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L’ACUTO – Cronache teatrali. Dal “Carlo Felice” di Genova: il “nocchiero” Renzetti conduce al porto Tristan e Isolde


Magistrale direzione del capolavoro wagneriano da parte del maestro abruzzese. Tra le parti soliste, spiccano due italiani: Daniela Barcellona e Nicolò Ceriani. La voce di Tilmann Unger si “perde” nel flusso orchestrale. Regia minimalista ma evocativa di Laurence Dale.

di Angelo Magnano

Bentornato, Wagner! A sedici anni dall’ultimo allestimento di una sua opera al Carlo Felice – e si trattava anche in quel caso del Tristan und Isolde, nel 2010 – il pubblico, non solo genovese, ha accolto con entusiasmo, tradotto nel sold out del botteghino alla prima, la riproposta di uno dei capolavori sommi del teatro musicale di ogni tempo. L’auspicio, che diventa accorato appello all’attuale sovrintendente Michele Galli e al direttore artistico Federico Pupo, è che non si debbano aspettare altrettanti anni per rivedere sul palcoscenico un altro titolo wagneriano. Senza la pretesa dell’ambizioso Ring, basterebbero, che so, un Lohengrin o un Meistersinger, giusto per non perdere l’abitudine.

Claudio Orazi

Intanto, però, è doveroso tributare il giusto plauso a chi – il precedente sovrintendente Claudio Orazi – nella programmazione della stagione in corso aveva accettato la scommessa di riportare al Carlo Felice un titolo così impegnativo come il Tristan. Perché la scommessa, a conti fatti, è stata vinta con l’offerta di uno spettacolo di alta qualità artistica che ha incollato sulle sedie gli spettatori per le quasi quattro ore di sublime musica previste dalla partitura. Alla recita del 20 febbraio, cui si riferisce questa recensione, erano presenti tanti giovani: nell’era delle compilation di Spotify e nell’imminenza della saga sanremese, non poteva non colpire favorevolmente il loro interesse per una musica che tracima nell’eternità e richiede certosina pazienza nell’ascolto.

Merito del genio di Wagner, va da sé, ma anche di chi l’ha saputo restituire con intelligenza musicale e teatrale. La palma d’onore spettta al maestro Donato Renzetti, protagonista di una magnifica direzione. Il suo desiderio, pubblicamente espresso, di cimentarsi con il Tristan si è tradotto in una concertazione attenta a scavare in ogni piega della complessa partitura senza perdere mai di vista l’insieme, curatissima nel fraseggio e nelle dinamiche, mai incline a privilegiare l’edonismo sonoro, pronta a distendersi nelle oasi liriche (come lo splendido duetto del secondo atto e il Liebestod)  e ad infiammarsi nelle pagine di maggiore intensità drammatica, e con la costante cura di mantenere il giusto equilibrio – tutt’altro che semplice in Wagner – con il palcoscenico. A partire dal mirabile preludio, cesellato con chiaroscurata raffinatezza, è emersa la cifra stilistica del maestro, che ha saputo condurre l’orchestra del Carlo Felice ad una intensità espressiva e ad una duttilità di suono che non sempre si è soliti ascoltare. Nel Tristan il coro non ha una gran parte ma, per quel che era chiamato a fare, quello del teatro genovese preparato da Claudio Marino Moretti si è ben disimpegnato, nell’insolita collocazione in buca.

Che il cast fosse composto per sei ottavi da cantanti italiani era già fatto degno di nota. Tanto più se, nei due ruoli non marginali di Brangäne e di Kurwenal, figuravano due artisti sopraffini. Il mezzosoprano Daniela Barcellona ha padroneggiato alla grande il ruolo della fida ancella dimostrando, con il suo fraseggio elegante, il suo canto sempre ottimamente proiettato e la sua autorevolezza scenica, quanto le solide basi della sua tecnica belcantistica potessero piegarsi con naturalezza alle ben diverse esigenze della vocalità wagneriana. Eccellente anche il baritono Nicolò Ceriani, il cui Kurwenal, giammai sovrastato dall’orchestra, s’imponeva per smalto vocale, varietà d’accenti e freschezza interpretativa. Nelle parti minori meritano un encomio il tenore Saverio Fiore, un Melot sicuro e protervo, l’altro tenore Andrea Schifaudo, marinaio e pastore dal luminoso timbro, e il basso savonese Matteo Peirone, impegnato con merito nella breve parte del timoniere.

