Trucioli

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“Elogio di Varazze” (1907) di Gian Pietro Lucini poeta e critico. La rara e breve biografia pochi giorni prima della morte. E scrisse anche dello “scandalo” al collegio Don Bosco. L’epilogo giudiziario


La vita e le opere. Gian Pietro Lucini (1867-1914) fu narratore, poeta e critico, sempre animato da acume satirico e impeto polemico.

di Tiziano Franzi

La sua fu una complessa e contraddittoria figura letteraria di transizione tra Ottocento e Novecento: dalla scapigliatura lombarda si avvicinò al futurismo, da cui si staccò poi clamorosamente.

Gian Pietro Lucini in un ritratto del 1905

Nel 1892 si laureò in legge, anche se decise, come si apprende in alcune pagine autobiografiche, di dedicarsi completamente all’arte. In una vita sostanzialmente priva di avvenimenti esterni alternò ai soggiorni invernali a Varazze (dove pubblicò nel 1907, in due edizioni diverse, un Elogio di Varazze) quelli estivi nella villa di Breglia, sul lago di Como, dove visse dal 1892 con Giuditta Cattaneo, che sposò con rito civile il 2 maggio 1895.

Soprattutto come rivalsa nei confronti di un destino mai passivamente subìto si impegnò in una fitta e accanita attività giornalistico-letteraria, animata da una volontà polemica di rottura e di opposizione, collaborando con diversi quotidiani e riviste,

“Nel frattempo aveva approfondito e aggiornato la sua idea di letteratura, accostandosi alle poetiche del simbolismo francese, nate sulla scorta delle baudelairiane Correspondances, ma interpretandole e servendosene con una indubbia originalità, che fa di lui il più accreditato corifeo di una poco nota via italiana al simbolismo (intendendo per tale la consapevole esibizione e rivendicazione di una poetica, non solo un’adesione istintiva e marginale, come nel caso di G. Pascoli e G. D’Annunzio). Su questa linea si erano collocati i versi della raccolta Il libro delle figurazioni ideali (Milano 1894), seguito da Il libro delle immagini terrene (ibid. 1898), in cui le soluzioni simboliche assumevano particolare connotazione e tessitura.

Si delineava parallelamente la componente satirica della sua ricerca che, risalendo ai grandi modelli di Giuseppe Parini e Carlo Porta, poteva agevolmente essere ricondotta all’interno di una oramai ben definita “linea lombarda“, nutrita di concretezza tematica e di partecipazione etico-civile. Lo scopo era quello di cogliere le contraddizioni che si annidavano nella falsa coscienza della società, demistificandone le ipocrisie e i pregiudizi. Nascevano così gli Episodi dei cosiddetti Drami delle maschere, pubblicati nel 1898 a spese dell’autore

L’apparente paradosso di certe scelte letterarie nasceva dalla difficile ricerca di una poetica cui era sottesa una sottile e complessa dialettica, che lo portava, da un lato, a schierarsi con i movimenti d’avanguardia, ma, al tempo stesso, a dissentirne quando questi gli sembravano negare quei valori di libertà che rappresentavano la tensione continua delle sue prese di posizione.[…] Di qui le oscillazioni fra il sostegno alle avanguardie e il recupero degli aspetti ritenuti ancora validi della tradizione.

Alla luce di questi criteri si sviluppò anche l’imponente lavoro critico, che conserva costantemente un carattere di partecipazione militante. Nel fondamentale volume Ragion poetica e programma del verso libero (Milano 1908) Lucini non solo teorizzava, per la nuova poesia, l’uso del verso libero, da lui utilizzato già nelle precedenti composizioni, ma ripercorreva le recenti vicende della storia letteraria alla luce delle sottili distinzioni cui affidava il suo progetto di una “critica integrale”, in cui il “carattere” dello scrittore veniva commisurato al “carattere” in rapida evoluzione dei tempi.

