Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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La “repubblica dei maranza”? Violenze, assalti, saccheggi: il dovere di fare chiarezza su origini e responsabilità di chi ha messo a fuoco le città e di chi non le ha protette fallendo nella prevenzione


Non basta fare la conta dei danni, delle persone fermate (quasi tutti giovani under 18 o addirittura ragazzini) e dei poliziotti feriti. E nemmeno esprimere una solidarietà pelosa o peggio scaricare le responsabilità in chiave politico elettorale. “Dalle parole ai fatti: 500 militari in più per difendere Milano. Vittoria della Lega”, ha scritto Matteo Salvini, vice presidente del consiglio e leader leghista.

Il governo introduce nuovi reati, ma durante l’approfondimenti  de La 7 diMartedì con il conduttore Giovanni Floris è stato documentato che si tratti di reati già previsti nel codice penale. E allora?

E’ soprattutto necessario capire e approfondire le origini del malessere che ha fatto esplodere la rabbia di una generazione che non trova una guida, non vede un futuro e soffre di un crescente disagio sociale.

Lo Stato ha il dovere di fare la sua parte per ritrovare credibilità e creare un rapporto costruttivo con la parte sana del mondo studentesco. E l’obbligo di fare piena luce se non autocritica sulle falle registrate drammaticamente nella sicurezza dei cittadini.
Dalla mia esperienza durante la pandemia ai disordini di oggi: chi organizza, chi controlla e chi avrebbe dovuto intervenire? Di fronte alle devastazioni di Milano e alle immagini che arrivano dalla Francia, non basta indignarsi.
Scene della recente ‘guerriglia urbana’ nel cuore di Milano: assalto ad una ‘gazzella’ del Nucleo Radiomobile dei carabinieri 

Bisogna pretendere risposte. E, soprattutto, bisogna avere il coraggio di fare le domande scomode. Ho avuto l’onore e il piacere di occuparmi di politica, di costruire un movimento che ha superato i 10.000 iscritti. Ho vissuto una stagione difficilissima della nostra storia recente: quella della pandemia, delle restrizioni e delle limitazioni delle libertà personali. Un periodo che molti di noi hanno percepito come profondamente distopico, nel quale abbiamo visto accettare provvedimenti che fino a poco tempo prima sarebbero sembrati impensabili.

In quegli anni abbiamo organizzato manifestazioni in tutta Italia, con una presenza particolarmente significativa nella mia Liguria. E proprio in quel contesto ho conosciuto da vicino un aspetto del rapporto tra chi protesta e chi vigila sull’ordine pubblico che, ancora oggi, ritengo meriti una riflessione. In più occasioni sono stato contattato telefonicamente da operatori della Digos. Voglio precisare un particolare: i contatti che ricordo erano cordiali e rispettosi. Non si trattava necessariamente di telefonate successive alla pubblicazione di un’iniziativa sui social. In alcune circostanze mi veniva chiesto in anticipo se fosse possibile trasmettere i volantini che intendevamo distribuire, oppure chiarire gli argomenti che avremmo affrontato durante gli incontri pubblici.

Insomma, c’era attenzione verso iniziative organizzate da un movimento relativamente piccolo, che non aveva alcuna intenzione di ricorrere alla violenza. Non sto formulando un’accusa nei confronti di quei funzionari. Al contrario, riconosco che il loro lavoro rientra nelle attività di prevenzione e tutela dell’ordine pubblico. Ma è proprio questa esperienza a farmi porre una domanda: se le autorità possono interessarsi preventivamente a una manifestazione pacifica organizzata da un movimento politico, quanto è plausibile che non riescano a individuare segnali di rischio quando gruppi molto più numerosi si organizzano pubblicamente attraverso piattaforme digitali?

È una domanda legittima. E merita una risposta seria. Le immagini arrivate da Milano nei giorni del 17 e 18 ottobre 2026 mostrano vetrine infrante, negozi saccheggiati, arredi urbani distrutti e scontri con le forze dell’ordine. Le cronache riferiscono di gruppi di giovani che, dopo l’avvio delle proteste contro il caro vita e le condizioni dei servizi pubblici, hanno trasformato alcune zone del centro in teatro di violenze. Disordini si sono verificati anche in altre città italiane. Situazioni analoghe sono state raccontate in Francia.

