Alla Liguria serve un’altra università privata? Serve una sanità pubblica radicata nei territori, capace di formare i propri professionisti invece di regalarli a chi paga meglio altrove.
di Alessandro Dighero


Oggi lo dice, con la stessa lucidità, anche l’uomo appena eletto a guidare l’Università di Genova. Mentre a Genova si scrive questa verità semplice, la Liguria continua a costruire il proprio futuro sanitario sul marchio di chi, dal cemento, è arrivato dritto alla cura: la Casa della Salute targata Pesenti, monumento vivente a come si trasforma un impero industriale in un impero sanitario senza mai passare per l’interesse pubblico.
La sanità pubblica non viene demolita in un giorno. Nessuno chiude una porta, spegne una luce e dichiara che il diritto alla cura è finito. Il processo è più silenzioso e, proprio per questo, più difficile da contrastare: un medico che manca, un reparto ridotto, un servizio trasferito, un presidio accorpato. Ogni volta lo chiamano razionalizzazione, ogni volta promettono efficienza; alla fine, però, ciò che resta è una sanità più povera, più distante e meno capace di rispondere ai bisogni dei malati. O meglio ancora prevenire.
Il motivo per cui questa trasformazione non può lasciarci indifferenti è semplice: non riguarda soltanto ospedali, bilanci e organigrammi. Riguarda il momento in cui una persona si ammala e scopre che il diritto alla cura esiste ancora sulla carta, ma non necessariamente nella realtà.
In provincia di Savona questa demolizione ha nomi e luoghi precisi: Albenga, privata del pronto soccorso e lasciata con un Punto di primo intervento; Cairo Montenotte, con il suo ospedale progressivamente impoverito; Pietra Ligure, dove è stato chiuso il centro nascite e si è colpita anche la facoltà di fisioterapia; Sassello, dove il Comune ha dovuto rivolgersi a un laboratorio privato veneto per sapere se l’acqua del proprio acquedotto fosse potabile.
Non chiamatela razionalizzazione: quando si riducono i servizi, si allontanano le cure e si costringono intere comunità a percorrere più strada o a rivolgersi al privato, questa non è efficienza. È abbandono organizzato. La provincia di Savona non è una periferia sacrificabile: è fatta di cittadini che hanno diritto alla stessa sanità di chi vive nei grandi centri.
Ed è proprio nello spazio lasciato vuoto dal pubblico che il privato trova terreno fertile. Per capire come questa trasformazione non sia soltanto una somma di decisioni locali, ma risponda a una logica più ampia, basta seguire una storia che comincia dal cemento.
La famiglia Pesenti, per tre generazioni protagonista del settore attraverso Italcementi, nel 2016 vende alla tedesca HeidelbergCement e incassa un miliardo e settecento milioni di euro. Nello stesso anno, Carlo Pesenti percepisce uno stipendio personale di quattordici milioni e settecentomila euro, mentre in Italia si perdono quattrocento posti di lavoro operaio.
Quattordici milioni.
In un anno- La famiglia che aveva costruito il proprio potere sul cemento, mentre il lavoro operaio arretrava e interi territori venivano trasformati in profitto, incassava e cambiava direzione. La holding di famiglia, Italmobiliare, non scompare e non si ritira dalla scena: cambia pelle. Diventa una macchina da private equity, investe in diversi comparti dell’economia italiana e nel 2020 entra nella sanità acquisendo Casa della Salute.
Ambulatori, poliambulatori, diagnostica, odontoiatria.
La salute delle persone- Perché passare dal cemento alla salute? Perché il capitale non ha ideologie: segue i margini. Quando il cemento rende meno, si investe nella cura. E quando il pubblico arretra, il bisogno diventa mercato. Prima ti tolgono una risposta. Poi ti vendono quella che resta.
Nata nel 2014 con il primo poliambulatorio di Busalla, al momento dell’ingresso di Italmobiliare Casa della Salute contava otto centri tra Liguria e Piemonte; oggi il gruppo dichiara oltre quaranta strutture, circa settecento dipendenti e milleduecento medici.