Una diffusa vulgata critica (che risente tuttavia di un’evidente approssimazione manualistica) ha collocato l’esperienza di Lucini tra scapigliatura e futurismo. Secondo Edoardo Sanguineti (il suo maggior interprete e di fatto il promotore della sua riscoperta) con quest’opera “il grande alfiere e il praticante principe, da noi, del verso libero”,si deve considerare “il primo dei moderni”; con lui si può “risentire il gusto, tra l’altro, di che cosa è poesia civile, di che cosa è poesia impegnata, di che cosa è poesia satirica”

Gian Piero Lucini in un a fotografia del 1910

Le ragioni della rottura andavano ricercate non solo in una diversa concezione del verso libero, che per i futuristi avrebbe dovuto accompagnarsi al rifiuto di ogni legame logico-sintattico, ma anche in un profondo dissenso ideologico, se solo si pensa alla “guerra sola igiene del mondo” e all’interventismo di Marinetti e sodali, mentre Lucini scriveva l’inedito Antimilitarismo. Ma le radici profonde della divisione erano da intendersi nel diverso concetto di “distruzione“, che per Lucini non doveva riguardare l’intero patrimonio delle istituzioni culturali, ma solo i suoi aspetti più retrivi e superati, salvaguardandone gli spunti progressisti e innovatori, che ancora potevano servire di lezione e di stimolo. Non la “tradizione” andava rifiutata, ma la “consuetudine“, che di fatto coincideva con la banalizzazione dell’arte e il suo carattere reazionario, nel passato come nel presente.

Soprattutto va ricordata l’Antidannunziana. D’Annunzio al vaglio della critica (Milano 1914), in cui Lucini, come già aveva fatto per il futurismo, chiudeva i conti con uno scrittore che pure aveva influito notevolmente sulla sua opera, soprattutto nella fase iniziale. Le accuse rivolte a D’Annunzio erano quelle secondo cui “il conformismo e il superlativo si fondevano nella retorica: cioè nella mancanza di personalità e di sincerità nell’opera d’arte e nella vita”. L’iperbole immaginifica, risolvendosi in esclusivo culto della forma, cercava invano di nascondere il vuoto di significati morali, sicché “l’opera sua è una collezione di frammenti senza conclusione, perché il suo cervello è incapace di creare delle verità e dei concetti nuovi“. D’Annunzio, e a maggior ragione i dannunziani, rappresentavano quindi l’esatto contrario dell’idea di letteratura sostenuta e praticata da Lucini

Gian Piero Lucini in una fotografia del 1908

Abbiamo la rara fortuna di disporre di una breve nota biografica scritta direttamente dall’autore pochi giorni prima della morte, intervenuta prematuramente il 13 luglio 1914, a soli 47 anni, per tubercolosi ossea.

Riportiamo per intero le righe che Lucini scrisse per l’Antologia a cura di Mario Puccini (Carabba, Lanciano 1917):

“Sono nato il 30 Settembre 1867 a Milano, nella stessa casa e camera, Via San Simone, in cui pur nacque Cesare Correnti. Quella casa è oggi distrutta dal piccone del rettifilo, e la Via San Simone si chiama da quell’illustre a sangue freddo. Continuo e conchiuderò una famiglia che non fu mai né muta né reticente nella storia lariana. Per le azioni delle arti, della guerra, della chiesa e del foro, svolse, per lunga serie di secoli, le proprie prerogative. Né meno l’episcopio ha saputo coprire in noi le determinazioni ghibelline, come nell’Arcivescovo di Magonza. Como è ripiena delle nostre memorie, che sono sempre di carattere liberamente solista ed espansivo.

