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Finale Ligure e la sua storia nelle descrizioni di due viaggiatori stranieri. 2 / Ricordando don Lorenzo Milani


Finale Ligure e la sua storia nelle descrizioni di due viaggiatori stranieri. +Il trovatore Rambaldo di Vaqueiras, la leggenda di Giacobina e i Marchesi Del Carretto.

di Ezio Marinoni

Il monastero dei Cappuccini

In tempi in cui utilizziamo in gran parta tablet e telefoni cellulari per attingere informazioni turistiche sui nostri viaggi, mi piace ripercorre la storia di Finale Ligure grazie a un vecchio libro. Infatti, una delle prime descrizioni del nuovo Comune di Finale Ligure, dopo la riforma amministrativa del 1927 che accorpa i tre precedenti Comuni di Finalborgo, Finale Marina e Finale Pia, ci viene dal volume Alla porta occidentale d’Italia, di Edward Berry (1861 – 1931) e della moglie Margaret (1867 – 1950), uscito a Londra nel 1931 e ripubblicato in edizione italiana a cura dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Museo Bicknell di Bordighera.

Lo sguardo straniero e di chi ama l’Italia, come esemplificato dalla dedica iniziale “ALLA CARA MEMORIA DI KATHERINE E SYLVIA HANBURY” si posa sul ponente ligure, a volte con ingenuità, non sempre con i dovuti approfondimenti storici. Tanto ci basta, però, per entrare in empatia con un territorio, come si dice oggi, con la sua geografia fisica e umana e anche con la sua storia.

Gli scrittori e viaggiatori Berry iniziano la descrizione dalla memoria della predicazione e del primo messaggio cristiano dei santi Nazario e Celso; ci raccontano che sulla antica Pieve di Finale si trovava questa lapide:

HIC FULGET CRUCIS MISTERIUM A DIVIS NAZARIO

ET CELSO PRAEDICATUM

La lastra viene distrutta insieme alla chiesa e sostituita con un’altra. « L’ubicazione della Pieve originaria di Finale era quella dell’attuale monastero dei Cappuccini ai piedi della collina (…). » (Alla porta occidentale d’Italia, p. 251)

« Non resta praticamente nulla della Pieve originaria, benchè in occasione di lavori eseguiti nella chiesa dei Cappuccini si siano scoperti frammenti di vecchia muratura nelle fondamenta ad una profondità di circa due metri sotto l’attuale livello del suolo. I monaci mostrano ai visitatori interessati alcuni resti della vecchia Pieve, una chiave di volta scolpita ed alcuni affreschi sbiaditi sul muro del refettorio. » (p. 252)

La chiesa si trova in via Brunenghi 10, i resti delle precedenti costruzioni sono conservati in un ambiente sottostante l’edificio sacro, non abitualmente visibili o aperti al pubblico, da quando la comunità cappuccina ha lasciato il convento finalese (oggi destinato all’accoglienza di migranti). La piazzetta antistante è stata, di recente, intitolata al cappuccino Padre Ruffino, al secolo Enrico Vernazza (28 aprile 1920 – 6 gennaio 2009).

Dalle nebbie di un tardo Medioevo emerge la storia (o la leggenda?) di una nobildonna del Monferrato, le cui vicende coinvolgono il finalese. Bonifacio, Marchese di Monferrato, si circonda di poeti provenzali e trovatori nella sua corte, a Casale Monferrato; fra tutti, il trovatore Rambaldo di Vaqueiras (1165 – 1207) gode dei favori del sovrano. Un giorno giunge a corte il giullare Aimonetto, che racconta una storia incredibile: la giovane Giacobina, nipote ed erede del Conte di Ventimiglia, è promessa sposa a un nobile sardo, per allontanarla e impossessarsi della sua eredità. Il giullare racconta con entusiasmo la storia, al punto che « Il Marchese promise solennemente di salvare Giacobina dall’indegno zio; rivolto agli astanti, domandò chi avrebbe voluto seguirlo nell’impresa; scelti quattro fra i volontari, tra cui Rambaldo di Vaqueiras, partì con loro la notte stessa per Ventimiglia in sella a veloci cavalli. » (pp. 254 – 255).

Veniamo immersi nelle gesta epiche dei cavalieri medievali, è facile immaginare un tavolo, i Cavalieri della Tavola Rotonda, re Artù trapantati con un volo pindarico verso queste lande. Raggiunta ventimiglia, il Marchese riesce a incontrare la promessa sposa e la convince a partire con lui, sotto scorta e via mare, per sfuggire a un amaro destino.

« Una burrasca spinse i fuggitivi a riva tra Albenga e Finale e, poiché le galee pisane incrociavano nelle vicinanze e sarebbe stato facile cadere in mani nemiche in alto mare, essi decisero di sbarcare, cercando di sfuggire agli inseguitori nascondendosi nei boschi. » (p. 255)

La comitiva raggiunge dapprima il castello di Orco, sopra Finale; i fumi della leggenda si infittiscono, raccontati dal Vaqueiras in un suo poema, fino al matrimonio di Giacobina con Anselmetto del Bosco e alla scomparsa di entrambi nelle nebbie, ancora da diradare, della storia.

