Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Il Franco Tiratore / Il medico che scrive senza peli sulla lingua: Chi sono i santoni e i guru della vita, mercanti di illusioni. Ai deliri di questi tempi c’è chi rinuncia alla seduzione. Il prof. Garattini raro esempio di onestà intellettuale


Ma s’io avessi previsto tutto questo / Dati, cause e pretesto / Le attuali conclusioni / Credete… che avrei preso in anni verdi, una specializzazione in Scienza dell’alimentazione? Nella mia Università, con il mio illustre professore, Maestro di generazioni di “dietologi”.

di Paolo Geraci

Voi che siete capaci fate bene ad aver le tasche piene / E non solo i coglioni / Che cosa posso dirvi, andate, fate / Tanto ci sarà sempre, lo sapete / Un medico fallito, un pio, un teorete / Un Garattini, un prete a sparare cazzate.

Beh, chiedo scusa a Vossia! Qui l’unico (forse) a sparare cazzate sono io. Ma sono anche l’unico (quasi) a rendersene conto e a confessarlo.

E dunque, cominciamo. Data la vastità e la multiformità dell’argomento, lo spezzerò in diverse parti. Oggi mi limiterò a qualche assaggio coerente con l’esordio gucciniano. Poi, se sopravviverò all’astio di qualche lettore, andremo avanti in altre puntate.

C’è una nuova forma di ascetismo laico che si aggira nei salotti televisivi e nelle pagine dei magazine. È quello dei grandi vecchi della longevità, dei predicatori dell’austerità, dei compassionevoli censori della ciccia. All’inizio li si ascolta con curiosità, perfino con un certo divertimento. Ma alla lunga, quella polifonia monocorde, anzi spesso discorde, che predica rinunce e disciplina, finisce per stancare. E, semplicemente, non se ne può più di questo delirio ossessivo.

Il tema è molto antico. Senectus ipsa morbus est – scriveva Terenzio nel II secolo a.C. – “la vecchiaia stessa è una malattia”. Già molto prima, nel VII-VI secolo, con Saffo e Mimnermo, la lirica greca sente la vecchiaia come una malattia incurabile. Anche Aristotele, nella Retorica, offre un quadro del tutto negativo del vecchio. E il mito della dea Aurora, raccontato nell’Inno omerico ad Afrodite, conferma l’idea negativa di vecchiaia. La dea, innamoratissima del giovane Titono, bellissimo, chiede a Zeus di renderlo immortale. Ma dimentica di chiedere per lui l’eterna giovinezza, condannandolo di fatto a un infinito invecchiamento. Quando Titono è completamente decrepito, Zeus, impietosito più per Aurora che per lui, lo trasforma in cicala gracchiante. Ci fermiamo qui, per ora.

Oggi la vecchiaia non è più una malattia: sembra quasi una colpa. Se invecchi, significa che non hai digiunato abbastanza, non hai respirato correttamente, non hai fatto abbastanza movimento. Se muori, poi, hai sbagliato qualcosa!

La morte, pensiero fisso dei viventi, quando pensano, maestra segreta, che dà forma e senso al vivere stesso. Montaigne afferma che “filosofare è imparare a morire”.  Abituarsi a pensare alla morte — con familiarità, ironia e lucidità — libera dall’angoscia, smonta le paure sociali e restituisce la capacità di vivere con pienezza, moderazione e autonomia. “Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire”. Sant’Agostino vede invece la morte come conseguenza del peccato e, per il credente, come transitus verso Dio.

E qui torno all’inizio. Al delirio ossessivo di questi tempi. Al delirio che considero emergente nella nostra società schizofrenica, il desiderio di allontanare la morte e prolungare la vita fino a mete mirabolanti, raggiungendo longevità mitologiche o bibliche. Considerando se stessi meritevoli di vivere il più possibile a ogni costo; lasciando che se ne vadano, a buon mercato, gli “altri”, i miserabili, gli sventurati, gli oppressi, tutti quelli che in fondo sono diversi da noi. Le loro morti precoci diventano così, poco più di un fastidioso fardello statistico, un rumore che disturba la narrazione rassicurante dell’età media della vita in sedicente progresso. Come nel Medioevo, quando la vita media si fermava poco oltre i trent’anni non perché tutti morissero giovani, ma perché troppi morivano troppo presto: alla nascita, di parto, di guerre, di infezioni, di fame.