Mi laureai in leggi il ’92, col massimo profitto di avermi fatto comprendere la inutile menzogna delle medesime, che contrastano dal Codice alla Vita sì che imparai a maneggiare le armi anche fisiche per distruggerle. Mi compiacqui di medicina e di matematica. Ma se è vero che l’Arte è rifugio e consolazione delli ammalati inquieti, in cui la salute del cuore e dell’intelligenza contrasta colla morbosità degli altri organi, all’Arte mi affidai come alla sposa ed alla madre, che non tradiscono. Ho avuto ragione. Il mio atto di Vita d’allora in poi si è sempre confuso colla mia espressione d’Arte; la mia Azione è la mia Letteratura. Ogni anno vissuto da me dopo il ventesimo, è postillato da un nuovo successivo volume, e là dove tu riscontrerai miglior sofferenza, l’Arte sarà maggiore.

La revisione delli Uomini e dei Libri avvenne tra i Libri dal letto e dal lettuccio. Non sono tanto desto se non quando mi sorprendono in dormiveglia. Contrasto spesso con tutti: in questa antitesi si aumenta giornalmente il mio orizzonte. Le mie avventure cerebrali furono enormi e sconosciute: un’ eco sola ne vibra, a chi sa intenderla, dalle mie pagine

Lucini a Varazze

A Varazze Lucini soggiornò più volte dal 1904 in poi, soprattutto nei periodi invernali, apprezzandone la mitezza del clima e non disdegnandone la pur limitata intellighenzia locale. Visse a Villa Michele Vallarino, nel quartiere Solaro, a poca distanza dal mare.

Nel 1907 durante il soggiorno a Varazze entra in amicizia con Mario Garea Del Forno (che sarà poi anche suo affittuario, cedendo ai Lucini una casa ove svernare). Sarà proprio Garea Del Forno che in una lettera, informerà Lucini dell’incendio che distrusse totalmente i Bagni Laetitia.

1909 luglio 16, Varazze

Lettera di Del Forno a Lucini.

Ormai saprà che cosa avvenne al leggiadro stabilimento Letizia che dirigeva per Botta. Di esso non avanza se non qualche pezzo di ferro. Fra i danneggiati per sua colpa è anche Lucini. Il fratello perse quasi tutto il suo repertorio musicale conservato in direzione, suo padre cadde nel tentativo di spegnimento da 3 metri di altezza e fu miracolo se se la cavò con qualche ammaccatura, lui perse i suoi libri, due quadernetti di appunti e il vocabolarietto tascabile di Lucini. Se ricorda l’editore lo ricompererà. Un incendio enorme, improvviso, doloso, quasi tutti gli spettatori ridevano, all’autorità fu comodo ascriverlo a un corto circuito. E’ ancora sbalordito.

Da Varazze partecipò al dibattito culturale del tempo con articoli sui principali quotidiani e riviste specializzate italiane, mentre si dedicava alla composizione e alla revisione di alcune opere.

“Nel gennaio 1905, insieme a Innocenzo Cappa, oratore repubblicano e avvocato che si distinguerà nei processi in difesa di Umberto Notari e Marinetti – accusati di oltraggio al pudore per le loro opere Quelle Signore, un romanzo scandaloso sui bordelli milanesi, e Mafarka il futurista – Lucini concluse un’opera teatrale scritta sull’onda degli eventi russi della “domenica di sangue” e della repressione dei moti liberali che cominciarono a mettere in crisi il regime zarista contro la quale si ebbe in Italia un moto di risentimento, animato dalle leggi liberomuratorie, che ebbe una vasta eco nella Sinistra.

Si tratta di Il Tempio della Gloria. Tre ore sceniche della Russia contemporanea, pubblicata integralmente solo nel 1913 dall’editore Puccini di Ancona, ma che non vide mai le scene, se non in tempi più vicini a noi, nella stagione teatrale 1977-’78 per la regia di Bernardo Malacrida del Teatro Stabile di Como. In quegli stessi mesi Lucini era afflitto dal riacutizzarsi del male che da tempo lo attanagliava, la tubercolosi ossea, che progrediva nella sua gamba sinistra procurandogli costanti sofferenze e complicazioni le quali di lì a poco porteranno all’amputazione. Lo assisteva nelle continue cure necessarie, un medico quarantenne di origini emiliane, Carlo Ferrari, che due anni dopo avrà una parte centrale nello scandalo “Besson”, di cui tratterà lo stesso Lucini.”

