroduzione di uno strumento che avrebbe consentito agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti, appare una contraddizione difficile da spiegare per le forze politiche, le quali rivendicano di essere le principali custodi della partecipazione democratica.
Quella soddisfazione è sembrata rivelare non tanto una vittoria di principio, quanto l’ennesima dimostrazione di un’opposizione incapace di proporre un’alternativa credibile e spesso animata più dall’avversione verso il Governo Meloni, che da una visione organica delle riforme istituzionali. È una valutazione politica, naturalmente, ma che trova alimento in una contrapposizione sempre più orientata allo scontro pregiudiziale, piuttosto che al confronto sul merito dei provvedimenti.
Il Governo guidato da Giorgia Meloni, pur con limiti e criticità che ogni esecutivo inevitabilmente presenta, può rivendicare alcuni risultati che gli stessi dati economici attribuiscono alla fase attuale, in particolare sul fronte dell’occupazione. Resta aperta, certamente, la grande questione della qualità del lavoro e del potere d’acquisto dei salari, che richiede interventi strutturali affinché la crescita occupazionale si traduca anche in un miglioramento concreto delle condizioni salariali del lavoratore e conseguentemente di vita delle famiglie.
Al contrario, una parte dell’opposizione continua a riproporre politiche fortemente orientate all’assistenzialismo, senza una riflessione altrettanto approfondita sulle proprie passate esperienze di governo. Il Movimento 5 Stelle, guidato dall’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e il Partito Democratico sono stati protagonisti di una stagione complessa, quella dell’emergenza pandemica, durante la quale furono adottate numerose decisioni che hanno suscitato, e continuano a suscitare, un intenso dibattito pubblico. Tra queste vi sono le polemiche relative ai banchi scolastici con rotelle, agli approvvigionamenti di dispositivi di protezione individuale e ad altre misure emergenziali che, nel tempo, sono state oggetto di critiche, verifiche amministrative e, in alcuni casi, di accertamenti da parte delle Autorità competenti.
In uno Stato di diritto, tuttavia, il principio deve rimanere sempre lo stesso: le eventuali responsabilità, politiche o giuridiche, vanno accertate nelle sedi competenti, nel pieno rispetto del contraddittorio e delle garanzie previste dall’ordinamento legale. Nessuno dovrebbe essere considerato colpevole senza che i fatti siano stati esaminati con rigore e imparzialità. È proprio questa la differenza tra il legittimo giudizio politico e la Giustizia: il primo appartiene al confronto democratico, la seconda deve fondarsi esclusivamente sulle prove e sul diritto, perché a volte, torna alla mente quell’adagio “giolittiano” che recitava come segue: “Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”.
In sintesi, la nuova Legge elettorale si propone di garantire una maggiore stabilità istituzionale, soprattutto al Senato, con premio di maggioranza anche alla Camera non pregiudicante l’equilibrio complessivo da far gridare all’assalto dello Stato democratico, un obiettivo certamente condivisibile in un sistema politico, che negli ultimi decenni ha conosciuto una cronica fragilità dei governi, oltre ai governi tecnici tanto cari a una Sinistra impositiva, poi puntualmente punita dalle urne, alla prima occasione. Tuttavia, la mancata reintroduzione delle preferenze rischia di lasciare sostanzialmente immutati gli equilibri di potere interni ai partiti.
I tradizionali “boiardi” della politica continueranno a esercitare un’influenza determinante nella selezione della classe dirigente, gli amici degli amici, nella gestione delle rispettive correnti e nelle scelte strategiche, non sempre coincidenti con gli interessi più immediati e concreti dei cittadini. Il rischio è quello di consolidare un modello di rappresentanza, nel quale il rapporto fiduciario tra eletto ed elettore rimanga subordinato alle logiche delle segreterie e degli apparati, anziché fondarsi sul consenso diretto e sulla responsabilità politica verso chi esprime il voto.
Ed è forse questa la lezione più importante che la politica dovrebbe recuperare: meno tifo, meno esultanze di parte e più rispetto per quei cittadini che chiedono semplicemente di poter scegliere i propri rappresentanti e di vedere nelle Istituzioni un luogo di responsabilità, trasparenza e autentico servizio al Paese.
Fabio Lucchini