Non è una colpa diventare grandi. La questione è un’altra: capire in quale terreno questa crescita diventa possibile e che cosa trova davanti a sé quando il servizio pubblico arretra.
E dove cresce soprattutto?
In Liguria- Proprio qui, dove il cemento aveva già consumato il territorio, il capitale privato ha trovato un nuovo spazio da occupare: la salute.
Io medico non sono, ma di sanità qualcosa so. Mio padre era Aldo Dighero: per tutti un medico, per molti il medico di famiglia, per me semplicemente papà. Non ho ereditato la sua laurea, ma l’idea che una persona non sia mai un caso, un numero o una pratica da smaltire. Il suo strumento era il giuramento di Ippocrate; il mio sono queste battaglie.
Per questo Casa della Salute non riesco a guardarla come la semplice crescita di un’azienda. La vedo dentro una Liguria in cui il pubblico arretra, le attese si allungano e chi vive nell’entroterra deve percorrere decine di chilometri per curarsi. Ed è proprio lì, nello spazio lasciato vuoto, che il privato entra: non per offrire una scelta, ma per intercettare una necessità.
Prima ti chiudono una porta, poi ti indicano quella accanto. Ma quella seconda porta si apre soltanto se puoi pagare.
Le parole cambiano. Il saccheggio no.
Nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Giovanni Toti, la Procura di Genova ha esaminato anche i rapporti tra il mondo della sanità privata e la fondazione del governatore; tra i nomi sottoposti all’attenzione degli inquirenti c’è Casa della Salute. Il sospetto era che alcuni finanziamenti potessero essere collegati a contratti e convenzioni con il pubblico. Lo dico con il rispetto dovuto alla cronaca giudiziaria: non sono sentenze, ma ipotesi investigative.
Il progetto politico di Toti, invece, non apparteneva ai sospetti. Era dichiarato nei programmi: portare in Liguria il modello lombardo, quello in cui il pubblico arretra e il privato avanza.
E qui si arriva alla politica. Il cemento, da solo, non cementifica: ha bisogno di permessi, piani regolatori e deroghe. Allo stesso modo, la sanità privata non prospera nel vuoto: ha bisogno di convenzioni, accreditamenti e di un pubblico abbastanza debole da non riuscire più a rispondere da solo.
Il punto non è sostenere che una famiglia di industriali abbia comprato la sanità ligure. Il punto è capire chi trae vantaggio dal ritiro del pubblico.
Ma la storia non si ferma dove vorremmo che si fermasse. Cambia il governatore, cambia il nome sulla carta intestata e la sostanza, questa è la parte che fa più male, resta identica. Anzi, si perfeziona.
Marco Bucci, l’uomo che ha ereditato la Regione dalle macerie giudiziarie di Toti, si presenta come il contrario del suo predecessore: l’ingegnere pragmatico, il manager venuto a mettere ordine nel caos. Dal primo gennaio 2026 è entrata in vigore la sua riforma della sanità: nasce l’Agenzia per la tutela della salute Liguria, che accorpa le cinque Asl, e nasce l’Azienda ospedaliera metropolitana, che riunisce San Martino, Villa Scassi, Galliera e il futuro polo di Erzelli sotto un’unica direzione.
Bucci la chiama razionalizzazione. La chiama efficienza. La definisce «una scelta di responsabilità nei confronti dei liguri».
Io la chiamo continuità.
Perché sotto le nuove sigle il problema resta quello di sempre: un servizio pubblico che si accentra sulla carta e si allontana nella realtà, proprio dai territori, dagli anziani e dall’entroterra, dove servirebbero medicina di prossimità, servizi vicini e risposte semplici. Si moltiplicano le strutture amministrative, ma non necessariamente le prestazioni; crescono gli organigrammi, mentre diminuisce la presenza concreta della sanità. Non a caso, 56 sindaci liguri hanno denunciato il rischio di decisioni prese lontano dai territori.