La prima cosa da chiarire è semplice: manifestare è un diritto. Saccheggiare un negozio, aggredire una persona o distruggere ciò che appartiene alla collettività non è una forma legittima di protesta. Dietro ogni vetrina infranta c’è il lavoro di qualcuno. Dietro ogni attività devastata ci sono sacrifici, investimenti, dipendenti e famiglie.

E quando una città viene messa a ferro e fuoco, a pagarne il prezzo sono anche i cittadini che non hanno alcuna responsabilità per ciò che accade. Ma condannare la violenza non significa rinunciare a capire come sia stato possibile arrivare a quel punto. È qui che comincia la vera questione politica. SE TUTTO ERA ORGANIZZATO, CHE COSA SAPEVANO LE AUTORITÀ?

Una delle obiezioni che sento ripetere è che, davanti a centinaia di persone, sia difficile intervenire. È vero: gestire una manifestazione numerosa è complesso, distinguere i responsabili dagli altri partecipanti può essere difficile e intervenire senza mettere in pericolo i cittadini richiede preparazione. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra trovarsi improvvisamente davanti a una violenza imprevedibile e assistere a una situazione per la quale esistono segnali preventivi.

Se gruppi di persone si danno appuntamento online, condividono luoghi di ritrovo, discutono di possibili obiettivi e annunciano intenzioni violente, è legittimo chiedersi quali informazioni fossero disponibili e quali misure siano state adottate.

Le cronache di questi giorni riferiscono che i social sono stati utilizzati per darsi appuntamento anche dopo i primi episodi di violenza. Questo rende ancora più importante capire quali comunicazioni fossero pubbliche, quali fossero state eventualmente segnalate e quali strumenti di prevenzione fossero concretamente disponibili. Non basta dire che sono stati identificati o arrestati dei responsabili dopo i fatti. La repressione è necessaria, ma la prevenzione è altrettanto importante.

E allora le domande sono precise: gli apparati di sicurezza avevano individuato i gruppi più pericolosi? Le informazioni raccolte erano state trasmesse a chi doveva organizzare i servizi? Il numero degli agenti era adeguato? Le direttive operative erano sufficienti? Ci sono stati errori di valutazione?

Se sono stati commessi errori, bisogna riconoscerli. Se invece qualcuno disponeva di informazioni rilevanti e non è intervenuto adeguatamente, occorre accertarne le responsabilità. Ma attenzione: il fatto che una violenza non sia stata impedita non dimostra, da solo, che sia stata voluta. Dimostra che bisogna verificare come e perché sia potuta accadere.

Questa distinzione non indebolisce la denuncia. La rende più solida. Non è la prima volta che in Italia ci troviamo davanti a episodi nei quali la gestione dell’ordine pubblico solleva interrogativi. Durante l’assalto alla sede nazionale della CGIL, a Roma, il 9 ottobre 2021, le immagini mostrarono scene di violenza e devastazione che suscitarono indignazione e interrogativi sull’efficacia delle misure di prevenzione. Una manifestazione contro l’obbligo del Green Pass. La Corte d’Appello ha confermato le condanne (il 7 ottobre 2026) per i principali esponenti di estrema destra e di Forza Nuova: Giuliano Castellino (leader di Forza Nuova): 8 anni e 7 mesi di reclusione. Roberto Fiore (leader di Forza Nuova): 8 anni e 6 mesi di reclusione. Luigi Aronica (ex NAR): 8 anni e 6 mesi di reclusione. Luca Castellini (leader di Forza Nuova Verona): 8 anni e 2 mesi di reclusione.

Come dimenticare? Forse pochi ricordano, e vale la pena rinfrescare la memoria, l’episodio dell’agente in borghese infiltrato tra i manifestanti, ripreso da numerosi telegiornali nazionali e internazionali mentre sembrava cercare di aiutare alcuni facinorosi a ribaltare una camionetta dei carabinieri. L’uomo fu poi riconosciuto, proprio attraverso i video trasmessi dai telegiornali, come appartenente alle forze dell’ordine. La vicenda suscitò enorme imbarazzo, clamore e indignazione, tanto da richiedere l’intervento in Parlamento del ministro dell’Interno dell’epoca, che giustificò l’agente sostenendo che stesse verificando il cosiddetto “moto ondulatorio” della camionetta.

