Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Una repubblica di San Marino tra Basso Piemonte e Ponente Ligure


Una Repubblica di San Marino sulle Langhe o un Principato langasco come quello monegasco? Una considerazione complementare spetterebbe alla Pietra (Pietra Ligure): la Marina” storica del marchesato di Saliceto.

di Guido Araldo

Una storia inedita che ridusse una terra ricca di traffici e commerci: la mia matria, a estrema e miserrima periferia di uno stato regionale; il Ducato Sabaudo.

Già dal 1815, al tempo dell’annessione della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna, Saliceto aveva perso il ruolo di mercato cerealicolo delle Alte Langhe, dove affluivano i mercanti savonesi e genovesi per l’acquisto di granaglie.

I Savoia, tornati in possesso del Piemonte, della Savoia e del Nizzardo, e ora anche della Liguria, a Saliceto aveva tolto tutti gli uffici, a cominciare dalla Procura, per finire agli stessi notai.

Perché? I re sabaudi erano consapevoli che Saliceto avrebbe potuto costituire una rogna per il loro reame: con Paroldo, Murialdo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio. Quell’angolo estremo del Piemonte, sui confini della Liguria, non faceva legalmente parte dei loro domini. Non a caso, già nel 1600 e nel 1700 le innumerevoli “Grida” sabaude vietavano la vendita dei cereali ai Liguri sulla piazza di Saliceto, a ogni annunciarsi di una carestia e a ogni cenno di guerra.

Grida” rinvenute nella vecchia scuola di San Michele: catalogate dal maestro Augusto e dal capostazione Fedele, con la collaborazione di Giacomo Ballocco e Diego Moretto. “Grida” che venivano appese sulle porte delle chiese. All’epoca buona parte della popolazione era analfabeta, ma meno di quanto si possa supporre, e in quel posto di frontiera arrivava l’araldo con il tamburino ad alta voce gli “ordini del lontano padrone” nei giorni di festa e di fiera.

Questa storia inizia con la guerra del Finale, quando sul finire del 1449 il borgo e il castello di Saliceto nel fondovalle furono espugnati dai Francesi giunti dalla contea di Asti, parte del Regno di Francia.

La conquista di Saliceto e la successiva occupazione della Pietra (Pietra Ligure), considerati prede belliche dai Francesi, furono l’ago della bilancia che fece pendere le sorti della guerra a favore dei Finalesi, permettendo al nuovo marchese Giovanni Del Carretto, fratello di Galeotto Del Carretto morto in esilio sulle coste della Bretagna, di riprendersi il marchesato perduto nella prima fase della guerra. E l’offensiva partì proprio da Saliceto, dov’erano accorsi a sostenerlo molti uomini di Muraldo a sostenerlo.

Intanto, l’occupazione di Pietra Ligure sa parte dei Borgognoni arrecava un grave nocumento ai commerci genovesi, poiché da quella base i Francesi armarono alcune navi, dedicandosi alla pirateria ai danni di Genova.

Nel 1455 le reiterate proteste dei Genovesi, per quegli atti di pirateria, indussero il re di Francia a richiamare in patria Filiberto de Valdérès, balivo di Borgogna: governatore della Contea di Asti, padrone del Marchesato di Saliceto e della sua “Marina” della Pietra.

Filiberto de Valdérès affidò Saliceto ad Archibaldo d’Alzacho e Pietra Ligure a Marigone Pruneres, suoi attendenti, con l’incarico di mettere in vendita le queste due prede belliche, che non erano state aggregate alla contea di Asti. come ambivano gli Astigiani. Pertanto, Archibaldo d’Alzacho e Marigone Pruneres allestirono una pubblica asta per la vendita del feudo di Saliceto con Camerana, Paroldo, Murialdo e parte della Rocchetta di Cengio, e la “Marina” di Pietra.

Per l’acquisto si fecero avanti alcuni acquirenti. Tra questi, Spinetto Del Carretto che vantava il titolo onorifico di Marchese di Savona e operava per conto di Giovanni Del Carretto, nuovo signore del Finale. Il marchese di Saluzzo che ambiva affacciarsi finalmente arrivare al mare tramite i suoi feudi sulle Langhe sparpagliati come pelle di leopardo. E anche principe Catalano Grimaldi di Monaco, il quale venne a visitare i paesi messi all’asta, interessato al loro acquisto: preziosa appendice orientale del suo Principato. L’offerta migliore risultò quella dal nuovo marchese di Finale: Giovanni Del Carretto, che per certi versi il diritto di prelazione quale vincitore della guerra. E già aveva inglobato nel Finalese il Marchesato di Calizzano di Marco Del Carretto, cognato di Giorgino Del Carretto signore di Saliceto, schierati a fianco di Genova sconfitta. Non è da escludere che l’asta sia stata pilotata.

Il 21 giugno 1455 il Marchesato di Saliceto, fu acquistato da Giovanni Del Carretto per la somma di 1.300 Ducati d’oro, mentre il principe di Monaco ne aveva offerti 1.250 di Ducati. A sua volta la Repubblica di Genova acquistò la Marina della Pietra.

