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Le baby gang non nascono dal nulla. Ha ancora senso parlare di “minori”? Uccidere a 15 anni


Baby gang e omicidi: ha ancora senso parlare di “minori”? Il caso di Taranto riapre il dibattito sull’età della responsabilità penale: ragazzi sempre più giovani, ma già capaci di violenza estrema.

di Antonello Dovoli

In pochi minuti una vita è stata spezzata e cinque ragazzi sono entrati dentro una delle pagine più drammatiche della cronaca italiana recente. L’omicidio di Bakari Sako, avvenuto la mattina del 9 maggio 2026, non è soltanto un fatto di sangue. È anche un episodio destinato a riaprire con forza un tema che da anni divide magistrati, sociologi, politici e opinione pubblica: ha ancora senso giudicare alcuni adolescenti con criteri pensati decenni fa per una realtà profondamente diversa?

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato un ragazzo di appena 15 anni – ne compirà 16 tra pochi giorni – a colpire mortalmente la vittima con tre fendenti, due al torace e uno all’addome. Il giovane avrebbe confessato e indicato anche l’arma utilizzata. Gli altri quattro componenti del gruppo hanno tra i 15 e i 20 anni. Tutti sono accusati di omicidio in concorso.

L’aggressione sarebbe nata senza un motivo reale. Un accerchiamento, le percosse, il tentativo di fuga della vittima, poi un secondo assalto ancora più violento. Infine la corsa disperata verso un bar, il sangue, il trascinamento all’esterno e la fuga del branco tra i vicoli della città vecchia. Scene che riportano alla mente dinamiche da branco ormai sempre più frequenti nelle cronache italiane.

Determinanti per le indagini sarebbero state le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che hanno consentito agli uomini della Squadra Mobile, coordinati dalla Procura ordinaria e da quella minorile, di identificare rapidamente i presunti responsabili.

Ma accanto all’inchiesta giudiziaria cresce inevitabilmente anche quella sociale e culturale. Perché un ragazzo di 15 anni oggi non è più percepito come lo era negli anni Sessanta, Settanta o Ottanta. Vive immerso nei social network, ha accesso continuo a contenuti violenti, sviluppa spesso una maturità relazionale anticipata e conosce molto bene il confine tra lecito e illecito. È proprio da questa constatazione che nasce la proposta, sostenuta da alcune forze politiche e da parte dell’opinione pubblica, di abbassare la soglia della piena responsabilità penale o comunque di introdurre pene più severe per reati gravissimi commessi da minori.

Il nodo centrale riguarda infatti la differenza tra maturità biologica, maturità emotiva e responsabilità giuridica. La legge italiana parte dal principio che il minore debba essere recuperato e rieducato più che punito. È un principio costituzionale forte, costruito sull’idea che l’adolescente sia ancora una personalità in formazione. Tuttavia molti osservatori sostengono che alcuni comportamenti odierni mostrino livelli di consapevolezza incompatibili con un sistema troppo indulgente.

L’essere minorenne, infatti, incide concretamente sul trattamento penale e può comportare pene sensibilmente ridotte rispetto a quelle previste per un adulto. Ma qui nasce una domanda difficile da eludere: quale differenza reale esiste, sul piano della consapevolezza, tra chi ha 17 anni e 11 mesi e chi ne ha appena compiuti 18? O, ancora di più, tra chi compirà 16 anni tra pochi giorni e chi li ha già compiuti da poco? Quando tra una condizione giuridica e l’altra passano soltanto pochi giorni o pochi mesi, il confine anagrafico rischia di apparire troppo rigido rispetto alla gravità dei fatti.

A questo si aggiunge un altro elemento: oggi molti minorenni sono meno “bambini” rispetto a qualche decennio fa. Hanno accesso precoce a informazioni, relazioni, linguaggi, modelli e dinamiche adulte. In molti casi sanno perfettamente che cosa stanno facendo e quali conseguenze può avere un gesto violento. Non solo: proprio la minore età viene talvolta sfruttata come scudo. In certi ambienti criminali i ragazzi vengono avvicinati e indirizzati al malaffare proprio perché, in caso di arresto e condanna, il trattamento penale risulta generalmente più mite rispetto a quello previsto per un adulto. È un meccanismo pericoloso, che trasforma la tutela del minore in un varco utilizzabile da chi intende servirsi di lui.

La questione non riguarda soltanto il carcere o l’inasprimento delle pene. Riguarda soprattutto la percezione della responsabilità. Un ragazzo che organizza un’aggressione di gruppo, insegue una persona, usa un’arma e fugge dopo aver colpito, comprende davvero la gravità delle proprie azioni? Per molti la risposta è sì. Ed è qui che nasce il dibattito sulla possibilità di rivedere la soglia della maggiore età penale almeno per alcuni reati particolarmente efferati.

In diversi Paesi europei esistono già sistemi più rigidi rispetto a quello italiano. In alcuni casi i minori autori di omicidi possono essere processati come adulti. In altri vengono previste aggravanti specifiche per le violenze di branco. L’Italia, invece, mantiene un impianto fortemente orientato alla tutela del minore, anche quando il reato commesso suscita enorme allarme sociale.

Naturalmente il rischio di risposte solo emotive esiste. Ogni grande fatto di cronaca produce inevitabilmente richieste di pene esemplari e interventi immediati. Ma il problema non può essere liquidato come semplice “emergenza sicurezza”. Dietro questi episodi c’è spesso una miscela fatta di disagio sociale, famiglie fragili, perdita di autorevolezza educativa, violenza normalizzata e bisogno di appartenenza al gruppo.

Le baby gang non nascono dal nulla. Crescono in territori dove il controllo sociale si è indebolito, dove molti adolescenti vivono senza punti di riferimento stabili e dove l’identità viene cercata nella sopraffazione o nell’esibizione della forza. La violenza diventa linguaggio, il branco diventa protezione, il video sui social diventa riconoscimento.

Tuttavia sarebbe altrettanto pericoloso negare la dimensione della responsabilità individuale. Comprendere le cause non significa cancellare le colpe. E proprio il caso di Taranto mostra quanto il confine tra minore e adulto stia diventando sempre più fragile sul piano dei comportamenti.

Per questo il dibattito destinato ad aprirsi nelle prossime settimane non riguarderà soltanto una riforma penale. Toccherà il modello educativo italiano, il ruolo della scuola, delle famiglie, dello sport, delle istituzioni e perfino del web. Perché se un quindicenne arriva a impugnare un coltello contro un uomo inerme, la domanda non può fermarsi al processo. Deve interrogare l’intera società.

Resta infine il volto della vittima: un uomo arrivato in Italia per lavorare, diretto come ogni mattina verso la stazione per raggiungere i campi dove prestava servizio dopo aver perso il lavoro nel ristorante. Una vita normale, spezzata in pochi istanti da una violenza che appare tanto improvvisa quanto feroce.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più inquietante della vicenda: la sensazione che l’età anagrafica non basti più, da sola, a spiegare il livello di brutalità che alcune cronache mostrano ormai con sempre maggiore frequenza.

Antonello Dovoli


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