Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1956, il transatlantico italiano Andrea Doria, fiore all’occhiello della marina mercantile italiana e simbolo della rinascita del Paese nel secondo dopoguerra, entrò in collisione con il piroscafo svedese Stockholm nelle acque dell’Oceano Atlantico, al largo dell’isola di Nantucket, sulla costa orientale degli Stati Uniti.
di Tiziano Franzi
L’incidente, che si concluse con l’affondamento della nave italiana, è ricordato come uno dei più drammatici naufragi del Novecento.
Il gioiello della marina italiana- L’Andrea Doria era il simbolo della rinascita italiana nel dopoguerra; l’immagine di quell’Italia che voleva tornare ad essere protagonista, anche nel campo delle grandi costruzioni navali e nei viaggi intercontinentali. Varato il 16 giugno 1951 nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente, entrò in servizio nel gennaio 1953 per conto della Italia – Società di Navigazione. Con i suoi 213 metri di lunghezza e una stazza di quasi 30.000 tonnellate, rappresentava una delle navi più moderne, eleganti e tecnologicamente avanzate del suo tempo.
Gli ambienti interni, progettati da prestigiosi architetti e artisti italiani, esprimevano il meglio del design nazionale. Opere d’arte, arredi di pregio, piscine, sale da ballo e ristoranti contribuivano a fare dell’Andrea Doria un autentico ambasciatore dello stile italiano nel mondo.

La collisione nella nebbia-
Durante la traversata da Genova a New York, nelle ultime ore di navigazione la nave incontrò una fitta nebbia. Alle 23:10 del 25 luglio 1956, mentre procedeva a circa 21 nodi, entrò in collisione con lo Stockholm, in viaggio da New York verso Göteborg. Le successive indagini accertarono che entrambe le navi avevano interpretato in modo errato le informazioni fornite dal radar. Errori di valutazione, comunicazioni non perfettamente coordinate e decisioni prese in pochi istanti portarono le due imbarcazioni a seguire una rotta di collisione. La robusta prua dello Stockholm, rinforzata per potere rompere il ghiaccio del Baltico, penetrò nella fiancata destra dell’Andrea Doria, aprendo una falla di oltre dodici metri. L’acqua invase rapidamente diversi compartimenti stagni, provocando un’inclinazione sempre più accentuata della nave.

Come ricorda il giornalista Massimiliano Jattoni Dall’Asén sul Corriere della sera : “In quella notte di 70 anni fa, al largo dell’Isola di Nantucket, nei saloni dell’Andrea Doria si festeggia la fine della traversata, mentre nel ventre del transatlantico fuochisti e macchinisti sudano alimentando i forni e le caldaie a vapore. In uno dei quattro cinema di bordo proiettano Foxfire, con Jane Russell e Jeff Chandler. E nel salone Belvedere l’orchestra ha appena concluso le note di Arrivederci Roma. Ai tavoli si gioca ancora a bridge, ma nei corridoi le valigie sono già allineate per la dogana. Molti passeggeri dormono, altri passeggiano sul ponte cercando nella nebbia i primi segnali dell’America. […]ei primi attimi nessuno capisce davvero cosa sia accaduto. Quando le luci si spengono in alcuni ponti, l’acqua ha già cominciato a riversarsi attraverso lo squarcio e la nave si inclina lentamente verso dritta. Nelle cabine è il panico. Chi è nei saloni cerca subito un’uscita. Chi dormiva si ritrova scaraventato giù dal letto. Nel frastuono del metallo che continua a deformarsi, centinaia di persone cercano di capire se quel colpo abbia soltanto fermato la traversata o stia per trasformarsi in una tragedia.
Molte delle vittime muoiono nell’istante stesso dell’impatto, senza avere il tempo di rendersi conto di ciò che sta accadendo. Le cabine colpite dalla prua della Stockholm vengono letteralmente sventrate. Alcuni passeggeri scompaiono nelle acque nere insieme agli arredi delle loro stanze. Altri rimangono intrappolati tra le lamiere. Fra loro c’è la famiglia di Camille Cianfarra, storico corrispondente del New York Times da Madrid, che sta tornando negli Stati Uniti con la famiglia. I coniugi occupano la cabina numero 54. Lui muore sul colpo, mentre la moglie Jane resta gravemente ferita e incastrata tra i rottami. Le due figlie, che dormono nella cabina adiacente, vengono travolte da destini opposti. Joan, di 8 anni, è risucchiata attraverso lo squarcio aperto nello scafo e non sarà mai più ritrovata. Linda Morgan, quattordici anni, viene invece sbalzata fuori dalla cabina con una violenza incredibile e proiettata sulle lamiere della Stockholm. Quando riapre gli occhi non capisce dove si trovi. Pochi istanti prima era nel suo letto; adesso è sulla nave che ha appena distrutto la sua. Ha un braccio rotto, ma è viva. I giornali americani la battezzeranno the miracle girl, la ragazza del miracolo.”
L’evacuazione- Nonostante la gravità della situazione, l’equipaggio reagì con grande professionalità. Il comandante Piero Calamai comprese immediatamente che il transatlantico non avrebbe potuto restare a galla a lungo e ordinò l’evacuazione dei passeggeri. L’inclinazione della nave rese inutilizzabili molte delle scialuppe situate sul lato sinistro e quindi furono calate in mare solo quelle disponibili sul fianco destro: la metà di quelle disponibili. . Fondamentale fu quindi l’intervento dello Stockholm, rimasto a galla, e delle numerose unità navali che risposero al segnale di soccorso. Tra queste vi erano il transatlantico francese Île de France, il cargo americano Cape Ann, il cacciatorpediniere statunitense USS Edward H. Allen e diverse unità della Guardia Costiera degli Stati Uniti.
Un salvataggio senza precedenti- Sull’Andrea Doria viaggiavano 1.706 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Grazie alla rapidità e all’efficienza dei soccorsi, 1.660 persone furono tratte in salvo. Il bilancio finale fu di 51 vittime: 46 sull’Andrea Doria e 5 sullo Stockholm. Le operazioni di evacuazione durarono diverse ore. I passeggeri vennero trasferiti sulle navi accorse tramite le scialuppe, mentre gli elicotteri della Guardia Costiera sorvolavano l’area coordinando le operazioni di soccorso.
L’affondamento- Dopo circa undici ore dalla collisione, alle 10:09 del 26 luglio 1956, l’Andrea Doria si inclinò definitivamente sul lato di dritta, si capovolse lentamente e scomparve nelle acque dell’Atlantico, a circa 75 chilometri dalla costa di Nantucket, dove oggi giace a una profondità di circa 75 metri.
Le fotografie e i filmati del maestoso transatlantico che affondava lentamente fecero il giro del mondo, trasformando quell’evento in una delle immagini più celebri della storia della navigazione.