Di fame. Ecco il tema dominante. Uno dei libri, tra i mille che ha scritto, di Massimo Montanari si intitola La fame e l’abbondanza. Parla della storia dell’alimentazione in Europa, che è una storia di carestie e di miseria. E di sopravvivenza alla fame. Attualissimo anche oggi, in quelle parti del pianeta abitate dagli “altri”. Noi invece ci vogliamo allungare la vita, esorcizzando la morte con la sua stessa alleata storica, la fame. Esagero perché amo i paradossi, ovviamente. Ma mi sto avvicinando alla mania del secolo opulento, decadente e contraddittorio che ci ospita temporalmente, il mangiar poco che, in medichese si può dire “restrizione calorica”.

Di certo, oggi la longevità è diventata una moda. È passata dai laboratori alle chiacchiere da bar e da salotto. Tra centrifughe verdi, digiuni intermittenti e consigli anti-età, il tema del “vivere meglio e più a lungo” è diventato parte del lessico quotidiano. Il tarassaco depura, la malva lenisce, il sedano sfiata l’universo e tu, se osi mangiare un piatto di pasta dopo le diciotto… Non è più nutrizione, è catechismo metabolico. C’è chi la racconta come ricetta miracolosa e chi la spaccia come segreto millenario, paleolitico.

Un problema che mi pare rilevante è quello sollevato nel 1979 dall’antropologo Claude Fischler che parlava di gastro-anomia: l’abbondanza di informazione e la frammentazione di norme alimentari aumentano insieme libertà e insicurezza, e la scelta diventa un fatto individuale carico di ansia. Se allora l’overloading informativo era agli albori, oggi è straripante e induce molti fragili a intrupparsi – quanto a temi alimentari – in scelte ideologiche precostituite: non scegliere che cosa mangiare, ma scegliere “chi essere” quando si mangia, a quale tribù appartenere: Team “low carb”? Team “plant based”? Team “no lectins”? Team “no OGM”? Team “vegan”? E via dicendo.

Un altro problema è la confusione tra i messaggi che arrivano da fonti assai disparate. Più insidiosi, come erogatori di prediche alimentari, sono i sedicenti ideatori di soluzioni semplici e geniali, spesso nominate in modo suggestivo, talvolta con il nome stesso dell’inventore. Costoro mescolano sacrosante verità consolidate a verità meno solide, a immani panzane, a  esasperazioni di pregiudizi o suggestioni. Spesso, anzi quasi sempre, finalizzate a qualche business più o meno esplicito.

Poi ci sono i medici santoni e i guru della vita ristretta e i mercanti sapienti. Se ne potrebbe tentare una tassonomia, un po’ per ridere, un po’ per celia, un po’ per non morire ma anche per ridimensionare quella certa seriosità della fauna longevologa e pedagogica che popola conferenze, salotti e feed social. Non per mancanza di rispetto — che anzi sarebbe dovuto — ma per una forma minima di igiene mentale. Non farò i nomi, fin troppo noti, ma mi limiterò a mescolare un po’ le carte e farne una pungente descrizione, come fossero maschere del teatro di Plauto.

Il Veggente epidemiologico. Non predice il futuro, ma lo lascia trapelare. Non dice mai esplicitamente che moriremo per colpa di un formaggio stagionato, ma ne lascia sospeso nell’aria l’olezzo sospetto. Parla con la calma di chi dice quel che sa e sa quel che dice. Nel suo verbo, il cibo smette di essere nutrimento e diventa comportamento, e il razionale diventa “razione”.

Il Nutrologo Penitenziale. Non vieta, disapprova. Non alza la voce, inclina la testa. È il custode di una moralità metabolica, per cui il corpo è un monastero e il pancreas un priore severo ma giusto. È assiomaticamente magrissimo.