Fra le sue opere poetiche, quella espressamente dedicata alla città che lo ospitava è il componimento “Elogio di Varazze“, in versi sciolti, di cui Lucini pubblicò due redazioni, la prima nel gennaio 1907 e la seconda nel 1908 col titolo “Per Varazze e non per tutti i cittadini di Varazze“.

Il testo, secondo lo stile del poeta, è fortemente ironico nel suo contenuto (già nel titolo), se non talora satirico, come vedremo in seguito.

Occorre ricordare che negli anni in cui Lucini componeva questo “Elogio” egli aveva preso parte a una polemica suscitata dalla pubblicazione di un presunto “Diario” di un giovane di nome Alessandro Besson, nel quale egli rivelava fatti scandalosi avvenuti nel Collegio Salesiano Don Bosco, di cui era stato alunno convittore. Tale pubblicazione suscitò ovvio scandalo non solo localmente ma, ripreso dai più importanti quotidiani, a livello nazionale. Di esso si è occupato Pier Luigi Ferro che ne ha pubblicato una disanima approfondita e bel documentata. (Nota Trucioli.it il 24 marzo 2022 Alberto Venturino ha intervistato Ferro con 2.596 visualizzazioni)

Lucini si interessò al caso, mosso da un aperto spirito anticlericale, con l’intenzione di denunciare i comportamenti scandalosi di alcuni esponenti del clero salesiano (preti e suore) ai danni dei giovani allievi (il Collegio era soltanto maschile). La vicenda ebbe anche esiti giudiziari, in cui gli esponenti dell’ordine salesiano coinvolti furono assolti a pieno titolo da ogni accusa, cui fece seguito la pubblicazione di un manifesto da parte dell’Ordine Salesiano rivolto a tutta la cittadinanza di Varazze, in cui l‘Ordine ringraziava tutti i varazzesi per la solidarietà espressa nei propri confronti.

La posizione tutt’altro che neutrale che Lucini assume nei versi dell'”Elogio di Varazze” fu probabilmente motivata anche da quell’episodio. Nella sua edizione definitiva, mai pubblicata integralmente, la poesia è composta da 25 strofe in versi liberi , con una breve introduzione in prosa in cui si fa esplicito riferimento allo scandalo a cui abbiamo accennato in precedenza.

Come detto, il titolo originale di “Elogio” è volutamente ironico e sarcastico. Nei suoi versi infatti Lucini, dopo avere esaltato nella prima parte i pregi naturali della città e la sua illustre storia, muove una serie di critiche anche aspre e per nulla indulgenti sul comportamento degli abitanti (non tutti in verità) di cui denuncia, oltre alla proverbiale avarizia (che in realtà è solo oculata moderazione) una diffusa meschinità in cui prevalgono l’ipocrisia e la difesa dell’apparenza di fronte al giudizio altrui e la grettezza di chi si erge a difensore della pubblica moralità mentre nasconde la propria miserabile piccolezza.

Sarebbe troppo lungo riportare per intero il componimento, ma per dare un saggio dell’ironia che ne costituisce la costolatura poetica, mi limito a trascrivere quelle strofe che, a mio giudizio, sono le più rappresentative della duplicità del contenuto complessivo.

Elogio di Varazze

Salve, spiaggia al Solaro,

letificata in riva al golfo ligure,

miracoloso di azzurre Oceanine;

là dove Venere italica sorgeva

dalla conca canora, lucida di perle,

di tra un corteggio di Tritoni anfibii.

Falsi delfini in giù, sorella della greca Anphitrite,

voluttà delli Eroi ed angoscia delli Uomini:

salve, riso di arena soleggiata.