E intanto, nei documenti tecnici che accompagnano la riforma, si legge la volontà di «valorizzare la collaborazione pubblico-privato».
Collaborazione.
Un’altra parola comoda- Tradotta dal burocratese, significa che il privato non è più l’eccezione da controllare: è diventato un pilastro della nuova architettura, scritto nero su bianco.
Ecco il filo che lega Toti a Bucci: cambiano gli uomini, cambia il linguaggio, ma la direzione resta la stessa. Il cittadino, intanto, resta davanti alla stessa scelta obbligata: aspettare mesi oppure pagare.
Non è un complotto, è un modello. Prima si riduce la capacità del pubblico, poi si presenta il privato come soluzione naturale; prima si rende difficile curarsi, poi si fa passare per libera scelta ciò che nasce da una necessità.
E se cercate la prova plastica di questo modello, non serve andare lontano. Basta guardare Pietra Ligure.
Al Santa Corona, negli ultimi anni, il pubblico ha chiuso in sequenza due corsi di laurea: prima infermieristica, poi fisioterapia. Quest’ultima, nonostante una petizione, una mozione approvata all’unanimità dal Consiglio regionale per salvarla e l’ordine del giorno del Comune di Finale Ligure per difenderla, a novembre 2025 è stata soppressa ufficialmente dall’Università di Genova. Decine di studenti, un polo formativo attivo da decenni, un indotto di tirocini e professionisti per tutto il ponente: cancellati.
Otto mesi dopo, in quello stesso ospedale, arriva l’Università Link Campus. Privata. A pagamento. Con cinquantacinque posti per la laurea magistrale in Medicina e Chirurgia, dieci riservati a chi viene dall’estero, in convenzione con Regione Liguria. Le lezioni si terranno nell’immobile che porta ancora il nome, quasi beffardo, di “Scuola Infermieri”.
Prima chiudono la scuola pubblica. Poi te la riaprono a pagamento, cambiando solo l’insegna.
Non sto dicendo che formare medici sia sbagliato: ne servono, e la carenza è reale in tutta Italia. Sto dicendo che lo stesso edificio, nello stesso ospedale, nello stesso anno, racconta due storie opposte: la formazione pubblica arretra, quella privata avanza. Casa della Salute con la cura, Link Campus con la formazione: lo schema è identico, cambia solo il piano su cui si applica.
Il tutto mentre la Regione promette 244 milioni di euro di restyling per il nuovo Santa Corona, cantiere atteso nel 2027, e mentre le ambulanze con i codici bianchi e verdi continuano (lo denuncia da mesi anche Albenga) a intasare proprio quel pronto soccorso, invece di essere dirottate su un Punto di primo intervento già pronto ad accoglierle.
Lo stesso schema vale anche fuori dagli ospedali. A Sassello, comune dell’entroterra savonese, il sindaco ha dovuto rivolgersi a un laboratorio privato veneto per far analizzare l’acqua dell’acquedotto comunale e sapere se fosse potabile: non un reparto, non una laurea, ma un controllo elementare di sanità pubblica, quello che un ente pubblico dovrebbe garantire da sé attraverso ARPAL. Chi controlla, se il pubblico non riesce più a farlo da solo?
Mio padre curava le persone. Questo sistema rischia di curare soprattutto i bilanci. E quando il diritto alla salute diventa una merce acquistabile soltanto da chi può permettersela, non siamo più davanti a una cura.
La sanità pubblica è ancora in piedi. Ma dentro è già morta.
Alessandro Dighero
P.S. Nota sul metodo: i fatti riportati in questo articolo si basano su delibere regionali, atti ufficiali e dichiarazioni pubbliche verificabili. Dove si tratta di ipotesi investigative ancora al vaglio della magistratura, come nel caso dei rapporti tra Casa della Salute e la fondazione di Giovanni Toti, lo abbiamo segnalato esplicitamente, distinguendo tra fatti accertati ed elementi in attesa di conferma.