« Le doti letterarie e personali di Rambaldo di Vaqueiras conquistarono l’amore di Beatrice, vedova di Enrico Il Guercio, Marchese Del Carretto, che, dopo la morte del marito, era tornata a vivere alla corte di suo fratello Bonifacio. » (p. 256)

Con un breve salto nel tempo, siamo arrivati alla Finale governata dai Marchesi Del Carretto, fino al XVII secolo. Che cosa ci parla ancora di loro e del loro dominio?

« Una magnifica torre ottagonale è tutto quel che resta della chiesa romanica che il Marchese Antonio Del Carretto fece costruire alla fine del XIII secolo a Finalborgo, dedicandola a San Biagio. »  (p. 257)

Ho raccontato qualcosa di Finalborgo su Trucioli del 26 settembre 2024 (Anno XIII Numero 55): Finalborgo, il paese che non ti aspetti a ridosso del mare. Io turista e scrittore – Trucioli

Questa chiesa, incendiata dai genovesi, come tante altre opere e memorie distrutte nel savonese, sarà poi ricostruita.

« I dipinti nella chiesa di San Biagio furono donati dal  cardinale Carlo Domenico Del Carretto, generalmente chiamato il Cardinale di Finale. (…) Il Cardinale era affezionato alla sua città natale e prima di morire, nel 1513, regalò la sua collezione di quadri di valore al Convento di Santa Caterina a Finalborgo. La chiesa annessa a questo convento era usata dai Marchesi Del Carretto quale cappella privata e molti di loro vi furono sepolti. » (p. 259)

« Il palazzo del Cardinale di Finale fu usato come municipio per alcuni anni, ma la sede del comune è stata recentemente trasferita a Finalmarina. Nel palazzo del Cardinale vi sono ancora resti visibili dello splendore del Rinascimento: la scalinata a volta, le finestre del vasto salone di ricevimento e resti degli affreschi che decoravano le pareti. » (p. 261)

Da sempre « Gli abitanti di Finale erano spesso marinai e pescatori. Enrico Del Carretto incoraggiò la costruzione di navi, industria che avrebbe fruttato denaro alle sue casseforti e nello stesso tempo aumentato la prosperità dei suoi sudditi. » (p. 263)

Nel corso della sua storia, « Il Marchesato di Finale, benchè territorialmente piccolo, era di grande importanza per Genova grazie alla sua posizione. Se aveva solo pochi chilometri di costa, si estendeva in compenso verso nord al di là della cresta delle montagne fino ai confini del Marchesato di Monferrato. In tal modo esso tagliava in due il territorio della Repubblica di Genova, che nel XVI secolo occupava tutta la Riviera, da Ventimiglia alla Spezia, ad eccezione di Noli – che era una repubblica indipendente, ma legata strettamente a Genova da trattati ed alleanze – e di Oneglia, che nel 1576 era stata acquistata dal Duca di Savoia. » (pp. 263 – 264)

La decadenza della nobile casata ha avuto inizio, ed è un processo irreversibile. La difficile situazione « indusse Sforza Andrea a vendere la sua proprietà a Filippo II di Spagna, nel 1598, per un milione e duecentomila monete genovesi da cinque lire. » (p. 267)

Questa breve cronistoria, tratta da un libro di viaggio di due inglesi innamorati dell’Italia e della Liguria, come nelle stagioni migliori del “Gran Tour”, ci aiuta a capire, in piccola parte, la storia di Finale e del Finalese.

Scrive l’eminente storico e archeologo Nino Lamboglia (Porto Maurizio, 7 agosto 1912 – Genova, 10 gennaio 1977), nella Premessa alla prima traduzione in italiano dell’opera dei coniugi Berry (1962):

« La pubblicazione del volume cade nel momento giusto in cui la Riviera di ponente, sanate le ferite della guerra, profondamente trasformata e deformata sul litorale dall’inflazione turistica tuttora in atto, tende a rivolgersi ancora ai valori sani e genuini della sua tradizione e alle forze dell’entroterra come ad un palladio di salvezza e ad una risorsa inestinguibile. (…)

Il libro dei coniugi Berry, che fu il primo germe e il punto di partenza di questa lenta maturazione mentale, entra dunque oggi nel momento più opportuno, in lingua italiana, nella cultura storica del nostro tempo, allargandola ad un ben più vasta cerchie di persone, e resterà come il breviario a cui faranno capo quanti vorranno conoscere a fondo, in forma semplice e piana, il passato storico, uno e vario, della Liguria ponentina da Vado a Ventimiglia, soprattutto nei suoi aspetti archeologici ed artistici e secondo la definizione storico-geografica non infondata – dal colle di Tenda al colle di Cadibona – che fu scelta dagli Autori. »

Con questo spirito mi sono approcciato a tale opera: una guida turistica e storica ante litteram, un Baedeker per ripercorrere oggi, con lo sguardo antico di quei tempi e il fascino di sempre, le strade di Liguria.

Ezio Marinoni

2/RICORDANDO DON LORENZO MILANI. INCONTRO PUBBLICO CON IL PROF. LUIGI VASSALLO


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