Il passare dei secoli, le vicende storiche e le trasformazioni subite nel corso del tempo non sono riusciti a cancellare il fascino e la bellezza dell’ex convento di San Giacomo in Savona, costruito tra il 1472 e il 1476. E ora riflettere su come, in passato, si sia fatto scempio di quanto rappresentava la storia di una città.
di Tiziano Franzi
Neppure Napoleone, che allontanò i religiosi e destinò il complesso a sistemazione militare, riuscì a comprometterne definitivamente il valore architettonico, nonostante l’inserimento di strutture sopraelevate per ricavare ulteriori posti letto.
L’edificio sopravvisse anche alle vicissitudini delle due guerre mondiali, ai lunghi periodi di abbandono e incuria e ai progetti avanzati negli anni Cinquanta per trasformarne gli ambienti in uffici postali o addirittura in una palestra.
Oggi, grazie a un articolato intervento di recupero e valorizzazione, finanziato con circa 3,9 milioni di euro provenienti dal PNRR, l’antico complesso ha finalmente ritrovato gran parte del suo originario splendore. Il restauro ha consentito di restituire alla pubblica ammirazione importanti testimonianze artistiche e architettoniche, dagli affreschi realizzati da Ottavio Semino nel presbiterio fino alle singolari strutture che caratterizzano l’edificio, tra le quali spicca il suggestivo pontile sopraelevato che attraversa la navata, elemento di particolare interesse storico e architettonico.

«Finalmente possiamo riaprire questo spazio alla città. – dichiara l’assessora all’Urbanistica del Comune di Savona, Ilaria Becco – È stato un lavoro molto complesso, non solo di restauro ma anche di consolidamento e di recupero dello spazio originario del convento francescano, che nel tempo diverse vicende storiche avevano mutato e cambiato. Ora lo spazio e la continuità tra la chiesa, il coro e l’abside ha riavuto la sua continuità con il recupero anche degli affreschi del Semino. Questa è stata forse la scoperta più bella perché la volta e le pareti erano ricoperti di patina grigia e il timore era che non fosse possibile recuperarli. Ora le tante persone che non hanno avuto la fortuna di conoscere il San Giacomo in passato potranno riscoprirlo. Ora stiamo lavorando al progetto per il secondo lotto per il recupero della parte del convento stesso, in modo da essere pronti per accedere il prima possibile a nuovi finanziamenti e rendere tutta la struttura accessibile e fruibile a tutti»
Come detto, gli interventi hanno riguardato il restauro conservativo del’ex convento, in particolare dell’ex chiesa, della cappella e dei chiostri: oltre a un consolidamento statico, il recupero della spazialità originaria della chiesa riportando in vita le strutture del complesso edilizio, da tempo in uno stato di forte degrado, ed eliminando le parti incongrue e le strutture realizzate nel periodo in cui la struttura era adibita a caserma.
Il sindaco Marco Russo puntualizza: “Questa apertura ci conferma che il percorso per Capitale Italiana della Cultura è qualcosa di concreto e non astratto o sentimentale. Riaprire questi luoghi significa anche riscoprire la propria storia e diventare consapevoli della storia che ha formato la comunità. Una città come Savona non può non avere una progettazione culturale perché solo così si dà il senso di appartenenza e capacità di immaginare oltre l’orizzonte. Quando la città si piega su se stessa l’orizzonte si restringe. Il progetto culturale deve aggregare, occupare e recuperare spazi, far vivere spazi. Si riempiono con progettazione culturale. Riscoprendo un luogo noi riscopriamo la nostra storia”.
Restituire al pubblico un edificio come il convento di San Giacomo consente di ricordare la storia di questo importante complesso architettonico, riflettendo anche su come, in passato, si sia fatto scempio di quanto rappresentava la storia di una città.

«Questo è l’ultimo edificio religioso di un’epoca storica che non c’è più – dice l’assessore Nicoletta Negro – È l’ultima testimonianza di un periodo in cui Savona era florida e i Francescani avevano deciso di venire qui». «Il complesso è stato costruito tra il 1471 e il 1476: quest’anno festeggiamo quindi i 550 anni dal termine dell’opera – spiega il presidente dell’Associazione Amici del San Giacomo, Michele Salvatore –. Qui c’era anche una biblioteca con 63 manoscritti in greco, poi donati al re di Spagna per la Biblioteca dell’Escorial, nella quale aveva studiato Gabriello Chiabrera che qui è sepolto. Abbiamo anche recuperato un dipinto di Andrea Semino, fratello di Ottavio Semino, autore degli affreschi del San Giacomo, che si trovava nella chiesa della Madonna della Neve e che ora è in restauro». Sulla scorta di quanto avvenuto con l’Azienda Speciale per la gestione del teatro Chiabrera, il complesso del San Giacomo, di cui è già stato progettato il secondo lotto ed avviata la ricerca di altri finanziamenti, verrà gestito da una Fondazione, così come avverrà pure per Palazzo della Rovere»

