
Genova, ore 8:30 del mattino. Lungo le direttrici che portano al centro, piccoli eserciti di giovani alpini, con penne nere appuntate su cappelli troppo nuovi per aver visto la polvere delle caserme,
stringono già bottiglie di birra, alcuni barcollano, sghignazzano, balbettano. Per loro, l’Adunata non è un ricordo, non è una celebrazione della memoria, è una zona franca dove il decoro cede il passo al fragore e la memoria della naia si annega in un’euforia liquida.
Qui la tradizione subisce una mutazione genetica. Svanito il dovere della leva, resta il “folclore di ritorno“: un carnevale autorizzato che muove capitali, riempie i registratori di cassa e svuota il senso del rito. È l’Adunata del business e dello sballo, dove l’appartenenza si compra con un badge e si misura in litri consumati prima del caffè.
Ma poi, in questo oceano di confusione logistica e acustica, accade l’incontro che ristabilisce le proporzioni. È un Alpino di circa settant’anni. Viene da Parma. Non urla, non barcolla. Il suo cappello ha la forma di chi l’ha portato davvero, con la dignità di chi sa che quella penna non è un travestimento, ma una responsabilità. È distinto, sobrio, di una gentilezza antica che pare quasi anacronistica tra le grida dei “commilitoni per un giorno”. In lui, la Sezione non è solo una sigla burocratica, ma un codice civile di comportamento. Mi chiede indicazioni per piazza De ferrari, è educato, quasi timido, cavalleresco. Io gli rispondo sorridendo e gli auguro buona giornata.
Ecco la dicotomia di Genova oggi: da una parte la vocazione all’eccesso di chi alpino lo è “per modo di dire“, nutrendo un’industria del divertimento che ha bisogno di folle ubbidienti al consumo; dall’altra, la resistenza silenziosa di chi alpino lo è nel tratto, nella parola misurata e nel rispetto di una città che lo ospita. Due mondi che sfilano sugli stessi marciapiedi, ma che non si incontrano mai. Uno beve per dimenticare la noia, l’altro resta sobrio per non dimenticare la storia e ci ricorda che la cultura, in fondo, è solo un esercizio di distinzione.
2/RICEVIAMO –𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗽𝗽𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮, 𝗶𝗹 𝗰𝘂𝗼𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗼𝘁𝗮: 𝗦𝗶 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲 𝗹𝗮 𝟵𝟳ª 𝗔𝗱𝘂𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲.

Le strade iniziano a vuotarsi, l’eco dei tamburi sfuma in lontananza e l’ultima Penna Nera ha sfilato.
Si è conclusa la 97ª Adunata Nazionale, ma quello che resta tra i vicoli e nelle piazze non è solo il silenzio dopo la festa: è il battito di un’Italia che oggi più che mai ha dimostrato di conoscere il significato della parola Fratellanza.
Non chiamatela semplicemente “parata”. Quello che la Liguria, e non solo, ha visto oggi è il passaggio di testimone di un’identità scolpita nella roccia.
Gli Alpini non sono solo soldati o reduci; sono le sentinelle della solidarietà.
Nati tra le vette per difendere i confini, hanno imparato che in montagna non si vince da soli. Si sale insieme, si fatica insieme, si arriva insieme.
Ogni passo cadenzato sul 33 oggi é un omaggio a chi “è andato avanti”, a chi ha bagnato col sangue le terre del Don o le pietre del Carso. La loro storia è la nostra libertà.
Dove c’è un’emergenza, c’è un cappello alpino. Terremoti, alluvioni, pandemie: l’Alpino non chiede “perché”, chiede “dove devo scavare?”.
Veder sfilare i “veci” accanto ai “bocia” ci ricorda che i valori non hanno data di scadenza. In un mondo che corre veloce e spesso dimentica, gli Alpini restano ancorati a terra con gli scarponi e puntati al cielo con la penna.
“Non c’è fango, non c’è neve, non c’è vento che possa fermare il passo di chi porta l’Italia nel cuore e la solidarietà nelle mani.”
𝗚𝗥𝗔𝗭𝗜𝗘
Grazie per aver portato la vostra allegria contagiosa, il vostro vino condiviso come un sacramento e quella dignità silenziosa che commuove.
Grazie a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per garantire la sicurezza delle centinaia di migliaia di persone transitate a Genova e in Liguria in questi giorni.
Grazie, dal profondo del cuore, a tutte le Penne nere. Mi avete emozionato, mi avete fatto sognare, mi avete fatto vedere Genova come non l’avevo vista mai nella mia vita; sono grato e riconoscente di tutto questo, custodirò questi giorni nel profondo del mio cuore.
Si ammainano le bandiere, si ripongono i gagliardetti, ma lo spirito resta qui.
Perché un Alpino non se ne va mai davvero: resta di guardia, pronto alla prossima chiamata, pronto a tendere la mano.
Viva gli Alpini, SEMPRE.