Il Longevista Escatologico. Guarda lontano. Non si accontenta di farti vivere meglio, vuole farti vivere molto più a lungo di quanto sembri ragionevole. Parla di telomeri come se fossero candele votive. Usa parole come “ottimizzazione”, “resilienza”, “attivazione”. Non promette l’eternità — sarebbe inelegante — ma la ipotizza come possibilità tecnica.

Il Bioasceta Mediatico. È il più contemporaneo. Non mangia per vivere, ma per dimostrare che si può vivere quasi senza mangiare. Il suo corpo è una tesi, il suo piatto una nota a piè di pagina. È sempre a un passo dal dire che la fame è un fraintendimento culturale.

Il Dietologo Oracolare da Servizio Pubblico.  Lo si riconosce per i baffetti bianchi da sparviero, gli occhietti vigili, la giacca scura da funzionario della Repubblica Metabolica, il tono calibrato tra il paterno e il notarile. Talvolta il sorriso beffardo diventa ghigno disapprovante. Non persuade, ratifica. Si definisce tautologicamente “scienziato” (essendo specializzato in “Scienza dell’alimentazione!). Non consiglia, certifica. Quando pronuncia la parola “equilibrio”, si ha l’impressione che da qualche parte un trigliceride si metta sull’attenti. È l’ultimo rappresentante di una scuola antica, quasi sabauda, in cui la nutrizione non è una battaglia ideologica ma una questione di ordine pubblico.

Dove altri evocano rivoluzioni intestinali, microbioti insorgenti e digiuni esoterici, chetogenesi puzzolenti, lui ristabilisce la quiete costituzionale e mediterranea del piatto misto: un po’ di tutto, ma con giudizio. Sempre con giudizio. Non demonizza mai apertamente. Sarebbe sconveniente. Piuttosto, usa la più raffinata delle sanzioni italiane, il “dipende”. Il suo sapere ha qualcosa di catastale: non inventa, registra; non scopre verità, le amministra. Non promette la salvezza, ma un salvagente. Non ti fa vivere centoventi anni  e, soprattutto, non ti fa sentire in colpa per non volerci nemmeno provare. Frequenta i salotti dei vip, che si affidano a lui con fiducia mediatica. Non si capisce come abbia fatto a conquistare il ruolo che ha. Personalmente, tra tutte le maschere, sebbene sia, da anni, la più assidua e onnipresente, mi sta simpatico. Teneramente simpatico, soprattutto quando si confronta (a favore dell’audiance) con pareri diversi, soprattutto dei biologi nutrizionisti chetofili o intermittentemente digiunanti, che regolarmente annienta con malcelata arroganza.

Il Creatore della Dieta Numerata, infine, salva la vita (che ovviamente si chiama Life) ed è forse il più insidioso perché astuto, intelligente e motivatissimo. I capelli assertivi, dalla fluidità controllata, intenzionalmente lunghi, che non sembrano crescere ma perseverare, sono il dispositivo scenico di riconoscibilità immediata.

Questa figura richiede una categoria a sé, perché non appartiene né alla tradizione clinica né a quella accademica, ma a un territorio più moderno e scivoloso: quello della Nutrizione Spettacolare a Validazione Emotiva, molto americana come derivazione. Centoventi: il numero è preciso, perché la precisione, anche quando è arbitraria, rassicura. Non propone una dieta, ma un mondo. In questo mondo, tutto torna: i sintomi, le paure, le analisi, le speranze, le guarigioni. È un universo coerente, autosufficiente, impermeabile alla confutazione, perché ogni obiezione viene riassorbita come prova ulteriore della sua necessità. Non indossa il camice (non è un medico, dunque…): indossa la convinzione. Non mostra dati: mostra platee. E la platea televisiva è il suo primo argomento scientifico. Il pubblico da stadio, disposto a semicerchio come in un affresco didattico, annuisce, testimonia, conferma.

La prova non è più il risultato, ma il racconto del risultato. Accanto a lui, una corte di collaboratori diligenti — competenti quel tanto che basta, entusiasti più del necessario — traduce concetti complessi in formule memorabili. Si parla di infiammazione, di insulina, di microbiota, di variabilità individuale. Tutte cose vere. Tutte cose reali. Tutte cose che, una volta estratte dal loro contesto, diventano strumenti retorici perfetti. Perché il punto non è la falsità. È la miscela. Il Creatore della Dieta Numerata non mente quasi mai apertamente. Sarebbe inefficace. Fa qualcosa di più sottile: mescola verità solide a conclusioni arbitrarie, come chi usa ingredienti eccellenti per una ricetta che non esiste. Il risultato è plausibile, coerente, persino convincente. Ma non necessariamente vero.

