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Liguria e Basso Piemonte

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Gli antichi Liguri: ingannatori o duri soldati? E a Zama (Cartagine) ben 80 elefanti per incutere terrore


Gli antichi Liguri: ingannatori o duri soldati? Mendaces o durum in armis genus? … e un po’ di magùn.

di Teodora

«Hanno perso il ricordo di dove siano originari; sono ignoranti e bugiardi (inliterati mendacesque) e ricordano poco il vero».

Così Catone il Censore (243 a.C – 149 a.C.) definiva i Liguri, inaugurando una serie di giudizi negativi nella posteriore letteratura latina.

Persino Virgilio, che nelle Georgiche ritrae il Ligure abituato alla fatica (adsuetum malo), sottolinea come caratteri tipici liguri la falsità e l’astuzia con cui un guerriero ligure tenta di vincere, appunto con l’inganno, la guerriera Camilla (Eneide, XI, 699-724).

La fama di ingannatori, aggiunta a quella di latrones, si rafforzò durante le lunghe campagne intraprese dai Romani per assicurarsi un agevole transito verso la Gallia e l’Iberia: essi, infatti, dovettero combattere in un territorio impervio e inaccessibile contro un nemico agile, svelto, che tendeva agguati e poi fuggiva senza mai confrontarsi in campo aperto.


Per i soldati romani non c’era speranza di vita comoda e di bottino ricco come in Asia:

«Era qui [nel territorio ligure, n.d.r.] un nemico che pareva nato apposta per mantenere nei Romani l’allenamento militare durante i periodi di intervallo tra le grandi guerre, e non c’era provincia che stimolasse di più i soldati ad atti di valore: certo l’Asia con le sue città ridenti, con la ricchezza del suolo e la prosperità dei commerci marittimi, anche con la raffinata agiatezza delle popolazioni nemiche e i tesori dei loro re, serviva di più ad arricchire che a temprare gli eserciti. […]

In Liguria c’era tutto quello che può tenere i soldati in stato di allarme: luoghi montuosi e difficili, che davano già da fare a occuparli e a scacciarne i nemici quando erano già occupati; sentieri duri e stretti, pericolosi per le possibili insidie; un nemico celere e spedito nei movimenti che arrivava all’improvviso e non lasciava un momento di tregua, non un solo luogo sicuro e tranquillo; l’obbligo di andare ad attaccare, tra fatiche e rischi, fortini ben difesi; un territorio povero di risorse che costringeva i soldati a una vita misera e offriva scarsa possibilità di preda» (Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 1).

I proconsoli Cornelio e Bebio celebrarono il trionfo sugli Apuani (Liguri anch’essi) sfilando senza bottino: «non c’era bottino da far sfilare o prigionieri da trascinare; e non c’era nemmeno qualcosa da distribuire ai soldati» (Livio, Ab Urbe condita, XL, 38).

Sorte migliore ebbe Lucio Emilio Paolo dopo la vittoria contro gli Ingauni, il cui centro era l’attuale Albenga; tuttavia Livio osserva che il proconsole nel corteo trionfale «trasportò venticinque corone d’oro, ma oltre a questo né altro oro né altro argento» (Livio, Ab Urbe condita, XL, 34).

Se vogliamo comprendere meglio le proporzioni, consideriamo che, pochi anni dopo, nel 167 a.C., lo stesso Emilio Paolo, dopo aver sconfitto Perseo e saccheggiato la Macedonia, avrebbe celebrato uno dei trionfi più sensazionali, portando a Roma persino la biblioteca del re (unico parte del bottino che tenne per sé): narra Plutarco che il trionfo durò tre giorni durante i quali sfilarono migliaia di carri carichi di armi, sculture, pitture, oro e argento, poi i soldati che celebravano e –come d’uso– sbeffeggiavano il loro comandante, e infine il carro dorato del vincitore e il re sconfitto, in catene (Plutarco, Vita di Emilio Paolo, XXXII e ss.). L’erario ne fu talmente arricchito che venne abolito il tributum, la tassa sulla proprietà!

Che i Liguri fossero dura razza guerriera, durum in armis genus come li definisce Livio (XXVII, 48), e quindi preziosi come combattenti, l’avevano compreso i Cartaginesi, che si avvalevano usualmente di mercenari e che arruolarono militari liguri già dal V secolo (battaglia di Imera, 480 a.C.) fino alle prime due guerre puniche: a proposito della seconda, le fonti (Polibio, Livio) citano contingenti liguri tra le truppe di Asdrubale in Spagna e al Metauro, di Magone in Italia settentrionale e di Annibale a Zama.

Al Metauro nel 207 a.C. e a Zama nel 202 a.C. i Liguri erano schierati proprio nel mezzo dell’esercito, come fanteria da corpo a corpo, alle spalle degli elefanti, che a Zama erano ben ottanta, ad terrorem: per incutere terrore.


Saranno poi i Romani a sfruttare le abilità dei fanti liguri, anziché utilizzarli come fanti da mischia, triste ‘carne da macello‘: già dal 171 a.C. reclutarono in Liguria duemila uomini che combatterono come ausiliari nella guerra contro Perseo di Macedonia, fornendo un valido contributo e difendendosi egregiamente grazie al caratteristico scudo oblungo, fabbricato alla maniera dei Galli –così ci spiega Diodoro Siculo–: il Λιγυστικὸς θυρεός o scutum Ligusticum.

Fante Ligure del III a.C. – Johnny Shumate

E a proposito di magùn... Nel 205 a.C. Magone, fratello di Annibale, arrivò a Genova con la sua flotta e volle punire la città in quanto alleata di Roma: la trovò priva di difese, la saccheggiò completamente e quasi la distrusse: «Genuam nullis praesidiis maritimam oram tutantibus repentino adventu cepit» (Livio, Ab Urbe condita, XXVIII, 46)

Da qui, il magùn.

Teodora

 


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