Le cause del disastro-
L’inchiesta ufficiale non attribuì la responsabilità esclusiva dell’incidente a una sola nave. Le ricostruzioni successive individuarono una serie di fattori concomitanti:
- errata interpretazione delle informazioni radar;
- valutazione non corretta delle rotte reciproche;
- velocità eccessiva in presenza di una fitta nebbia;
-
comunicazioni insufficientemente efficaci tra i due ponti di comando.
Da questa tragedia nacquero importanti miglioramenti nelle norme internazionali sulla sicurezza della navigazione, soprattutto nell’impiego del radar, nelle procedure da adottare in caso di scarsa visibilità e nelle comunicazioni tra le navi.
Il comandante Piero Calamai
Il comandante Piero Calamai (1897-1972) rimase a bordo fino al termine delle operazioni di evacuazione, lasciando la nave soltanto quando tutti i passeggeri erano stati messi in salvo.Soltanto l’insistenza dei suoi ufficili e dell’equipaggio lo convinsero alla fine, controvoglia, a salire su una scialuppa di salvataggio. Pur non essendogli attribuite responsabilità penali, visse il resto della sua vita profondamente segnato dalla perdita dell’Andrea Doria, considerandola il più grande dolore della sua carriera.

Il relitto
Oggi il relitto dell’Andrea Doria riposa sul fondo dell’Atlantico ed è considerato uno dei siti di immersione più difficili e pericolosi del mondo. Nel corso degli anni numerosi subacquei hanno esplorato la nave, recuperando oggetti e reperti storici, ma diverse immersioni si sono concluse tragicamente a causa delle forti correnti, della profondità e del progressivo deterioramento della struttura.

Una tragedia che ha lasciato il segno
Il naufragio dell’Andrea Doria continua a occupare un posto importante nella storia della navigazione civile. La vicenda segna la fine di uno dei più prestigiosi transatlantici italiani, ma rappresenta anche un esempio di straordinaria organizzazione dei soccorsi e di collaborazione internazionale.
A quasi settant’anni dall’affondamento, il nome dell’Andrea Doria rimane simbolo dell’eccellenza della cantieristica italiana e, allo stesso tempo, un monito sull’importanza della sicurezza in mare. La sua storia dimostra come anche le tecnologie più avanzate richiedano prudenza, preparazione e una costante attenzione per evitare tragedie che possano ripetersi.
Tiziano Franzi
