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Liguria e Basso Piemonte

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Quante liti tra le Repubbliche marinare di Savona e Noli. Chi vinse la causa (1220-1221). 39 testimoni tra 30 e 105 anni


15 dicembre 1221- (Il rotolo di Treponti – Società Savonese di Storia Patria: 16 pergamene un tempo cucite insieme a formare un rotolo lungo 1.083 cm, alto 25 cm. solo di recente srotolato e tradotto, riporta la sentenza nel contenzioso tra Nolesi e Savonesi sull’utilizzo dell’antica strada romana Æmilia Scauri tra Vado e Cadibona)

di Guido Araldo

Proprio lei! La strada di cui ho fatto menzione, che ancora sale per lo stretto fondovalle prigioniera dei due tracciati autostradali che s’inerpicano da Vado ad Altare.

Le due repubbliche marinare di Savona e Noli, da poco istituite, tra il 1220 e il 1221 già litigavano!

Per i Nolesi la Via dei Tecci, come la chiamano ora, era una strada importante che, per quanto millenaria, si trovava ancora in buono stato: vitale per i loro commerci verso l’Oltregiogo.

Per i Savonesi, invece un tratturo ormai impraticabile, poiché esterno al loro libero comune che si estendeva da Zinola all’attuale Albissola Marina, e dal Giogo di Cadibona al mare.

Per la verità, in quella manciata di anni di libertà, i Savonesi si erano adoperati a costruire una nuova strada, tutta loro, tutta nel loro territorio, che dal loro porto saliva al Colle di Cadibona, passando per una chiesa nuova, più ospizio per viandanti e mercante, che una chiesa: San Giacomo del Monte Moro. Un nome non casuale, che rimandava, come il Colle di San Giacomo, più a ponente, al lontano San Giacomo di Compostela.

Strade, quella antica romana e quella nuova del Montemoro di grandissima importanza per l’Oltregiogo, langhe incluse: la loro ricchezza, per i commerci che vi si svolgevano. E Saliceto era un nodo nevralgico.

Con la nuova strada del Montemoro, era interesse dei Savonesi escludere i Nolesi da quei proficui commerci verso la Lombardia, che all’epoca includeva tanto il Monferrato che il Piemonte. Per i Savonesi era di grande interesse la massima valorizzare di quella loro nuova strada che definivano pulcherrima, ovvero bellissima, tuttora in parte corrispondente all’attuale Strada Statale che da Corso Ricci sale al Colle di Cadibona, passando per il Santuario, Maschio e il Montemoro.

Detto per inciso, la causa fu vinta dai Nolesi poiché, non essendoci più un’autorità imperiale, ovvero un suo rappresentante al quale appellarsi, le due fazioni si erano rivolte all’altra repubblica marinara: Genova, per ottenere una sentenza. E Genova, già allora, parteggiava per i Nolesi: repubblica marinara troppo piccola per farle ombra, ma probabilmente non fu un giudizio di parte: Savona tendeva a escludere pretestuosamente dai traffici marittimi Noli, chiudendole l’accesso all’Entroterra. In che modo? Negandole l’uso della vetusta strada romana.

Il rotolo di Treponti riporta le argomentazioni dei Savonesi a sostegno della loro causa, con 39 testimonianze dei loro concittadini di età tra i 30 e i 105 anni. Sì, 105 anni!

Anche allora c’era chi invecchiava, e moltissimo. A fare la differenza, tra ieri e oggi, erano la mortalità infantile, assai elevata, e la carenza di medicinali e assistenza medica.

Quei 39 Savonesi rispondono a un questionario stilato ai giudici genovesi, che pretendevano testimoni attendibili tenuti a dichiarare la propria professione e i relativi redditi. In gran parte pescatori, più benestanti risultano essere i mercanti marittimi che veleggiavano fin sulle coste africane tra Alessandria d’Egitto e Ceuta.

Prima di testimoniare, tutti i testimoni dovettero dichiarare di non avere pendenze giudiziarie. Uno di loro ammise di aver avuto una grana di poco conto, con il sequestro e la confisca di un carico di legname. Un altro, riconobbe d’essere stato coinvolto in una zuffa, ovviamente non generata per colpa sua.