Il 16 novembre 1481 nella chiesa di Santa Maria nel borgo di Saliceto viene letta la sentenza che revoca le libertà dai vincoli feudali concessa dai Francese nel 1450 allorché occuparono il feudo, allo scopo d’ingraziarsi la popolazione, che in tal mondo poté acquistare gran parte dei terreni marchionali (sentenza presente nel castello di Castellinaldo, dove sono custoditi i documenti storici dei marchesi di Saliceto, Zuccarello e Clavesana, tradotta dall’amico Giacomo Ballocco). E si evidenzia che le uniche famiglie salicetesi “libere da vincoli feudali” erano quattro: quelle antecedenti il 1450. Illi de Rosa: quello della collina della Rosa, ovvero Barnabelli discendenti da Marchesito Del Carretto, figlio naturale del marchese Enrico II, signore di una marca estesa ininterrottamente dal mare al Tanaro e alle vigne del Barolo, che nel 1217 ebbe in dono dal padre il Castelvecchio di Saliceto (Archivio di Stato di Milano), gli Scazzino, i Garello e i De Airalis). Quest’ultima famiglia citata dallo storico Gianmario Filelfo nelle Tabulae Genealogicae gentis carrettensis dove annota che Franceschino homine fortis, castellano di Saliceto, che dal 29 gennaio 1358 era reggente del feudo di Saliceto che all’epoca comprendeva Camarena, Paroldo, Gottasecca, Cengio, il castello di Carcare e il ponte della Gaietta a Millesimo. Lo storico annota inoltre che era detentore dell’antico “privilgium familiae de Ayralis”. Famiglia che derivava il cognome dagli airali: le costruzioni extra moenia, ovvero fuori dalle mura, corrispondenti principalmente a stalle e fienili, pericolosi in caso di incendio.

Ma a Saliceto gli airali più importanti erano sulla collina della Rosa, in località Aberghi, che non sono “alberghi” come a lungo si è supposto, ma da Albergaria salis: depositi del sale (documento rinvenuto nell’antica abbazia di Ferrania, ora nell’archivio di Stato di Miliano). Probabilmente il toponimo Saliceto deriva proprio da Salis Situm: luogo del sale. Depositi antichissimo poiché il toponimo Saliceto è presente nella donazione aleramica del 23 marzo 967.

Il 9 febbraio 1482 morì all’età di trent’anni, sotto le mura di Tunisi, Galeotto II Del Carretto detto Biagio, che aveva ereditato il Marchesato di Finale dal padre Giovanni alla sua morte nel 1468. Entrarono in gioco per la successione il secondogenito Carlo Domenico e il terzogenito Alfonso: entrambi sono cresciuti in corti lontane. Alla corte del Re di Francia Carlo Domenico e alla corte sforzesca di Milano Alfonso. Sostenuto da Ludovico il Moro, Alfonso ebbe buon gioco ad imporsi, e Carlo Domenico deve accontentarsi dell’enclave langarola di Saliceto, con Camerana, Paroldo, parte della Rocchetta di Cengio, che includeva anche Murialdo.

Cominciò così una conflittualità tra i due fratelli che sarebbe durata trent’anni. Papa Sisto IV, savonese, che aveva in simpatia Carlo Domenico lo nominò commendatore dell’‘abbazia di San Pietro di Villanova presso Verona, tra le più ricche in Italia. Nomina che permise a Carlo Domenico d’avviare un grande rinnovamento urbanistico e architettonico a Saliceto, tra cui la demolizione delle chiese di Santa Maria e del Santo Spirito nel borgo, sostituite dalle nuove chiese con architettura rinascimentale di San Lorenzo e di Sant’Agostino. San Lorenzo intesa come suo mausoleo. Morto papa Sisto IV, il nuovo papa Innocenzo VIII, genovese, lo elevò arcivescovo laico di Cosenza, in cambio alla rinuncia dei diritti sul marchesato di Finale. Poi anche vescovo di Angers in Francia. Sarebbe infine diventato marchese Del Finale, cacciando il fratello, con l’arrivo in Italia del re Luigi XII nel 1499.

Nel 1505 papa Giulio II, savonese, lo volle nel collegio cardinalizio come cardinale laico di Santa Cecilia, e alla morte lo indicò come suo successore.

Nella chiesa di Finalborgo si può ammirare una grande tela in cui Carlo Domenico riceve dalla Madonna, tramite san Domenico, la tiara pontificia, e restituisce al fratello Alfonso la corona del Marchesato del Finale.

Accadde però che nel conclave del 1513, fu impedito ai cardinali francesi di parteciparvi e, per pochi voti, i 25 cardinali presenti, elessero papa il figlio di Lorenzo il Magnifico, pure lui cardinale laico, che prese il nome di papa Leone X.

Francia e Inghilterra propendevano per Carlo Domenico, Impero e Spagna, con il Regno di Napoli proprietà degli Asburgo, parteggiavano per il sostenevano il mediceo, poiché Carlo Domenico era reputato il candidato del re di Francia.

Non a caso, alla sua morte il 15 agosto 1514 Carlo Domenico lasciò in eredità al re di Francia il suo feudo personale di Saliceto con tutte le pertinenze. Mentre il Marchesato del Finale, feudo imperiale, tornò al fratello Alfonso.

Di grande interesse, a riguardo, l’opera di J. Signot La totale et vraie description de tous les passaiges, lieux et destroitz par les quel on peut passer et entrer des Gaules et Ytalie. La descrizione totale e vera di tutti i passaggi, luoghi e distruzioni attraverso i quali si può passare ed entrare in Gallia e in Italia, Dove sono segnalati i luoghi di Salisay e Murialette: Saliceto e Murialdo, importanti per il controllo della strada che da Coney (Cuneo) va al Marquisat de Final e all’Oppidum Petrae (Pietra Ligure), per chi viene dalla Francia.

24 febbraio 1525 battaglia di Pavia, dove l’imperatore Carlo V sconfisse pesantemente il re di Francia Francesco I, facendolo prigioniero con il figlio, diventando di fatto padrone dell’Italia. Il feudo di Saliceto, torna ad essere feudo imperiale, ed ecco l’investitura del 16 agosto 1529.

