Si racconta, nelle sale dove si decidono i destini del clima, che tutto cominciò con una promessa tanto semplice da sembrare geniale: chi non riesce a smettere di bruciare può pagare qualcun altro perché bruci meno al posto suo.
di Alessandro Dighero
Nacquero così i crediti di carbonio, e per qualche stagione parvero il patto capace di salvare insieme il pianeta e i bilanci. Poi qualcuno, un po’ per ostinazione e un po’ per mestiere, andò a guardare dentro i progetti. Vi trovò foreste che nessuno aveva mai pensato di abbattere ma che sulla carta crollavano a ogni rendiconto, perché solo dal loro crollo immaginario il credito traeva valore. Dighe già costruite prima che arrivasse il denaro che avrebbe dovuto renderle possibili. Alberi incaricati di custodire il carbonio fino al primo incendio, mentre quello fossile resta in cielo per secoli. La stessa tonnellata venduta due volte, a chi la compra e a chi la ospita. Controllori pagati dai controllati. Tutto in regola, naturalmente. Lo strumento nato per accompagnare la fine delle emissioni ne è diventato l’alibi.
Ma l’inganno è più antico dei crediti e abita nel modo stesso di tenere i conti. Quando una compagnia italiana estrae gas in Libia, in Egitto, in Mozambico, la torcia che brucia tutta la notte sopra il deserto e il metano scappato dalle valvole vengono scritti nei registri dei Paesi che ospitano gli impianti, e all’Italia resta soltanto la combustione, e solo se il gas approda fin qui. Non c’è frode in questo, c’è una convenzione, ed è nelle convenzioni che le responsabilità imparano a disperdersi: circa quattrocento milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno dichiara l’Italia, senza contare quello che le sue imprese combinano oltre il mare, e in quelle imprese lo Stato siede con una quota intorno al trenta per cento tra Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti, abbastanza per pesare nelle assemblee e troppo poco, a sentir lo Stato, per rispondere di quanto accade fuori dalle sue frontiere.
Eppure il bilancio non torna. Quello che non si tollera in Val d’Agri non può diventare tollerabile nel delta del Niger per il semplice fatto di cambiare fuso orario. La coerenza chiederebbe soltanto che un’azienda, davanti a un bando le cui condizioni tradiscono il suo statuto, trovasse il coraggio di non partecipare, senza ledere la sovranità di nessuno e lasciando al Paese ospitante la libertà di assegnare la concessione a chi vuole. Rinunciare a un affare per principio, in certi consigli di amministrazione, suona come una bestemmia in sagrestia. Il prezzo sarebbe veder arrivare qualcuno con meno scrupoli e meno telecamere, e sapere che il petrolio uscirà dalla terra comunque: un rifiuto serve a non essere complici, ma da solo non basta a ridurre ciò che si accumula nell’atmosfera.
Per questo la leva vera sta alla frontiera. L’Europa è un mercato così grande che entrarvi ha un prezzo, e col regolamento sul metano ha cominciato a farlo valere: dal primo gennaio 2027 chi importa petrolio, gas e carbone dovrà dimostrare che la produzione dei contratti nuovi o rinnovati dopo l’agosto 2024 è soggetta a controlli equivalenti a quelli europei. Stati Uniti e Qatar, insieme a Nigeria e Algeria, a giugno hanno chiesto per lettera di sospenderlo, sostenendo che oggi non esiste un modo praticabile per rispettarlo e che minaccia le forniture. La norma però riguarda l’accesso al mercato europeo, non il loro territorio: nessuno detta legge a casa loro, l’Europa decide soltanto a quali condizioni aprire la propria porta. Resta un’obiezione che pesa, perché dopo il 2022 il continente dipende da pochi fornitori, e a luglio la Commissione ha raccomandato di non applicare sanzioni fino al 2029, escluse le frodi. È una raccomandazione, non una legge, ma mostra come le regole giuste, quando incontrano la fame di gas, invecchino in fretta.
Il guaio è che ogni misura d’accesso, appena morde, rischia di essere letta come una ritorsione, e chi la subisce può rispondere con le stesse armi: dazi, forniture, pressioni. Per togliere alla misura il sapore dell’arma bisogna cambiarne la natura: non un dazio che punisce un Paese, ma una tariffa ambientale che fa pagare a ogni barile quanto si è lasciato dietro. Si calcola sul prodotto e non sulla bandiera, vale per chi produce fuori come per chi produce in Europa, si scomputa quanto è già stato versato altrove, e i proventi vanno a bonifiche e comunità ferite nei luoghi dove si scava. Non è una multa, è un conto, e un conto uguale per tutti è difficile da scambiare per una vendetta. Resta la domanda di chi, in Brasile, in India e in diversi Paesi in via di sviluppo, chiede come mai debbano pagare loro una transizione di cui altri hanno già goduto i frutti, e a quella domanda non si risponde altro che con fondi, tecnologia, trasferimenti.
Resta l’ingegneria dell’inganno: dove lo standard guarda il singolo barile, l’azienda manda in Europa quello pulito e altrove quello sporco, e dove guarda l’intera impresa i giacimenti più compromessi finiscono a una società satellite o a un piccolo operatore lontano dai riflettori, come già è successo con quelli a fine vita. Servono regole contro l’elusione, obblighi di cessione responsabile, controlli che qualcuno abbia davvero la forza di fare. E soprattutto serve che qualcuno si ostini a guardare ciò che resta fuori dall’inquadratura. Tra molti anni, nelle stesse sale, si racconterà che le cose lunghe cominciarono così: con una persona che, a un certo punto, smise di voltarsi dall’altra parte.