Anche in quel caso il dibattito pubblico si concentrò sulle responsabilità individuali, sulla gestione della sicurezza e sulle informazioni che le autorità avrebbero potuto avere prima degli scontri. Quel precedente dovrebbe ricordarci una cosa: non basta ricostruire ciò che è successo quando ormai le immagini hanno fatto il giro del Paese. Bisogna ricostruire anche ciò che è accaduto prima. Quali segnali erano disponibili? Quali decisioni furono prese? Chi aveva la responsabilità di organizzare la risposta? E quali insegnamenti sono stati realmente tratti da quegli eventi?

Sono interrogativi che dovrebbero essere rivolti a qualsiasi governo, indipendentemente dal colore politico. C’è poi un altro elemento che non possiamo ignorare: la composizione delle nostre città è cambiata profondamente. Tra le persone coinvolte nei fenomeni di marginalità e nei disordini possono esserci cittadini stranieri, ma anche italiani di prima e seconda generazione. Non è corretto confondere l’origine di una persona con la sua responsabilità individuale: chi commette un reato deve risponderne, indipendentemente dalla nazionalità o dalla storia familiare.

Tuttavia, è altrettanto sbagliato fingere che i processi sociali non esistano. Nel Nord Italia ci eravamo abituati alle cadenze meridionali delle prime grandi migrazioni interne. Oggi, nelle periferie di città come Torino e Milano, lingue, accenti e culture differenti convivono e si influenzano reciprocamente. Anche i dialetti e le cadenze locali si sono trasformati, dando vita, soprattutto in alcune zone periferiche, a nuove forme di espressione e a una nuova cantilena urbana.

La domanda, allora, non può essere soltanto chi abbia commesso un determinato atto. Dobbiamo chiederci anche chi abbia governato i flussi migratori, con quali criteri e con quali strumenti di integrazione. Chi ha consentito l’ingresso di grandi numeri di persone senza garantire condizioni adeguate di accoglienza, formazione, lavoro e inclusione? Chi ha lasciato interi quartieri in una condizione di abbandono?

Porre queste domande non significa giustificare la violenza. Significa cercare di comprenderne le cause sociali. Una persona che vive ai margini, esclusa dalle opportunità e costretta a osservare una società percepita come irraggiungibile può sviluppare rabbia e risentimento. È come trovarsi ai piedi di una torre: qualcuno ti invita a salire, ti offre una corda e ti porta dentro, ma poi ti lascia fuori da una terrazza illuminata, separato da vetri attraverso i quali osservi gli altri mangiare e vivere nel benessere mentre tu resti senza sicurezza, prospettive o dignità.

Questa condizione non rende giustificabile un’aggressione, un saccheggio o una devastazione. Ma aiuta a spiegare perché, dopo un certo tempo, una parte delle persone possa reagire con rabbia. Per questo non basta una lettura esclusivamente penale. Esiste anche una dimensione sociologica: il rischio di uno scontro orizzontale tra gruppi che vengono messi gli uni contro gli altri, tra cittadini italiani e stranieri, tra comunità di fede diversa, tra chi è integrato e chi è escluso.

Non possiamo trasformare questo rischio in una profezia di guerra tra Islam e cattolicesimo, né attribuire senza prove l’esistenza di un progetto coordinato di autoannientamento. Possiamo però denunciare gli effetti di politiche che alimentano paura, insicurezza e contrapposizione. Trasformare i luoghi in cui le persone vivono, crescono e lavorano in scenari di paura significa indebolire il tessuto civile.

L’insicurezza può diventare uno strumento di governo quando viene lasciata crescere, utilizzata per abbattere il morale dei cittadini e poi accompagnata dalla promessa di una soluzione autoritaria o emergenziale. Ecco perché servono politiche serie: controllo del territorio, integrazione reale, contrasto alla criminalità, responsabilità individuale, tutela delle vittime e investimenti nelle periferie. Senza capri espiatori e senza negare i problemi.

TELEGRAM, TIKTOK, FACEBOOK: CHI POSSIEDE GLI STRUMENTI ATTRAVERSO CUI CI INFORMIAMO? Arriviamo al punto che ritengo fondamentale: il ruolo delle piattaforme digitali. Telegram, TikTok e Facebook non sono la stessa cosa. Hanno proprietà, strutture societarie, modelli di business e funzioni differenti. Ma tutte possono incidere sul modo in cui le informazioni circolano e le persone entrano in contatto.