L’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V investe il Marchese Ottaviano Del Carretto del castro, del borgo e della villa del Finale, con il Castel Franco, il castello e la villa di Carcare e Busile; la villa di Saliceto con Paroldo, Murialdo e Massimino, metà del castello, della villa e dei luoghi di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio. La precisazione sul Castel Franco è dovuta al fatto che quel castello, tra la Marina del Finale e il quartiere di Pia, era stato costruito dai Genovesi al termine della prima guerra del Finale, nel 1341, e ne rivendicavano il possesso.

Perché metà del castello, della villa e dei luoghi di Camerana? Entrato in possesso del feudo di Saliceto, Carlo Domenico Del Carretto intense sanare una vecchia diatriba che contrapponeva Saliceto a Saluzzo, risalente al 1325.

Il 13 ottobre 1386 si addivenne alla divisione di Camerana in due parti: la parte in Valle Bormida attribuita a Saliceto e la parte nella valle della Belba al Marchesato di Saluzzo. Il quale sulle Langhe aveva Mombarcaro, confinante con Camerana, Marsaglia, Dogliani con Belvedere, Bonvicino, Roddino, Cissone, e Castiglion Falletto nel cuore delle Terre del Barolo. La divisione a metà riguardò anche il castello e la villa attorno il castello. A monte del castello al Marchesato di Saluzzo, a valle del castello a Saliceto. E anche due parrocchie: una dipendente da Saluzzo e l’altra da Alba. La divisione in diocesi diverse persistette fino al 1817. Questo documento si trova all’Archivio di Stato a Torino.

Seguirono altre investiture. 10 dicembre 1536- l’Imperatore Ferdinando I investe il Marchese Alfonso II Del Carretto, Marchese di Savona e del Finalese, di Finale e del Castel Franco, del castello, borgo e villa di Carcare e Busile, del castello e borgo di Saliceto con Paroldo, Murialdo e Massimino, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio.

31 agosto 1577- l’Imperatore del Sacro Romano Impero Rodolfo II investe il Marchese Alfonso II Del Carretto dei luoghi del Finale con il Castel Franco, la villa di Carcare e Busile, il castello e borgo di Saliceto con Paroldo, Murialdo, Massimino, metà di Camerana, e parte della Rocchetta di Cengio. Una investitura importante. Dal 1571 Alfonso II era stato costretto a fuggire esule a Vienna, presso l’imperatore del Sacro Romano Impero, vittima di gravissime macchinazioni del duca sabaudo Emanuele Filiberto e degli Spagnoli, che lo accusavano di crudeltà verso i sudditi. L’uno, il duca, che ambiva acquisire il feudo di Saliceto e tutte le proprietà del Marchesato di Finale in Valle Tanaro), la Spagna spinta dalla necessità di disporre dell’approdo di Finale, unico stato veramente indipendente sulla costa ligure, indispensabile per i collegamenti con il Ducato di Milano, soggetto alla Spagna. Al punto in cui Finale era definito l’approdo non solo di Milano, ma delle Fiandre (e dell’Olanda), dov’era in corso un’aspra lotta contro i Protestanti che anelavano all’indipendenza.

È a questo punto che entra in scena l’incredibile congiura del 1577 e il cantone svizzero sulle Langhe, documentato da don Vicenzo Scaglione, parroco di Ferrania e Santa Giulia, a mio parere il miglior storico delle Langhe, che si recò in Spagna, nel castello di Simancas, archivio storico dell’età del re Felippo II. Dove sono custodite le lettere criptate del viceré spagnolo di Milano, il marchese di Ayamonte, inviate al suo re a Madrid; pazientemente decriptate. Da questa ricerca il suo libro “La congiura di Millesimo del 1578”, di cui mi è nota un’unica copia alla biblioteca di Cairo Montenotte.

In realtà la congiura, più volte rinviata, avrebbe dovuto attuarsi nell’estate de1576, con l’assassinio del viceré spagnolo sul sagrato del duomo di Milano. Non fu possibile attuarla per l’irruzione in Milano della peste che risaliva il Po nel mese di luglio. La si tentò di riorganizzarla nel 1578, poiché per tutto il 1577 la peste imperversò.

Non era una congiura di poco conto! Vi erano coinvolti il re di Francia, che ambiva subentrare agli Spagnoli in Lombardia, e all’epoca sui affacciava in Val Padana con il Marchesato di Saluzzo. I Medici del Granducato di Firenze che ambivano riprendersi lo Stato dei Presidi sulle loro coste tirreniche (Talamone, Orbetello, Piombino e l’Isola d’Elba. Lo stesso cardinale potentissimo di Milano, san Carlo Barromeo, già in odore di santità, che ambiva costituire in Lombardia uno stato teocratico, avamposto verso i Grigioni protestanti, dello Stato della Chiesa. Persino i Gesuiti di Napoli che, in combutta con la nobiltà partenopea, ambivano scrollarsi da dosso “il giogo della Spagna“.

In questa congiura i Marchesi del Carretto sulle Langhe avevano un ruolo importantissimo: impedire l’afflusso di rinforzi dal mare a Milano, strozzando la strada che collegava Finale ad Alessandria, all’epoca parte del Ducato lombardo. E ai Marchesi Del Carretto era insorta l’idea di costituire sulle Langhe una confederazione dei loro feudi imperiali, simili a un cantone svizzero indipendente tra Liguria (Repubblica di Genova), Piemonte (Ducato Sabaudo) e Monferrato (Ducato di Mantova). Antonio, figlio di Tethe Del Carretto, marchese di Gorzegno, dove c’era una delle università più antiche al mondo “da notaro”, ovvero di giurisprudenza, era andato a Firenze, dove i Medici gli aveva consegnato due pedantissimi borsoni piedi di Foirini d’oro, necessari a reclutare migliaia di Bravi, di manzoniana memoria.