Qui Varazze si sdraja, sopra la ghiaja,

tiepida, ai giorni d’Alcione esiguii,

quando, sullonde molli,Orione declina;

fresca, se il sole s’incontra col Leone,

torrido monile di costellazione;

dove fremonli ulivi al motivo dei venti,

s’arrampica la vite bacchica e pingue,

s’inradican le spesse pinete virenti.

[…]

Lido pescoso. Quando la notte è illune,

corrono per la baja natanti facelle a postillare

di lunghi riflessi sanguigni il mare.

La scia s’imbruna,

s’affonda il remo muto;

scivola il guscio tozzo;

costeggia arene e scogli.

Brilla, al riverbero, la fiocina e batte

Tra i ciottoli sul pesce trafitto che sbatte

Pinne e coda frenetici;

la preda grossa è a bordo.

[…]

Salve, medioeval Varato in privilegio

Dalla materna repubblica di Genova;

lungo cantiere pèer la spiaggia curva,

quando i Maestri battevano ascia e martello

sulle costole dure delle nuove galere,

e, sopra le fiamme odorose

di resina ed il ciocco lacrimante,

bolliva in le capaci pentole nere,

pece e catrame.

[…]

Ma, venne,ai giorni della triste mria,

Vergine Catarina senese discepola

Delle Grazie toscane e della Fede,

e ispirata dal genio.

Qui volle, discesa d’Avignone,

per insaldare in Roma il perché guelfo,

stese le mani magre e pregò

sopra il tuo scoglio.

Vengono, in ogni anno, a passare,

con ricche teorie, dalle colline, dalle ville, dal borgo,

le donne e i bimbi

travestiti in demoni e angioletti,

in martiri e carnefici,

e i magistrati, e i marinai, e i monaci,

fede ingenua portando e voti e desiderii,

facile e corrisposta superstizione,

sfarzoso rito di emulazione,

all’altare minufico:

Te, Catarina toscana

Per le leggende italiche, poetessa e santa,

di prescienza e d’isterismo,

confermando patrona nella commemorazione;

patrona,come il faro e la stella del mare

alla diuturna navigazione;

Te, contro il morbo e la dimenticanza

Delle giovani mogli e del marito,

fedeltà compromessa dalla lontananza.

[…]

Salve, rosea città, riconfortata da eterna primavera:

che i peschi infiorano pingui, incurvati

al peso dei frutti, poma squiosite e succolenti

e sode e vellutate e sane

come le guancie di un bimbo allegro,

salve, rifugio calmo all’infermo

e allo esausto dal lungo lavoro brumoso

della metropoli.- Tu ne risani.

Ecco le cittadine a portar gale e sfarzi,

perversità, sorrisi, malizie e dispetti ed intrighi;

tu le accogli e già tutte ribattesimi

nell’acque salse e mediche.

[…]

Salve, o beata dal sole;

qui ognuno migliora;

dimentica l’ersosa civiltà;

torna,colli elementi,umanità redenta e primitiva;

e,tra i cristalli semplici,

riassume in sé la serie delle vite,

dalla cellula all’uomo, ed sprime,

rituffato nel mare, l’animale ragione,

perpetuando il divenire, dall’ostrica a Dio.

Ciascun s’empia il polmone di libero ossigeno,

tonificato dal jodio e dal sale:

possa ognun quanto vale,

perché la legge è muta

in cospetto al disteso Mediterraneo,

oggi, liscio e ridente,

fantolino che giuoca all’aurora,

domani, rabido e furente

come la vecchia Erinni angosciata e anguicrinita.

Salve, città poaolotta e riservata

Dalle amorose cure salesiane

Sulla brutale aspra modernità

Che fa impazzir la mente e delirare

Pel vano fucinar di speranze lontane;

per cui il feudo s’insempra e s’infutura

sulla ignoranza e sulla impudicizia

candida e vereconda e la malizia

sta in chi strappa le bende alla menzogna

e mostra al mondo la triste vergogna.