Il suo vantaggio decisivo è questo: non essendo vincolato dalla disciplina clinica, né tantomeno dalla deontologia medica, non deve fermarsi dove finiscono le prove e può anche sberleffare i poveri “medici ignoranti” che osano ancora fare “diagnosi” e proporre “terapie”. Può offrire, insieme con la spiegazione, anche la soluzione già pronta, già confezionata, già disponibile sul mercato. La sua invenzione più riuscita e potente — più ancora delle sue teorie — è la “sensazione di aver capito finalmente tutto” e di voler salvare la vita a quanti più possibili adepti. Nella mia città adottiva, sede della Scuola di Medicina ultrasecolare, umilmente annessa alla Alma Ticinensis Universitas, il popolino geneticamente avvezzo alle grandi e piccole sbruffonate, di solito mormora, in sano dialetto da osteria: tél lì ‘l püšè fürb ad tücc! “eccolo lì il più furbo di tutti!”. E senza neanche ridere, si ingolla il bicchiere di bonarda.

Silvio Garattini

Chiuderei questo sfogo con un personaggio reale, citandolo per nome, come già scherzosamente ho fatto nell’incipit gucciniano, perché merita tutto il rispetto che si deve alla sua vita, alla sua carriera, alla sua dignità: Silvio Garattini, talvolta invitato e intervistato – oltre che per il prestigio scientifico – in ragione della sua robusta età di oltre novanta. Il Professor Garattini, vero professore, ultimo rappresentante di una specie ormai quasi fossile, lo Scienziato (vero) Repubblicano, non nel senso politico — che sarebbe riduttivo — ma nel senso istituzionale. Garattini, con il perpetuo immortale girocollo (lo ricordo così nella televisione degli anni Sessanta!), non appare, “compare”. Ha l’aria di chi non è stato invitato, ma è necessario. Come un notaio durante una disputa familiare. Fisicamente esile, verbalmente inflessibile, attraversa i decenni con la sobrietà di una molecola stabile. Risponde con garbo e pacatezza alle domande sul come e sul perché, su come passa le giornate, su quanti passi fa, eccetera eccetera. Non parla di miracoli. Si limita a sottrarre illusioni, una per una, con la pazienza di chi sa che la realtà non ha bisogno di essere venduta. Dove altri parlano di rivoluzioni, lui parla di “evidenze insufficienti”. Dove altri evocano speranze, lui introduce “limiti metodologici”. Dove altri entusiasmano, lui raffredda. La sua vera cifra stilistica è la rinuncia alla seduzione. Non cerca consenso: cerca coerenza.

In un’epoca che monetizza ogni promessa, Garattini pratica ancora la forma più antica e meno redditizia del sapere, il dubbio. Non vende integratori. Non vende metodi. Non vende numeri. Vende, se mai, una cosa molto meno commerciabile: “il buon senso” soprattutto quando si svela nelle sue abitudini di vita. Se il Creatore della Dieta Numerata offre spiegazioni totali, Garattini offre spiegazioni parziali. Se gli altri costruiscono sistemi, lui costruisce argini. È, in fondo, la figura più inattuale di tutte. Perché nel grande mercato delle certezze, continua ostinatamente a distribuire incertezze ben fondate. E proprio per questo, paradossalmente, resta uno dei pochi a non avere bisogno di convincere e, per il Franco Tiratore, resta un raro esempio di onestà intellettuale.

Ma s’io avessi previsto tutto questo / Dati, causa e pretesto, forse farei lo stesso / Mi piace mangiar bene e bere vino / Mi piace far casino, poi sono nato fesso / E quindi tiro avanti e non mi svesto / Dei panni che son solito portare / Ho tante cose ancor da raccontare / Per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto.

Per oggi – direi – basta! Alla prossima, se sopravvivo.

Paolo Geraci


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P. Geraci

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