Questa la strada che andava interrotta! Una strada che dal mare portava in Lombardia senza “toccare” i territori della Repubblica di Genova e del Ducato Sabaudo: “Da Finale per 12 miglia si va a Cairo, borgo comune indiviso tra Vostra Maestà e il Ducato di Mantova che possiede il Monferrato. Da Cairo, per altre 10 miglia, si arriva a Spigno, prima terra dello Stato di Milano. Da Spigno si va a Bistagno, terra del Monferrato in Val Bormida, distante 7 miglia. E da qui si arriva a Cassine, già Stato di Milano nella provincia di Alessandria”.

La congiura fu scoperta nei giorni di Natale 1578, incredibilmente dal duca Emanuele Filiberto di Savoia, fuggito a Nizza quando la peste, risalendo il Po, si era affacciata anche a Torino. Aveva occhi e orecchie dappertutto sulle Langhe, obiettivo delle sue mire espansionistiche verso la Riviera di Ponente. Tra queste spie, incredibilmente c’era il parroco di Millesimo, originario di Oneglia, acquisita dal duca nel 1578.

Il caso volle che alla Vigilia di Natale il signor Antonio Fiorino, segretario del conte Ottaviano di Millesimo, coordinatore della congiura dei Marchesi Del Carretto sulle Langhe, fosse andato a confessarsi proprio da lui, il parroco. Il signor Fiorino era tormentato da un grande amore verso una giovane donna di Savona, il cui padre pretendeva 3.000 Scudi, per concedergliela in sposa, e lui, massimamente invaghito, era propenso a tradire il suo signore, conte di Millesimo, e svelare agli Spagnoli la congiura.

Al buon parroco si erano rizzate le orecchie: una congiura? Che congiura? Quella sera stessa il parroco aveva annunciato, durante l’omelia, che sua mamma a Oneglia, assai anziana, necessitava urgentemente della sua assistenza, e di buon mattino, nella neve era partito. Ovviamente sua madre stava benissimo e la sua meta era Nizza, dove c’erano le monete d’oro promesse dal duca Emanuele Filibero a chiunque gli fornisse ghiotte informazioni.

A sua volta il duca non perse tempo. Già la sera del 31 dicembre 1577 scriveva una lettera urgentissima, cifrata, al viceré spagnolo di Milano, don Alonso Antonio de Guzman y Zuniga marchese di Ayamonte. Il duca infatti, vincitore della determinante battaglia di San Quintino, era debitore con la Spagna che gli aveva permesso di tornare in possesso del suo ducato.

Ecco il testo finale della lettera: “Oltre a questo, avviso Vostra Eccellenza di dare un’occhiata ai luoghi dello Stato di Milano che si trovano nelle Langhe, poiché sono a conoscenza che alcuni piccoli marchesi di quello stato e del mio procurano di pigliare qualche luogo di quelli e fortificarsi e costruire lì, in base alla pace di France, una nuova Ginevra e andare oltre, se fosse loro possibile. La volontà è buona, per quel che mi è noto; ma non so se loro forse corrisponderanno ai loro intenti. A loro dire aspetteranno sino a che sia terminato il passaggio delle truppe che vanno in Fiandra. Da parte mia ho fatto rafforzare alcuni miei presidi che essi potrebbero facilmente occupare. Procurerò d’ottenere più dettagli e ciò che verrò a sapere, avviserò Vostra Eccellenza”.

Da questo momento comincia la fitta corrispondenza, in merito alla congiura, tra il viceré di Milano e il suo re, Filippo II, a Madrid. Mancava la certezza della reale certezza della congiura ed entrambi erano molti prudenti a passare a un intervento armato. In questo contesto s’inserisce la descrizione capillare dei feudi imperiali sulle Langhe da parte del vescovo di Acqui, sollecitato dal Marchese di Ayamonte.

Alba del 4 ottobre 1578- Due squadroni di archibugieri a cavallo lasciano Alessandria agli ordini del capitano Odoardo Lanzavecchia, e prima del tramonto irrompono a Millesimo, con l’ordine di catturare il conte Ottaviano Del Carretto, e a Saliceto, dove si suppone si trovino i borsoni con i Fiorini di Firenze, o quanto ne rimane. Poiché in una stanza sotterranea, documentata in una pergamena del 2 febbraio 1413, si tenevano le riunioni segrete dei Marchesi Del Carrretto, con l’obiettivo di costituire il canto svizzero sulle Langhe.

All’Archivio di Stato di Milano ci sono le lagnanze dei Cengesi per il comportamento dei soldati spagnoli, a causa delle continue razzie nelle stalle e anche di ignominiosi stupri compiuti dalla soldataglia in gran parte napoletana. I cavalieri spagnoli rimasero 3 anni a Millesimo e 5 anni a Saliceto. Perché cinque anni a Saliceto? Tanto durarono le infruttuose ricerche dei borsoni con i Fiorini d’oro: prova inoppugnabile della congiura. Proprio allo scadere di quei 5 anni, sul finire del mese di novembre del 1583, con gli Spagnoli che lasciavano Saliceto, e con la contemporanea morte, molto sospetta, del marchese Alfonso II Del Carretto mentre da Vienna tornava a Finale per prendere possesso del duo Marchesato, entra in scena il giovane duca Carlo Emanuele, succeduto al padre Emanuele Filiberto: uno “testa di fuoco”, l’altro “testa di ferro”.

