Ecco la seconda parte del dossier sui datacenter, presentata con la stessa rabbia lucida con cui é stata presentata la prima, e con l’aggravante che nel frattempo il mondo, quello vero, si è finalmente svegliato
di Alessandro Dighero
A giugno l’Università delle Nazioni Unite ha certificato nero su bianco che l’intelligenza artificiale, entro il 2030, berrà 9.300 miliardi di litri d’acqua e divorerà 945 terawattora di elettricità, il triplo di quanto consumano insieme Pakistan, Bangladesh e Nigeria, seicentocinquanta milioni di persone. Non lo dice un blog, non lo dice un comitato di cittadini esasperati come quelli da cui vengo io: lo dice l‘ONU. Il mondo si è allarmato. La politica ligure no.
E badate, non sto scrivendo “la politica” per pigrizia retorica, come una formula vuota da editoriale della domenica. Sto scrivendo “la politica” perché è precisamente così che si è comportata: come un corpo unico, compatto, indifferente. Con un’eccezione, anzi due, che vanno dette perché la verità non è mai tutta buia e sarebbe disonesto far west anche di chi ha provato a chiedere. Un consigliere regionale, e una manciata di consiglieri tra i municipi del capoluogo tutti di diverso colore politico, si sono presi la briga, la briga, dico, come se informarsi fosse un lusso, di contattarci per sapere quanta acqua e quanta energia consumano gli impianti che stanno crescendo sul nostro territorio. Tutti gli altri hanno taciuto. Silenzio in Regione, silenzio nei consigli comunali della costa, silenzio dove servirebbe il rumore di chi rappresenta un elettorato che quell’acqua, in estate, se la vede razionata dai rubinetti di casa.
In questa seconda parte del dossier “Liguria Datacenters” racconto un caso che è un manifesto di questa cecità: l’hub digitale GN1 di Equinix e Vodafone a Genova, punto di atterraggio del cavo sottomarino 2Africa, quarantacinquemila chilometri, quarantasei approdi tra Africa, Europa e Asia, centottanta terabit al secondo di capacità nei tratti chiave.
Genova non è più soltanto porto e retroporto: è diventata, senza che quasi nessuno lo dicesse ad alta voce, uno snodo fisico della circolazione dei dati del Mediterraneo. Cosa c’è di male, si chiederà qualcuno. Niente, se non fosse che un impianto così, alimentazione continua, raffreddamento costante, affidabilità di rete assoluta, è una voce nuova e pesante nel bilancio energetico regionale. E il PEAR 2030, il piano che la Regione ha approvato nell’aprile di quest’anno per governare la transizione energetica ligure fino alla fine del decennio, di tutto questo non parla. Non una riga su data center, hub di interconnessione, landing station, Factory IA. Come se non esistessero.
E qui la faccenda si fa, per chi come me crede ancora nella responsabilità personale della storia, apertamente politica: perché l’attuale presidente della Regione è lo stesso amministratore che, da sindaco di Genova, aveva presentato e sostenuto il progetto GN1 insieme a Equinix e Vodafone. Non è continuità, è miopia elevata a sistema: si riconosce il valore di un’infrastruttura solo quando è già cemento, già cavo, già irreversibile, mai prima, mai per tempo, mai dentro una visione. Si insegue il mercato, non lo si governa.
Io non ho la pretesa di fare il pompiere né l’apocalittico. Ho la pretesa, semmai, di ricordare a chi comanda che il mondo intero sta contando litri e terawattora, e che la Liguria, terra già arsa dalla siccità e già ferita dal dissesto, non può permettersi di scoprire l’urgenza energetica dei data center soltanto quando i pozzi saranno secchi. Questa seconda parte del dossier è la prova documentale che la lacuna esiste, che è scritta nero su bianco nel PEAR, e che quei pochi, un consigliere regionale, qualche consigliere municipale genovese, che almeno hanno chiesto, avevano ragione a chiedere. Tocca ora a chi ha taciuto spiegare perché.
Alessandro Dighero