Veniamo ai due protagonisti eponimi dell’opera. Alle prese con una delle parti più ingrate per la vocalità del soprano, Marjorie Owens, non nuova a titoli wagneriani (Senta nel Fliegende Holländer Elisabeth nel Tannhäuser), sfodera voce corposa e ben proiettata che le assicura un’autorevole tenuta di canto lungo i tre atti che la vedono – salvo che nella prima parte del terzo – sempre sulla scena. La varietà d’accenti le permette di incarnare una Isolde scenicamente credibile: tenera nei passaggi di più intenso lirismo, mai sopra le righe quando il canto potrebbe rischiare di debordare, attenta alle ricche inflessioni espressive dei versi wagneriani. Nei passaggi al registro grave capitava talvolta che il suono si perdesse nel flusso orchestrale, ma ciò non ha inficiato una prova d’alta scuola. Non così si può dire di Tilmann Unger, Heldentenor di solida scuola tedesca, apparso tanto autorevole nel  muoversi sul palcoscenico con consumate doti d’attore, quanto “trattenuto” nel canto e dal volume non sufficientemente generoso per emergere dal tessuto orchestrale. Soprattutto nell’impervio terzo atto il suo Tristan è arrivato affaticato nel dialogo con Kurwenal ma già nel duetto notturno d’amore del secondo atto non reggeva appieno il confronto con Isolde. Stupendo, invece, il Marke di Evgeny Stavinsky, la cui solida prestanza vocale, duttilmente piegata a varietà di colori e di fraseggio, restituiva un ritratto umano e dolente del sovrano di Cornovaglia, scevro da qualsiasi ingessata solennità.

Resta da dire della regia di Laurence Dale. Al netto della difficoltà di tradurre in scena un’opera dove l’azione, come nel Pelléas et Mélisande di Debussy, è praticamente inesistente e dove tutto si realizza nell’inesausta tensione psicologica dei protagonisti, il regista e cantante inglese risolve tutto in pochi elementi scenici – il timone e il baule nel primo atto, gli alberi scheletrici nel secondo, il capezzale di Tristan nel terzo – disposti su una grande pedana rotante sormontata da una sorta di specchio di simili dimensioni, ed affida soprattutto ai giochi di luce di John Bishop e alle proiezioni di Leandro Summo la traduzione visiva dei moti interiori dei personaggi, vestiti in fogge piuttosto convenzionali da Gary McCann. Ne esce uno spettacolo che ha, tra le frecce del suo arco, l’intelligenza di concentrare l’attenzione sulle irrisolte tensioni psicologiche dei due infelici amanti, traducendone l’evoluzione interiore nelle cromie sceniche e riducendone i movimenti all’essenziale. Dei tre atti, è forse il secondo – intessuto musicalmente e poeticamente nell’opposizione giorno/notte e realtà/desiderio, architrave simbolica del dramma metafisico di Wagner – quello che ha più convinto, laddove meno risolto è parso il terzo, dominato da un biancore ghiacciato che creava una disturbante antitesi alla metafisica dissoluzione del desiderio d’amare dei protagonisti nell’abbraccio liberatorio della morte; finale peraltro reso efficacemente con l’intuizione più acuta del regista, il rialzarsi di Tristan e Isolde dal giaciglio per allontanarsi insieme, in una ricomposta e mistica unità, verso l’infinito. Il pubblico, in ultima analisi, sembra aver apprezzato la lettura di Dale, già applaudito lo scorso anno per la straussiana Liebe der Danae.

Dopo l’abbondante scorpacciata wagneriana è consigliabile un’opportuna dieta, e il Carlo Felice provvederà all’uopo con il più leggero Campiello di Ermanno Wolf-Ferrari, ispirato all’omonima commedia di Carlo Goldoni, che andrà in scena in sole tre recite: la prima il 13 marzo alle ore 20, il turno C domenica 15 marzo alle ore 15 e il turno B mercoledì 18 marzo alle ore 20. Una vera chicca per melomani, tanto sono rare le sue rappresentazioni.

Angelo Magnano


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