Salve, Varazze caro e anomalo,

di una strana e indiscussa libertà:

dove il peggio si trama sopra il meglio

in capricciosa disposizione;

e il Comune è come una mera e verbale parabola,

che maschera la lieta indifferenza,

seduta in grembo della Provvidenza:

dove s’interzan le pratiche ascetiche

variante alla lussuria e alla avarizia

amministrate da monacelle r frati di diversi colori,

dolce e benefica istituzione,

che l’anima riserba alle goje celesti,

e la pancia conserva qua giù. Igienico sistema di virtù:

dove, la fonte torbida dell’opinione pubblica

zampilla dai boccali ambigui e variopinti

di un Caffè-Farmacia,

e dilaga le strade con assai doverosa ipocrisia;

dove è sacro e protetto l’egoismo sovrano,

temperamento al vano fucinar delle idee avveniriste.

Salve, terra felice, un ospite ti ammira e ti collauda.

Svelle dal lauro, che cresce alla tua balza,

questo ramo pieghevole e lo curva in corona,

ne cinge in fronte il tuo stemma crociato;

bella e arguta città provinciale;

dove ciascuno impune

dà noja al suo vicino con metodo sapiente,

e ne è annojato reciprocamente.

Da Varazze Lucini intrattiene una fitta corrispondenza con scrittori e intellettuali contemporanei e, soprattutto, con la madre Luigia Crespi, alla quale confida i momenti di difficoltà e quelli di soddisfazione. Come nelle lettere seguenti, riportate nel volume di Pier Luigi Ferro.

Lettera alla madre, Luigia Crespi

Alla madre

Varazze il XVIII di dicembre ‘CMVII

Carissima, ho ricevuto jeri il panettone che ci hai mandato e ti ringraziamo, colli auguri che è bene si scambino tutti ad ogni fine d’anno. Prendo anche occasione di rispondere alla tua ultima nella quale parli del libro. Le tue ragioni sono ottime e convengo con te che la mia letteratura incomincia a costarti un poco cara: ma se vuoi anche portarmi via questa soddisfazione è come annullarmi del tutto. Ho già tanto poco, e sono così ridotto di corpo che almeno domando il diritto di mandare attorno il mio pensiero. Ciò che ben pochi sanno fare del resto; mentr’io non so camminare con due gambe, ciò che tutti fanno. Dunque incomincio a darti il conto delle 500 lire dell’anno scorso: Ai Mani gloriosi di G. Carducci L. 237 Acconto dato per il Verso libero 28 Ott. ‘907 250L. 487 Le altre tredici lire sono andate in spesa di posta per la spedizione delli opuscoli carducciani. Mi domandi: quanto costerà l’opera intera? Non lo so io stesso perché il contratto è fatto sul sedicesimo: tanti saranno i fogli di sedici pagine e tante 35 lire. Sino ad oggi si sono stampati 15 fogli, e sono appena il quarto dell’opera. Non è necessario pagare tutto alla fine, ma si può, anzi sarà meglio, pagare per acconti, un poco per volta: pel principio dell’anno lo stampatore mi ha fatto capire di desiderare qualche cosa d’altro: un 200 o 250 lire: ed io ti pregherei di farmeli avere, e di impegnarti a potermi pagare ratealmente l’opera. Certo s’io avessi preveduto che il libro dovesse venire così grosso portandomi via tre anni di tempo, di preoccupazioni e di altre mille noje, non mi sarei messo in mente di farlo; né avrei continuato, quando mi fossi accorto che mi sarebbero mancati i soldi, di farlo stampare: ma quest’estate a Breglia Notari, che è un vero giornalista pieno di fandonie, mi aveva fatto vedere sotto mano tali e tante ricchezze, mi aveva fatto sperare mari e monti, che ho continuato. Credevo di poter pagare questo volume sul ricavo di altri; ma a tempo buono egli si è squagliato e buona sera. Mentre gli altri dicono di diventar ricchi colla loro letteratura da mercato, io non solo mi sono impoverito, ma ricorro anche alla borsa altrui: e ciò mi avvilisce e mi fa più feroce contro l’ignoranza, la superbia piena di vento, e la bestialità del pubblico che compra delle sciocchezze e delli scrittori che gliele danno ad intendere. Ma perché lo sappiano pubblico ed autori bisogna ancora stampare, ed è tutto un circolo vizioso. Accanto al corrente delle mie noje e dei miei fastidii, ti prego se puoi, come me ne dai speranza, di venirmi a sollevare dalli impicci. Del resto niente: ho buono e cattivo tempo; le giornate passano ed io non le accorgo pel molto lavoro. Spero che il tempo sia migliore a Milano e si confaccia alla tua salute. Intanto abbiti cura e ricevi i nostri saluti ed augurii