Dopo un’informativa inviata urgentemente all’imperatore del Sacro Romano Impero, così ordina Carlo Emanuele a Nicolò Ayazza: presidente del Senato di Torino, e a Paolo Antonio Pallavicino, suo plenipotenziario a Ceva: “Essendo stato informato che l’illustrissimo Alfonso Del Carretto, marchese del Finale, è passato a miglior vita, vi commettiamo di trasferirvi nei castelli e luoghi che detto marchese possedeva nel nostro Dominio (sulle Langhe) e habbiate di ridurli nelle nostre mani ad salvum ius habentis (per diritto di usucapione)”. Parole che i cavalieri sabaudi riferiscono la sera del 30 novembre 1853 al castellano di Saliceto affinché apra la Porta Cunea: “Reduttione nelle mani e sotto la protezione et salvaguardia di Sua Altezza (duca di Savoia) del presente luogo an salvum ius habendis (ancora una volta, per diritto di usucapione)“.

In cosa consisteva questo diritto di usucapione? Risaliva all’alleanza stipulata il 25 novembre 1228 tra la Repubblica di Asti e il Marchese Enrico II del Carretto, signore di una marca estesa ininterrottamente dal mare alle colline del Barolo e parte del Roero. Entrambi in guerra, per il sangue e il fuoco, contro Alba; rea di essersi impossessata dal castello di Novello proprietà del marchese.

In base a questa alleanza la Repubblica di Asti s’impegnava a riconquistare quel castello. A convalida di questa alleanza il marchese Enrico Del Carretto cedeva ad Asti il castello di Saliceto, probabilmente il Castelvecchio sulla collina della Rosa, donato al figlio naturale Marchesito il 4 marzo 1217 ricevendone l’immediata reinvestitura. Una prassi tipica dell’epoca: più simbolica che altro, ma satura di future conseguenze allorché nel 1531 la Contea di Asti fu donata ai Savoia, dopo averla tolta alla Francia, dall’imperatore Carlo V: dote di nozze per sua cognata Beatrice del Portogallo, che andava in sposa al duca Calo III di Savoia.

Palesemente una rivendicazione pretestuosa quella dei Sabaudi, che in tutti i modi cercavano di mettere piede sulle Langhe, attaccandosi a qualsiasi cavillo. La reazione dell’imperatore del Sacro Romano Impero non si fece attendere, ma non andò oltre a veementi proteste verbali: non era il caso d’inscenare una guerra con il coriaceo Ducato Sabaudo per quei quattro paesi in culo ai lupi, incastrati tra Liguria e Piemonte in mezzo ad altri feudi imperiali non minacciati

Una lapide, murata nella cupola della chiesa di San Lorenzo di Saliceto, all’epoca proprietà marchionale, pertanto non rimossa, ricorda quei momenti cruciali. Vi spicca lo stemma dei Marchesi Del Carretto: cinque bande rosse diagonali in campo d’oro, con i nomi degli ultimi signori del Finale, purtroppo senza discendenza: i fratelli anziani Alessandro e Sforza Andrea, con i loro altisonanti titoli nobiliari e cavallereschi. E la data è 1583. Lapide attestate il loro antichi diritti su Saliceto, con metà di Camerana, Paroldo, Murialdo e parte della Rocchetta di Cengio. Nonostante la pretestuosa occupazione sabauda, seguirono altre infeudazioni imperiali (Archivio di Stato di Milano, Investiture, volume 44).

8 dicembre del 1496- L’Imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I investe il Marchese Alfonso Del Carretto, signore di Savona, Saliceto e Clavesana, delle seguenti località: il Borgo e la Villa del Finale, il luogo di Stellanello, il castello e la villa di Carcare e Busile, il castello e la Villa di Massimino, il castello, il borgo e la villa di Saliceto con metà del castello, della villa e dei luoghi di Camerana, il castello e la villa di Paroldo e parte della Rocchetta di Cengio.

La semplice dicitura di Borgo e Villa di Finale includeva le 12 Compagne del Finalese: il Borgo, la Marina, Pia, Perti, Varigotti, Calvisio, Orco, Feglino, Calice, Carbuta, Rialto e la Gorra, inclusi i feudi acquisito dopo la guerra del Finale a metà del 1400 nell’Oltre Giogo: Calizzano, Osiglia, Bormida.

8 novembre 1621- l’Imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando II investe Filippo IV Re di Spagna del castello e borgo di Finale, con il Castel Franco, Carcare e Busile, Calizzano, Massimino, Osiglia, Bormida, il borgo di Saliceto con Paroldo, Murialdo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio. Un’investitura diversa dalle precedenti, poiché il Marchesato di Finale passava dal Sacro Romano Impero all’Impero spagnolo, dove mai tramontava il sole. Più che mai il Finalese era considerato l’approdo del Ducato di Milano e delle Fiandre.

In questa investitura la cancelleria imperiale tiene a precisare che le località di Calizzano, Osiglia e Bormida, già aggregate al Marchesato di Finale dalla metà del 1400, diventavano anch’esse dominio di Spagna, temendo inopportune ingerenze sabaude. Mentre il borgo di Massimino viene staccato da Murialdo per passare a Calizzano, e tuttora è l’unico paese ligure presente in Val Tanaro, alle porte di Bagnasco. Determinante per il controllo dei Passo dei Giovetti dove passata un’importante strada che collegava Ceva ai porti liguri.

