Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Quel giorno a Staglieno l’ultimo saluto a Carlo Giuliani: il dolore e la compostezza dei genitori e della sorella. Il “ciau amigu” di don Gallo. La “distanza” del ministro


G8 di Genova, 25 anni dopo la ferita è ancora aperta: dai saccheggi alla morte di Carlo Giuliani. Una testimonianza di Bruno Marengo di quei giorni: il funerale di Carlo Giuliani.

Il 23enne ucciso dal carabiniere Placanica in piazza Alimonda. Poi l’irruzione nella scuola Diaz (per un episodio definito di “macelleria messicana”) fino ai soprusi nella caserma di Bolzaneto, dove la giustizia ha certificato atti di vera tortura. Un quarto di secolo da quel luglio, il capoluogo ligure ricorda e si interroga sull’eredità di quel G8 e sulle battaglie future delle nuove generazioni. Un dialogo tra passato e futuro, che non vuole essere solo sterile commemorazione. Ma per pensare alle lotte future bisogna guardare al passato.

Spotorno 25/5/2006. Il compianto giornalista albenganese Romano Strizioli, don Andrea Gallo, Bruno Marengo (in allora Sindaco) per la presentazione del libro di Pippo Carrubba “Mi chiamavano sovversivo”. Come era distante, ricorda e stigmatizza Marengo, già sindaco di Savona e Spotorno, presidente dell’Anpi, quel “debuttante” ministro degli Interni (Claudio Scajola, l’ex dc allievo di Taviani che costruì Forza Italia per la discesa in politica di Silvio Berlusconi, oggi sindaco di Imperia), che, in Parlamento, tentò “puntigliosamente e pervicacemente di giustificare l’inaudita violenza delle forze dell’ordine che colpirono pacifici manifestanti, mentre black bloc e provocatori devastavano la città abbandonata a sé stessa”. E che con un ragazzo morto in piazza Alimonda e la notte di sangue alla Diaz si azzardò a sollecitare solidarietà per le forze dell’ordine

Genova 25 luglio 2001. Piazzale antistante il Cimitero di Staglieno

di Bruno Marengo

Eravamo in tanti a dare l’estremo saluto a Carlo Giuliani, ucciso mentre i grandi della terra tenevano, nella zona rossa, il G8, una montagna che ha partorito il topolino.

Non c’erano né bandiere né fiori. Solo tanta gente vestita in modo diverso, di diversa età, di diverse culture ed appartenenze. I compagni di scuola, gli amici di Piazza delle Erbe e di Piazza Manin, ci hanno raccontato di un ragazzo diverso da quello descritto da quasi tutti i giornali e televisioni. Un ragazzo, un ribelle, con le sue inquietudini, le sue contraddizioni, ma anche con la sua generosità, la sua ansia di giustizia. Un ragazzo di strada che sapeva dialogare con quelli diversi da lui, come ci ha ricordato un frate cappuccino; un ragazzo impegnato in Amnesty International e nei centri sociali. Un ragazzo ucciso da un altro ragazzo, un carabiniere in servizio ausiliario.

Giuliano Giuliani, il padre, ha rivolto all’uccisore di Carlo parole umane e giuste. Ha parlato di non violenza. Il suo è stato un dialogo con la generazione di suo figlio, dei suoi amici: “In fin dei conti le cose che vogliamo sono le stesse: un mondo migliore, persino meno schifoso e però i giovani lo vogliono domattina. E noi, che siamo più anziani, che veniamo da certe lotte, da certe scuole, diciamo che ci vuole tempo, pazienza, prudenza. Forse i giovani devono allungare un po’ il loro percorso; ma noi, quelli vecchi come me e stanchi, dobbiamo accorciarli quei tempi”. Giuliano Giuliani è della mia generazione, un sindacalista della CGIL, e quando parla mi scorrono davanti agli occhi gli anni trascorsi, le manifestazioni, gli scioperi, le lotte per il lavoro, per la democrazia, per la libertà di tutti, con le nostre idee, le nostre speranze, le nostre bandiere, le “nostre scuole”.

Quanto dolore si prova davanti alla bara di un ragazzo morto, mentre compiva un atto di ribellione, forse il primo, alle ingiustizie del mondo. Quanto dolore e compostezza ho letto sui volti di una madre, di un padre, di una sorella.

Com’è distante, di un altro mondo, quel “debuttante” Ministro degli Interni che, in Parlamento, ha tentato puntigliosamente e pervicacemente di giustificare l’inaudita violenza delle forze dell’ordine che ha colpito pacifici manifestanti, mentre black bloc e provocatori devastavano la città abbandonata a sé stessa. Ha parlato di solidarietà alle forze dell’ordine.

Ce lo ricordò Pasolini, in lontani anni, che i poliziotti di Valle Giulia, “insaccati” in divise troppo grandi, erano figli di poveri cafoni meridionali. Il Sindacato di Polizia è nato, con un grande contributo della CGIL e dei suoi militanti, proprio per tutelare i loro diritti calpestati. Ora, le forze dell’ordine hanno divise impeccabili e corazze da moderni guerrieri, ma come sono distanti, di un altro mondo, le dichiarazioni che molti dei loro sindacalisti ripetono, a “macchinetta”, per giustificare tutto o quasi, senza un dubbio, una critica, una riflessione seria su quanto accaduto e su cui la Magistratura dovrà fare piena luce.

Mentre la bara entrava nel Cimitero, mi sono sentito dentro la straziante malinconia di non avere più la forza e l’entusiasmo dei vent’anni.

E ce ne vorrà di forza e d’entusiasmo per costruire un movimento ancora più grande, che sappia reggere all’urto di questa destra becera. Che sappia sviluppare gambe, cervello, obiettivi unitari. Ci attendono tempi ancor più duri. Dovremo saper essere volpe e leone, come diceva un grande fiorentino, fiutare le imboscate e saper mettere democraticamente in campo tutta la nostra forza, nei tempi e nei modi più giusti e favorevoli. Dovremo saper coniugare analisi, tattica e strategia. Dovremo farci capire dai giovani e con loro “accorciare quei tempi“, come ci ha spiegato un grande padre. Mentre ero preso da queste riflessioni, don Andrea Gallo mi ha posato una mano sulla spalla e mi ha sussurrato: “Ciau amigu”.

A volte, ci si sente stanchi, ma c’è sempre qualcosa che ci rimette in cammino, con la forza delle nostre idee, delle nostre ragioni. A questo pensavo mentre ricambiavo il saluto: “Ciau amigu”.

Bruno Marengo

 


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