G. P. Lucini

E qualche anno più tardi:

Alla madre

Varazze il XXV di Aprile ‘CMX

Carissima, […] mettiti un po’ nei miei panni e considera che cosa posso far di meglio per permettermi ancora il lusso della vita, se non scrivere e stampare. Dimmi quale giogaia e quale libertà mi ha lasciato la malattia, se non questa di pensare e di far sapere alli altri che penso meglio di loro? […] Oggi io rappresento molto in arte, e ciò lo debbo alla mia ostinazione: è un’arte che troverà pochi compratori in piazza, ma che sarà viva quando quell’altra oggi pagata a peso d’oro non conterà più nulla. Quando un organismo come il mio non vive che di pensiero e di bellezza, non può accorgersi che il pane costa caro: egli può lasciarsi morire di fame ma non saprà mai disabituarsi di pensare. Devi sapere che il pensiero è il tormento e la gioia delli uomini grandi, e per queste virtù è necessario sofrire sempre: ne sofrono anche quelli che loro stanno vicino, ma è necessario che ciò avvenga. La fiamma abbrucia” .

Sempre tesi i rapporti con la suocera Luigia Crespi che muore nonagenaria solo pochi mesi prima del figlio, Gian Pietro, infatti, muore a Breglia il 13 luglio 1914. Il corpo del poeta viene traslato a Milano e cremato alla presenza della vedova e di pochi amici di lui (Carlo Agazzi, Luigi Conconi, Paolo Valera, Romolo Quaglino, Carlo Linati).

Il verso libero in una edizione successiva a quella varazzina della tipografia Botta

Altre lettere nello stesso anni sono indirizzate all’editore Treves di Milano e a Filippo Tomaso Marinetti, con indicazioni talora “Villa Santa Caterina, Varazze” e altre “Solaro di Varazze” o semplicemente “Varazze”.

Per la pubblicazione del saggio Verso libero (1907) “scelse il tipografo Giuseppe Botta di Varazze, giudicato da Lucini stesso eccellente tipografo, in quanto conoscitore del greco e di altre lingue, ragione per cui si affiderà più volte alla sua opera, facendogli stampare in seguito Ai Mani gloriosi di Giosuè Carducci, l’Elogio di Varazze, il Carme d’angoscia e di speranza, La solita canzone del Melibeo e Le Nottole e i Vasi. Del lungo e complicato processo di invio dei manoscritti, stampa, correzione e revisione delle bozze, è data notizia nel carteggio intercorso tra Lucini e Botta, fatto di lettere, conti, preventivi e persino noticine appuntate su biglietti da visita per dirimere alcune minute questioni ortografiche.”

La figura di Gian Pietro Lucini resta ancora poco analizzata dagli studiosi e dai critici e meriterebbe di essere approfondita, per conoscere meglio la personalità, le idee e gli scritti di quello che è stato, al di là di ogni giudizio, un importante rappresentante di quei decenni che preludono alla Grande Guerra, in cui la letteratura italiana, con i suoi più importanti esponenti, ha seguito percorsi nuovi e sperimentali, alimentando nel contempo la riflessione sulla propria tradizione espressiva.

Tiziano Franzi


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