Resilienza, parola che copre tutto. Da termine tecnico a formula buona per ogni discorso pubblico: politica e media usano “resilienza”, ma spesso dimenticano precisione, responsabilità e chiarezza.
di Vincenzo Bolia
Fino a pochi anni fa era una parola quasi sconosciuta al grande pubblico. Oggi “resilienza” compare ovunque: nei discorsi dei politici, nei telegiornali, nei documenti pubblici, nei convegni economici, nei programmi scolastici e perfino nella pubblicità. È entrata stabilmente nel linguaggio italiano soprattutto dopo la pandemia e dopo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il PNRR, che l’ha resa familiare anche a chi non l’aveva mai usata.
Il termine, però, non nasce come parola da comizio o da talk show. L’Accademia della Crusca ricorda che “resilienza” era già presente nell’italiano, ma con un uso tecnico, nascosto ai non specialisti, e con il significato di capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi. Il Vocabolario Treccani la definisce, nella tecnologia dei materiali, come resistenza alla rottura per sollecitazione dinamica; nei filati e nei tessuti come capacità di riprendere l’aspetto originale dopo una deformazione; in psicologia come capacità di reagire di fronte a traumi e difficoltà.
Il percorso della parola è quindi chiaro: prima materia, poi persona, poi società. Dalla fisica dei materiali la resilienza è passata alla psicologia, poi all’economia, all’ambiente, alla politica e alla comunicazione istituzionale. In sé non c’è nulla di sbagliato. Le parole cambiano, si allargano, seguono i bisogni di un tempo. Il problema nasce quando un termine preciso diventa una formula generica.
Negli ultimi anni si è parlato di città resilienti, scuole resilienti, imprese resilienti, turismo resiliente, comunità resilienti, territori resilienti e perfino famiglie resilienti. In molti casi l’espressione suona moderna e rassicurante, ma dice poco. Se un amministratore afferma che un territorio deve essere “più resiliente”, il cittadino avrebbe diritto di sapere con quali opere, con quali risorse, con quali tempi e con quali responsabilità.
La resilienza, usata male, rischia così di diventare una parola-rifugio. Copre tutto e non spiega nulla. Sostituisce termini più semplici come resistenza, ripresa, adattamento, ricostruzione o capacità di reagire. Soprattutto permette di evitare domande concrete. Chi deve intervenire? Dove? Quando? Con quali soldi? Con quali priorità? Dietro una parola elegante può nascondersi il vuoto di una decisione rinviata.
C’è poi un aspetto ancora più delicato. La retorica della resilienza può spostare il peso della crisi sulle persone. Se un lavoratore è precario, se una famiglia fatica, se un territorio si spopola o se un quartiere subisce incuria, non basta invitare tutti a essere resilienti. Prima ancora bisognerebbe chiedersi quali cause abbiano prodotto quelle difficoltà. Altrimenti la parola diventa comoda: non cambia le condizioni, ma chiede a chi le subisce di sopportarle meglio.
È qui che la parola rivela il suo lato più ambiguo. In apparenza incoraggia. In realtà, se usata senza contenuti, può assomigliare a un invito alla rassegnazione. Dire a una comunità colpita da alluvioni, frane, crisi economiche o mancanza di servizi che deve essere resiliente non basta. Serve manutenzione del territorio, servono investimenti, serve prevenzione, servono risposte amministrative. La resilienza non può diventare il nome elegante dell’abbandono.
Il linguaggio televisivo offre un esempio parallelo. Sempre più spesso, quando un politico viene incalzato, risponde con una parola sola: “assolutamente”. Ma “assolutamente”, senza un sì o un no dopo, non vuol dire niente. È un avverbio sospeso, una spinta di tono, un modo per sembrare netti senza esserlo davvero. “Assolutamente sì” e “assolutamente no” hanno un senso; “assolutamente” da solo è soltanto rumore comunicativo.
Lo stesso accade con “resilienza” quando viene separata dai fatti. La parola funziona se indica una capacità reale, un progetto, un intervento, una responsabilità. Diventa invece debole quando viene usata come ornamento. In quel caso non aiuta a capire la realtà, ma la rende più opaca. È una parola che promette solidità, ma rischia di diventare fragile proprio per eccesso di uso.
La politica dovrebbe avere il dovere opposto: non complicare il linguaggio, ma renderlo comprensibile. Se un ponte deve essere messo in sicurezza, bisogna dirlo. Se una scuola necessita di lavori, bisogna indicare tempi e fondi. Se un territorio deve affrontare il cambiamento climatico, bisogna parlare di argini, boschi, strade, piani urbanistici, protezione civile. Chiamare tutto “resilienza” può servire nei documenti, ma non deve sostituire la sostanza.
Anche i media hanno una responsabilità. Ripetere parole alla moda senza spiegarle significa contribuire alla loro usura. Il giornalismo dovrebbe fare il contrario: verificare, tradurre, chiarire, riportare le parole alla realtà. Un termine tecnico può essere utile, ma solo se viene accompagnato da esempi, dati e conseguenze concrete.
Le parole della politica e dei media non sono mai innocenti. Orientano il modo in cui i cittadini leggono i problemi. Per questo sarebbe utile riportare “resilienza” al suo significato corretto: non una formula magica, non uno slogan buono per ogni stagione, ma la capacità concreta di reggere un urto e di reagire. Il resto, spesso, è soltanto linguaggio che si mette al riparo da se stesso.
Vincenzo Bolia
