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Liguria e Basso Piemonte

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Liguria Datacenters: la “rapina” silenziosa di suolo, acqua ed energia


Presentiamo il dossier Liguria Datacenters, cioè il grande romanzo italiano della modernità: quella che arriva sempre con la faccia pulita, il lessico inglese e i consumi da centrale nucleare.

di Alessandro Dighero

Perché oggi non si dice più “cementifichiamo”, non si dice più “succhiamo acqua”, non si dice più “occupiamo suolo”: oggi si dice innovazione. Che è la parola magica con cui in Italia riesci a far sembrare sexy anche un capannone con le ventole.

Il data center, in teoria, è il tempio del futuro. In pratica è una macchina vorace che chiede energia, acqua, connessioni, spazi, silenzio, bonus, autorizzazioni veloci e soprattutto una cosa preziosissima: che nessuno faccia domande.

Perché se fai domande, scopri che sotto la patina del progresso c’è spesso la solita operazione all’italiana: il territorio come dispensa, il paesaggio come fastidio, la comunità come rumore di fondo.

E la Liguria, poveretta, è il posto perfetto per questa farsa: stretta, fragile, piena di vincoli, con poca pianura e tanta fame di tutela.

Quindi naturalmente è lì che qualcuno vorrebbe infilare infrastrutture sempre più grandi, sempre più energivore, sempre più assetate, come se il territorio fosse un preservativo bucato del pensiero urbanistico: entra tutto, esce danno.

Questo dossier fa una cosa che in Italia pare un atto eversivo: prova a dire che forse, prima di piazzare l’ennesimo mostro tecnologico, bisognerebbe sapere dove prende l’acqua, quanta corrente succhia, quanto suolo divora, che impatto ha sulle reti, sui paesi, sulle valli, sulle coste, e soprattutto chi paga il conto.

Perché il capitalismo territoriale italiano è fatto così: i profitti stanno nei bilanci privati, i disagi restano ai cittadini, e la compensazione è una stretta di mano, un comunicato stampa e una promessa di “indotto”.

Ma il punto più comico, se non fosse tragico, è che tutto questo viene venduto come sviluppo.

Sviluppo è una parola così elastica che ci puoi giustificare quasi tutto: una colata di cemento, una colata di server, una colata di fumo lessicale. Basta aggiungere “green”, “smart” o “strategico” e il disastro diventa visione. È la bestemmia perfetta del nostro tempo: non distruggere il territorio, no, valorizzarlo. Che in burocratese significa farlo diventare più brutto, più fragile e più costoso da riparare.

Per questo presentiamo il dossier senza inchini e senza anestesia: non per fermare il futuro, ma per impedire che il futuro venga usato come una mazza da demolizione con il logo dell’innovazione sopra.

Perché se una regione come la Liguria deve diventare una colonia energetica e idrica al servizio di infrastrutture che nessuno vede ma tutti pagano, allora almeno abbiate il coraggio di chiamarla con il suo nome: non sviluppo. Sacrificio.

Alessandro Dighero


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