Un’investitura che ebbe ripercussioni importanti. Durante la guerra civile tra “Madamisti” e “Principisti” del 1539 – 1642, nella più vasta guerra europea franco – spagnola (1635 – 1639), che portò alla scomparsa di gran parte dei castelli sulle Langhe, il re di Spagna volle immediatamente prendersi Saliceto e le sue pertinenze. Anzi, proprio l’occupazione di Saliceto fu la prima mossa bellica dell’Impero spagnolo alleato dei “Principisti”.

1639 Il Piemonte è sconvolto dalla guerra di successione nel Ducato Sabaudo, dopo la morte improvvisa del duca Amedeo I di Savoia. A contendersi il trono sono la reggente Cristiana Maria di Borbone, detta Madama Cristina, vedova del duca, e i cognati Maurizio e Tommaso. Madama Cristina spalleggiata dalla Francia, e i due fratelli dalla Spagna.

16 marzo 1639- Don Martino d’Aragona parte da Alessandria con 7.000 fanti, in gran parte lanzichenecchi e napoletani, 1.500 cavalieri e una forte batteria di cannoni. Risale frettolosamente la valle Bormida, poiché l fattore sorpresa è importante, e arriva a Saliceto. Il diritto internazionale sta dalla sua parte, poiché il marchesato di Saliceto non appartiene ai Savoia, ma alla Spagna, in base all’investitura imperiale dell’8 novembre 1621. Per la verità il vero obiettivo è un altro: il poderoso castello di Cengio, unico sulle Langhe dotato di bastioni, in mano ai Piemontesi schierati a fianco di Madama Cristina. Un diversivo strategico ideato da Diego Felipe di Guzman, duca di Santucar la Mayor, viceré a Milano, comandante delle armate spagnole in Italia: Ha in mente una grande manovra a tenaglia: l’assedio del castello di Cengio attirerà la cavalleria francese, lasciando sgombra la strada verso Torino. Sguarnito il fronte sul Po, occupata Chivasso, il principe Tommaso punterà sulla capitale sabauda con 2.000 Dragoni a cavallo.

19 marzo 1639: 4 Compagnie del Reggimento del Conte Catalano, comandate dal capitano Butino di Ceva, sorprese dall’improvviso arrivo degli Spagnoli, si sono asserragliate nel Castelvecchio di Saliceto sulla collina della Rosa, da poco restaurato nel 1615. (Claretta Gaudenzio in Storia della Reggenza di Cristina di Francia, e Guichenon Damuel nell’Histoire Gènealogique de la Royal Maison de Savoye, Vol. I, pagg 929 – 930).

22 marzo 1639: Don Martino d’Aragona invia il Capitano Luigi Lancastro a stanare le 4 Compagnie dal Castelvecchio: autentica spina nel fianco. Il Capitano Luigi Lancastro vi arriva con un pezzo d’artiglieria e un forte contingente di Lanzichenecchi.

23 marzo 1639 Don Martino d’Aragona vuole constatare sul campo il modo migliore per aggredire il Castelvecchio. Il suo pennacchio bianco sull’elmo argentato, simile a quaglia che sta per spiccare il volo, attira l’attenzione di un formidabile cecchino asserragliato nel castello, munito di un archibugio da uccellatore, dalla canna lunghissima. Il colpo è fatale, nonostante la notevole distanza: Don Martino d’Aragona muore e quella sera stessa, dopo solenne sepoltura, è tumulato nel monastero femminile di Santo Stefano alle porte di Millesimo. Il suo posto, al comando dell’armata, è preso dal mastro di campo Don Antonio Arias Sotelo.

24 marzo 1639 Il Castelvecchio di Saliceto, sprovvisto di bastioni, è investito da numerosi colpi d’artiglieria. Non è neppure necessario l’assalto finale all’arma bianca. Sulle mura sbrecciate sventola bandiera bianca. Viene concessa la resa con onore delle armi. (Cosi attesta lo storico Saletta nella sua “Storia del Monferrato” tra il 1628 e il 1657, ma lo storico Della Chiesa, nelle sue Descrizioni del Piemonte, precisa che le mura del Castelvecchio furono eguagliate al suolo: ovvero rase al suolo). Subito dopo il sottostante borgo di Saliceto fu investito da 24 volate di cannone sparate dalla sovrastante collina della Rosa, che abbattono la torre nord – est del castello nel fondovalle, e arrancarono danni alle case del borgo.

(Recentemente la signora Mariana Zia ha rinvenuto nel suo orto una di queste volate: una grossa palla di pietra tonda). Il bombardamento sortì l’effetto sperato: le porte del borgo furono aperte e vennero abbassati i ponti levatoi sui fissati colmi di limpida acqua sorgiva. A questo punto poteva cominciare l’assalto al poderoso castello di Cengio, ma vanamente il comandante d’artiglieria Don Jean de Garay ordinò di aprire il fuoco verso quei solidi bastioni. (Omero Colombardo: “Cengio e i Signori Del Carretto”).

26 marzo 1639 Arrivarono i rinforzi francesi: 4.000 fanti e 500 cavalieri inviati dal cardinale Richelieu, agli ordini del cardinale de La Vallette. Li seguivano 1500 cavalieri piemontesi del marchese Guido Villa e 700 fanti del marchese di Pianezza.

Immediato il tentativo di rompere l’assedio, ma le trincee predisposte dagli Spagnoli ostacolavano l’avanzata e i terribili “quadrati” dei Lanzichenecchi, dalle lunghe lance a alte alabarde, autentiche fortezze mobili, opposero fiera resistenza. Si combatte furiosamente per tre giorni: la notti lacerate dai lamenti dei feriti e dei moribondi. Al quarto giorno giunse la notizia che il principe Tommaso di Savoia era entrato in Chivasso e minacciava Torino. Frettolosamente Francesi e Piemontesi abbandonarono le postazioni per correre in difesa della capitale sabauda.