Ecco alcuni dati verificabili. Telegram è stata fondata da Pavel Durov, che la società indica come fondatore, proprietario e amministratore delegato. L’azienda dichiara di avere la propria sede a Dubai. Questo è un dato societario, non la prova che Durov o Telegram abbiano responsabilità nelle violenze di Milano.

TikTok appartiene al gruppo ByteDance, società con una struttura societaria internazionale. Per comprenderne davvero il controllo economico bisogna distinguere tra società operative, azionisti e diritti di voto, senza confondere la proprietà della piattaforma con quella dei suoi singoli contenuti.

Facebook fa capo a Meta Platforms, società quotata in Borsa. Mark Zuckerberg mantiene un controllo particolarmente rilevante sui diritti di voto grazie alla struttura delle azioni con voto differenziato, come documentato nei rendiconti societari. Sono informazioni pubbliche, consultabili nei documenti delle società e nei registri competenti.

Ma la domanda politica non riguarda soltanto i nomi dei proprietari. Riguarda il potere che queste piattaforme esercitano. Chi decide quali contenuti vengono raccomandati? Quali regole vengono applicate ai gruppi che promuovono violenze? Come vengono gestite le segnalazioni? Quali dati possono essere conservati e messi a disposizione delle autorità secondo la legge? E quanto sono efficaci i meccanismi di collaborazione quando emergono minacce concrete?

Queste sono domande che riguardano la trasparenza, la sicurezza e la responsabilità delle grandi aziende tecnologiche. Non possiamo pretendere di vivere in una società digitale senza interrogarci sul funzionamento degli strumenti che la governano. Allo stesso tempo, non dobbiamo confondere la proprietà di una piattaforma con la responsabilità per qualsiasi cosa vi venga pubblicata. Per dimostrare che una società abbia favorito deliberatamente una violenza servono elementi specifici, non semplici supposizioni. La stessa serietà dovrebbe valere per le televisioni, i giornali e gli altri mezzi d’informazione: conoscerne gli azionisti, gli assetti proprietari e gli interessi economici è utile per comprendere il sistema mediatico.

Ma la proprietà, da sola, non dimostra che una notizia sia falsa o che esista un coordinamento occulto. Una cosa è certa, lo stato avrebbe potuto / dovuto impedire la devastazione ed i saccheggi. Indipendentemente dal numero dei “facinorosi e scalmanati”, bisogna riflettere su un aspetto inquietante: se bastano mille persone per mettere una città a ferro e fuoco e piegarla, che cosa potrebbe accadere se riuscissimo a organizzarci tutti, noi quaranta milioni di italiani? Anche solo numericamente, una mobilitazione di queste proporzioni renderebbe impossibile una risposta basata esclusivamente sulla forza; e proprio per questo il pensiero è inquietante, perché una simile contrapposizione potrebbe trasformarsi in una tragedia nazionale, con conseguenze imprevedibili per la democrazia, la sicurezza e la vita delle persone.

Il fatto che una rivolta sia riuscita una volta può inoltre diventare un precedente pericoloso: potrebbe incoraggiare altri disordini e alimentare l’idea che lo Stato sia incapace di proteggere i cittadini. Speriamo, dunque, che quanto accaduto resti soltanto un avvertimento e non l’inizio di una stagione di nuove rivolte che potrebbero sfociare in una guerra civile. Tutti contro tutti, disperati contro disperati. Come fuorilegge dati in pasto alle fiere perché considerati colpevoli e pericolosi, così noi lasciati in pasto ai social, alla solitudine, alla diffidenza, all’ignoranza, all’egoismo, alla paura. Ci guardiamo intorno e vediamo solo ingiustizia, malvagità, degrado, solitudine ed infine apatia. Siamo noi la causa di tutti i mali. “Meritiamo l’estinzione“- il nuovo mantra dei filosofi social. L’ odio si urla, l’amore si sussurra. Quanto è drammaticamente vero!

“Odia il prossimo come te stesso“. Questo, il nuovo Vangelo.

E IL CONTRIBUTO DI UNA VIGNETTA SATIRICA DEL GIORNALIUSTA LIGURE MIMMO LOMBEZZI


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