Il complesso conventuale sorse a partire dal 1470 in seguito alla donazione di un oratorium, sive aedicula, con terreni annessi da parte dell’Ospedale della Misericordia in favore dei frati minori osservanti, in una zona dove erano già altre chiese e proprietà religiose.
Solo dopo la costruzione del ponte a quattro archi voluto da Sisto IV ed eretto nel 1479 in funzione del convento la zona fu agevolmente collegata alla città.
A prova dell’importanza del San Giacomo come centro culturale, sappiamo che il vescovo Giustiniano nel 1563 mandò a Filippo II re di Spagna manoscritti per la biblioteca dell’Escorial; nel 1647 fra Dioniso da Genova descrive un convento con due dormitori, chiostro, refettorio, biblioteca fornitissima, perfetto in ogni sua parte tanto da non poter desiderare altro per la vita monastica, abitato da 25 frati tra cui studenti di filosofia e di teologia; descrive la facciata ornata da un rosone con vetrata colorata donata da Oberto D’Oria nel 1476 (probabilmente la data della fine della costruzione).
La chiesa consiste in un’aula rettangolare coperta con un tetto ligneo con capriate su mensole di legno con cappelle laterali sui due lati, in un vano quadrangolare voltato a crociera e in un abside con coronamento poligonale. Il pontile (lectorium) è coperto da tre crociere su esili colonne.
Una bolla di Innocenzo IV concede nel 1250 di seppellire nelle chiese non solo chi abita nel convento, ma anche i fedeli che lo richiedano; da ciò la ripartizione interna che rivela la motivazione di accogliere le spoglie di membri della classe mercantile che commissionano polittici nelle cappelle laterali, sei per lato, (cappella Sacco decorata dal Mazone, cappella Boccalandri, cappella Chiabrera decorata dal Brea, cappella Multedo decorata dal Fasolo, cappelle Pozzobonello, Catullio, Salineri, Scarella, Soldano, Grasso), con un’aula pubblica divisa dal presbiterio, separazione sottolineata dal pontile.
I volumi del convento sono raccolti intorno a due chiostri.
L’edificio è stato oggetto anche della campagna del FAI “I luoghi del cuore”, in cui si affermava: “La chiesa ed il convento, eretti tra il 1471 ed il 1476 dai Frati Francescani Minori Osservanti, testimoniano un “Rinascimento” savonese che culminò nell’elezione dei Papi Sisto IV e Giulio II Della Rovere. Nel 1479 papa Sisto IV fece edificare un ponte per facilitare i collegamenti tra la città ed il colle di San Giacomo, che contende al Priamar l’ampia veduta sul mar Ligure, il porto e la città.
L’edificio principale si presenta con una singola navata a capanna con capriate lignee secondo i dettami francescani, affiancata da due teorie di cappelle, 5 per lato, al cui giuspatronato attesero i più bei nomi della città, tra cui la famiglia Chiabrera che vi depose le spoglie del famoso poeta seicentesco Gabriello. La chiesa divenne luogo di sepoltura per nobili e facoltose famiglie. Nelle cappelle si concentrava il fior fiore della pittura ligure e lombarda del tempo: Brea, Tuccio D’Andria, Mazone, Fasolo. Questi dipinti sono ora nella pinacoteca civica o in musei stranieri (Louvre, ecc.). La Chiesa conserva uno dei pochi esempi italiani di “pontile” per i musici ed i predicatori mentre gli stalli del presbiterio accoglievano il coro dei monaci. La biblioteca del convento era una delle maggiori del Nord Italia con molti codici e manoscritti preziosi.
L’abside esprime la predicazione per immagini attraverso un ciclo di affreschi di Ottavio Semino (1520 – 1604). Figlio d’arte, di indole dissoluta ma di grande talento, lavorò a Genova (palazzi Cicala, Doria, Spinola, ecc.), Milano (palazzo Marino, S. Maria delle Grazie, S. Maurizio Maggiore, ecc.), Pavia (Certosa), Savona (palazzi Della Rovere, Imperiali, convento di S.Giacomo, ecc.) Il convento ha due chiostri con lunette affrescate dal Ratti (1699–1755) sulla vita di San Francesco. Nel 1812 la soppressione del convento, già mutilato negli spazi esterni per motivi militari, ne sancì la decadenza e venne destinato a svariati usi (opificio, reclusorio miltare, caserma Damiano Chiesa, ecc.) Sia pur con la perdita di gran parte dell’apparato pittorico della chiesa, i volumi edilizi principali restano intatti e perfettamente leggibili e gli affreschi del Semino possono essere recuperati.






Tiziano Franzi