30 marzo 1639 Anche sul castello di Cengio sventola bandiera bianca. Sul campo si contarono più mille morti, divisi equamente tra assediati e assedianti.

20 febbraio 1640 così scrive il generale Don Antonio Arias Sotelo a Sua Maestà Cattolica il Re di Spagna: “Il marchesato di Saliceto e il forte castello di Cengio hanno grande importanza per lo Stato di Milano, che abbisogna di uno sbocco al mare, essendo la Repubblica di Genova indecisa nel concedere un posto di sbarco e imbarco. Si potrebbe indirizzare l’ottima baia di Varigotti (la baia dei Saraceni, all’uopo massimante l’ottima baia di Varigotti”.

Ecco il progetto del nuovo porto di Varigotti, mai realizzato.

Una data da evidenziare: Il 28 dicembre 1614 il duca sabaudo Carlo Emanuele tentò di annettersi, nel corso della guerra, che occupò proditoriamente, ma dovette ritirarsi per l’arrivo di truppe spagnole.

14 ottobre 1748 con la pace di Aquisgrana tutti i feudi imperiali delle Langhe furono definitivamente annessi al Regno di Sardegna. In quell’occasione i sabaudi re di Sardegna arrivarono al Ticino annettendosi la Lombardia occidentale, ovvero il Verbano, il Novarese, la Lomellina e gran parte dell’Oltrepò pavese incluso Bobbio. Questi gli ultimi feudi imperiali che ancora resistevano tra Piemonte e Liguria: Millesimo, Balestrino, il Carretto, Santa Giulia, la Scaletta, Monesiglio, Prunetto, Bossolasco e Gorzegno che vantava un’antica università da notaro, ovvero di giurisprudenza. Anche la parti imperiali di Cairo e Cortemilia.

Il marchese Caldera e il marchese Del Carretto, comproprietari idi Monesiglio cercarono di opporsi a quegli accordi di pace giudicati iniqui. S’appellarono all’imperatore del Sacro Romano Impero e nella loro causa portarono al feudo di Saliceto cancellato dalla Storia, dopo l’occupazione illegale da parte dei duchi di Savoia, ora re di Sardegna. Molto s’indebitarono, mae la loro voce resto inascoltata.

Già nel 1659, alla pace dei Perinei, il feudo di Saliceto, con Paroldo, Murialdo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio, venne semplicemente ignorato. Mentre un intero articolo, il trentaduesimo, fu dedicato a Cengio e al suo poderoso castello, che venne ceduto ai Savoia dalla Spagna sconfitta, su pressione della Francia vittoriosa. Ma anche in questo caso c’era un problema giuridico trascurato: Cengio era feudo imperiale, non apparteneva alla Francia e neppure alla Spagna. Come avevo osato disporre sfacciatamente di un bene altrui?

Questa volta le energiche proteste dell’imperatore prevalsero e Cengio e il suo castello vennero restituito al legittimo proprietario: il conte di Millesimo; con gran rabbia del duca sabaudo poiché il castello era considerato la punta di lancia del Piemonte verso il Mare Ligure. A questo punto il duca di Savoia lo considerò un baluardo contro le sue mire politiche tese ad attuare la “politica del carciofo”, in cui i feudi imperiali erano le foglie di un carciofo che progressivamente si sarebbe mangiato. Accade così che gli Spagnoli, ne restituirono i ruderi, dopo averlo abbattuto.

Per quale motivo alla pace dei Pirenei non si fece cenno al Marchesato di Saliceto? Semplice è la risposta: da 76 anni quel marchesato non esisteva più, presente soltanto in molte mappe imperiali. Appena venutone in possesso il duca Carlo Emanuele lo accorpò alla provincia di Ceva, nonostante la Camera Imperiale continuasse a consideralo parte del Sacro romano Impero. E non a caso l’imperatore nel 1621 ne investi il Re di Spagna, nonostante fossero trascorsi trentott’anni dall’invasione sabauda.

Occorre ora prendere in considerazione un’altra storia: dal 1493 una faida famigliare riguardava il feudo di Zuccarello, che comprendeva Castelbianco e Castelvecchio di Rocca Barbena, dove Giacomo Del Carretto era succeduto al padre, estromettendo lo zio Carlo e i suoi due figli. I dissidi famigliari raggiunsero l’apice nel 1567 quando la Repubblica di Genova acquistò da Giovanni Antonio Del Carretto i suoi diritti su un quarto del marchesato. In questo contesto Scipione Del Carretto, titolare degli altri tre quarti cdl feudo, che risolutamente si opponeva alle ingerenze genovesi, fu accusato di omicidio e la Repubblica di Genova se ne approfittò per chiedere la confisca dei suoi beni. Ecco allora affiorare le seduzioni sabaude in soccorso a Scipione Del Carretto in gravi difficoltà

Il 6 aprile 1588 il Marchese Scipione cedette i suoi diritti sui tre quarti del Marchesato di Zuccarello al duca di Savoia Carlo Emanuele, che in tal modo si affacciava alle porte di Albenga. In cambio di un nuovo marchesato appositamente allestito per lui: Saliceto con Bagnasco e altre località in Valle Tanaro, acquisite anch’esse proditoriamente cinque anni prima, nel giorno di Sant’Andrea del 1583, strappandole al Marchesato del Finale. Non solo: l’offerta sabaudo si accompagnava con il dono di ben 60.000 Scudi d’oro! E, per tacitare le proteste degli altri due fratelli Giovanni Antonio, che aveva ceduto il suo terzo a Genova, e Ottavio, ricevettero ciascuno 1.000 Scudi come dote alle loro figlie prossime a sposarsi. Restava il fratello più giovane, Prospero, al quale fu assicurata una pensione annua per tutta la vita di 400 Scudi d’oro. Giovanni Antonio sdegnosamente rifiutò.