Da questo importantissimo documento storico si evince che la città di Savona si era affrancata dai marchesi Aleramici già prima del 1191: molti anni prima. Già ai tempi di Adelasia del Vasto, de facto era una repubblica seppure non giuridicamente.

E nel rotolo di Treponti c’è una chicca!

La nuova strada “pulcherrima” che da Asti arriva al porto di Savona, attraversando le Langhe, passando per l’abbazia di Ferrania, attraversando il Colle di Cadibona e scendendo per il Montemoro (probabile retaggio di una presenza saracena) è definita Via Francigena.

La vera Via Francigena, secondo i Savonesi, non finiva a Roma attraversando la penisola italica, ma al porto di Savona, da dove il viaggio proseguiva per via marittima fino a Centocelle (Civitavecchia).

Brevi cenni di viaggi disseminati tra l’inizio del XIII secolo e l’inizio del XVI secolo, allorché il porto di Savona fu reso inutilizzabile dai Genovesi, ne indicano le tappe, rimaste invariate nel corso di trecento anni: Cortemilia, il castello del Carretto, l’abbazia di Ferrania. A partire dal XIV secolo anche i monasteri francescani di Cortemilia e Cairo, non a caso situati lungo il percorso in posizioni strategiche.

E c’è dell’altro, nel rotolo di Treponti. Vi è scritto, nero su bianco, che le Repubbliche Marinare di Savona e Noli furono autorizzate da un concilio ecumenico (non ben precisato) a effettuare trasporti marittimi per pellegrini.

E a questo punto emerge un dato importante: non solo per Roma (i Crociati fino ad Acri), ma per San Giacomo di Compostela. Verso la Spagna non era facile il cammino attraverso le alte Alpi e gli impervi Pirenei; ben più agevole la navigazione da Savona e Noli verso la foce dell’Ebro a Tortosa, per poi risalire questo fiume, disseminato di monasteri cistercensi, fino al Ponte la Reina: da dove si riprendeva il cammino a piedi fino all’agognata meta.

Un flusso dei pellegrini che scendevano dai navigli Milanesi o che risalivano il Po, provenienti da Venezia, Ferrara, Mantova e anche dalle coste dalmate, persino dall’Austria e dall’Ungheria.

Il viaggio fluviale finiva ad Asti, risalendo il Tanaro, dove peraltro convergeva la Via Francigena che scendeva dalle Alpi. Da qui, per un breve tratto di agevole strada attraverso le Langhe (la Magistra Langarum), con le tappe su indicate, in due o tre giorni, si arrivava ai porti di Savona o di Noli.

Un altro porto, più defilato ma non meno importante, era quello fluviale romano di Albenga, lasciato interrare dai Genovesi a metà del XIII secolo allorché vennero in possesso di quella città. Restò così essiccato un percorso millenario che collegava il Ponente ligure all’entroterra padano, dove le Langhe, tra cui Saliceto, rivestivano un ruolo primario. Già allora i Genovesi ambivano monopolizzare i commerci, facendoli transitare nell’esclusivo imbuto del loro porto.

Di simili pellegrinaggi ci sono testimonianze inequivocabili a Mombarcaro, in quello scrigno che è la chiesetta di San Rocco, e a Niella Tanaro: dove sono tuttora presenti affreschi che rievocano il gallo arrosto che resuscita dalla tavola imbandita dell’alcalde di San Domingo della Calzada.

Più ancora a Saliceto, dove i santi Giacomo e Rocco sono sempre raffigurati in abiti di pellegrini iacopei, con bordone e conchiglia. Dove, peraltro, le conchiglie iacopee sono scolpite sulla facciata rinascimentale della chiesa di San Lorenzo: il più bel monumento rinascimentale in Piemonte. Dove, la relazione parrocchiale del 1844 di Don Giobatta Fenoglio (parroco misteriosamente ammazzato nella notte del 28 luglio 1875) segnala la presenza di innumerevoli reliquie, alcune antichissime, tra le quali un pezzo della vera croce e il sangue in polvere di san Giovanni Battista, che venivano esposte per la giova dei pellegrini, che per secoli sostarono a Saliceto, affollandolo ripetutamente.

Per la verità, c’è anche la chiesa di San Giacomo di Entracque: per la minoranza temeraria che affrontava il Colle di Finestra a quota 2.471 metri. Ma là non ci sono raffigurazioni del miracolo del gallo.

Guido Araldo

 

 


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