Alessandro Dighero
Nota: i riferimenti al regolamento europeo sul metano sono aggiornati a ottobre 2026.
2/Siamo ancora uno dei PIIGS, forse l’unico amministrato da ciò che quell’acronimo voleva dire.
di Alessandro Dighero
Una settimana fa l’Italia ha consegnato a Bruxelles l’ultima richiesta di pagamento del PNRR. Dentro la busta c’erano documenti, firme, certificazioni, richieste di denaro. Fuori c’eravamo noi: con i treni in ritardo, le scuole da sistemare, gli ospedali lontani, le periferie che aspettano da sempre una fermata, un marciapiede, una luce.
Non c’è bisogno della Troika, in Italia.
La Troika è una cosa brutale e straniera: arriva, conta, minaccia, se ne va. Noi abbiamo fatto una cosa più raffinata. Ci siamo messi il commissario dentro. Lo abbiamo messo nei ministeri, nelle regioni, nelle società, negli uffici dove si decide che una galleria, una bretella, un ponte o una linea veloce non servono alle persone. Servono alle fotografie. Servono alle carriere. Servono a chi ha imparato che un cantiere è più facile da governare di una scuola, un ospedale, una casa, una vita.
Ci hanno detto: arriveranno i fondi europei e l’Italia ripartirà.
E sono arrivati. Sono arrivati tanti, forse troppi per un Paese che non sa più cosa farsene del futuro. Quasi duecento miliardi. Una pioggia straordinaria su una terra che ha smesso da tempo di preparare il terreno.
Perché l’Italia non è povera di denaro.
È povera di fiducia. È povera di tempo. È povera di quella pazienza umile che serve per fare le cose piccole, quotidiane, invisibili: un asilo, una casa ristrutturata, un bus che passa la sera, un medico che arriva, un giovane che non deve andarsene per poter vivere.
Invece abbiamo scelto le grandi opere.
Le grandi opere sono comode. Non chiedono di guardare le persone negli occhi. Non chiedono di risolvere la solitudine di un vecchio in un paese senza autobus. Non chiedono di curare un bambino che vive lontano dall’ospedale. Chiedono soltanto cemento, appalti, annunci, inaugurazioni.
Il cantiere è diventato la nostra politica.
Il nastro da tagliare è la nostra giustizia sociale. Il casco bianco è la nostra idea di eguaglianza. E quando qualcuno chiede: «Ma a chi serve?», la risposta arriva subito, sacra e stupida: «È una grande opera».
Il 30 settembre si è chiuso il conto.
Non il conto dei soldi: quello si può sempre spostare, rinviare, rinegoziare. Si è chiuso il conto della responsabilità. Il 31 agosto era il giorno in cui dovevamo aver fatto. Il 30 settembre è stato il giorno in cui abbiamo chiesto l’ultimo pagamento. E la domanda non è se abbiamo speso. L’Italia sa sempre spendere. La domanda è se abbiamo cambiato qualcosa.
Io penso alle persone che hanno aspettato.
A chi ha creduto che i fondi europei fossero una possibilità, non una rendita. A chi ha immaginato case più sane, città meno calde, treni meno inumani, scuole meno fatiscenti, territori meno abbandonati. A chi non voleva un ponte da fotografare, ma un Paese in cui restare.
La vera follia non è spendere.
La vera follia è spendere molto per non cambiare nulla. È ricevere l’Europa e continuare a somigliare a se stessi. È aver evitato la Troika e averne costruita una nostra, fatta non di sanzioni, ma di abitudini: il commissariamento come metodo, l’appalto come potere, il ritardo come gestione, l’inaugurazione come redenzione.
Siamo ancora uno dei PIIGS.
Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna: il nome nasceva come un’offesa, ma diceva una verità scomoda. Eravamo i Paesi che l’Europa guardava con sospetto, quelli da salvare, disciplinare, controllare. Grecia, Irlanda e Portogallo hanno conosciuto la Troika: creditori, memoranda, condizioni, umiliazioni. L’Italia no. Non perché fosse più forte. Forse perché era troppo grande per essere occupata.
E forse siamo l’unico dei PIIGS ancora amministrato da ciò che quell’acronimo voleva dire: un Paese che non crede in se stesso, che confonde il debito con il destino, la rendita con la ricchezza, l’obbedienza con la prudenza. Gli altri hanno subito la Troika e, in modi diversi, ne sono usciti. Noi non l’abbiamo avuta e abbiamo imparato a somigliarle.
Per questo l’Italia, l’unico grande Paese dei PIIGS che non ha conosciuto la Troika, si è lasciata occupare dai propri cantieri.
Spende molto. Inaugura spesso. Cresce poco.
E oggi, una settimana dopo l’ultima richiesta di pagamento, qualcuno chiamerà tutto questo un successo amministrativo.
Noi chiamiamolo con il suo nome: la prova che, anche quando arrivano i soldi per cambiare, l’Italia può continuare a non cambiare.