Questa volta l’imperatore del Sacro Romano Impero Rodolfo II intervenne su pressante richiesta della Repubblica di Genova, e decretò nullo il contratto del 6 aprile 1588. Il Marchesato di Zuccarello fu posto sotto sequestro per un decennio e affidato a due Commissari Imperiali. In tal modo il duca Carlo Emanuele di Savoia non poté entrarne in possesso: fece spallucce e onorò gli impegni con Scipione Del Carretto, istituendo il nuovo marchesato di Saliceto Bagnasco.

Lo storico napoleonico Chabrol nei suoi appunti storici riferisce che il marchese Scipione Del Carretto fu investito dal duca sabaudo di tutti i diritti e le prerogative inerenti alla feudalità dell’epoca. Oneri ai quali i Salicetesi non erano più abituati e quando Scipione arrivò a prendere possesso del feudo, tale era il clima di ostilità nei suoi confronti da indurlo a chiedere la protezione armata del duca sabaudo. Saliceto non era Zuccarello! allora Carlo Emanuele lo indusse a essere ragionevole e a rinunciare alle più irritanti pretese feudali. Ma in Scipione Del Carretto sussisteva un’ulteriore preoccupazione: temeva che, inseguito dall’ordine di cattura per omicidio. la Repubblica di Genova venisse ad arrestarlo.

Appena giunto a Saliceto si preoccupò di rafforzarne le difese. Dalla lontana guerra del Finale a metà del 1400 i fossati che proteggevano le mura, erano trascurati: li fece pulire e riempire d’acqua sorgiva, abbondante nel fondovalle. Rattoppò le mura in parte sbrecciate, e fece chiude una delle tre porte del borgo: quella della Marina verso la Liguria, che rimase murata finché non furono abbattute le mura anella prima metà del 1800.

Il duca sabaudo non gli mandò rinforzi da Torino, ma impose agli uomini abili di Murazzano di trasferirsi a Saliceto, ospitati a spese della comunità. E poiché era tempo di mietitura e trebbiatura impose ai paesi limitrofi di Murazzano, incluso Lesegno, di provvedere al lavoro dei campi, consegnando il raccolto alle famiglie private delle braccia maschili.

In seguito Scipione Del Carretto fu nominato governatore di Mondovì, e suo figlio Filiberto, dal nome inusuale per un marchese Del Carretto, fu promosso Gran Ciambellano di Corte. Provocatoriamente inviato a Praga come ambasciatore presso l’imperatore, che ancora gli contestava il suo rango di marchese, non riconoscendo il nuovo feudo di Saliceto – Bagnasco. Fu insignito dal duca Vittorio Amedeo di Savoia, succeduto a Carlo Emanuele, della massima onorificenza dell’Ordine Supremo del Collare della Santissima Annunziata, e in seguito divenne governatore della Contea di Nizza.

Per quanto riguardava Camerana, alla pace di Lione del 17 gennaio 1601, il ducato sabaudo acquisì l’agognato Marchesato di Saluzzo, scambiandolo la regione della Bresse, il Bugey e il Valromey al di là delle Alpi. E Camerana si venne a trovare riunificata. Poi, nel 1631, con l’acquisizione di Alba e vari paesi sulle Langhe, compresa Gottasecca, il duca Vittorio Amedeo aggregò Gottasecca a Camerana e istituì la contea del Monferrato dei Savoia, per distinguerla dai feudi imperiali circostanti, nel bel mezzo dei feudi imperiali, a eccezione del Marchesato di Saliceto Bagnasco. Fu allora che la Strada Maestra delle Langhe: la Magistra Langarum, fu interrotta nel tratto nel tratto dalle Pieve di Gottasecca al Passo delle Lavine a Saliceto, con grande danno ai commerci locali tra Piemonte e Liguria, e cominciò la stagione del contrabbando con scontri e morti in quel tratto di strada impedita. Ora il commercio del sale doveva avvenire esclusivamente nel Ducato Sabaudo, per i tratturi che attraversavano le Alpi Marittime, collegando Nizza Marittima a Cuneo, dove la strada raggiungeva il porto fluviale di Polonghera, da dove proseguiva sul Po fino a Torino.

Il professore Rinaldo Comba ha appurato che annualmente 5.000 carri di sale partivano da Cuneo, dopo aver superato nei basti dei muli le impervie Alpi. Analogo destino della Magistra Langarum toccò ad altre strade note come le Salinere. Di queste, la più importante era quella che spettava al marchese di Saliceto dai tempi della suddivisione della Marca del Carretto nei Terzieri di Finale, Millesimo e Novello, dopo la battaglia di Tagliacozzo del 1266. E, in seguito all’appropriazione da parte del Marchese Galeotto Del Carretto nella prima metà del 1400, costituì il casus belli della guerra del Finale.

Iniziava dall’approdo dell’Oppidum Petrae (Pietra Ligure), risaliva la valle della Maremola passando per Tovo, Bardino e Magliolo e, superato il Colle del Melogno al Pian dei Corsi, scendeva ad Osiglia, a San Giacomo dei Ronchi e alla Spinetta del Marghero (toponimi templari). Qui incrociava la “via pubblica” che collegava Ceva al Colle di Cadibona, tuttora parallela all’autostrada, e proseguiva per la Rocchetta di Cengio, le Pagnazze, la Madonna della Neve per approdare infine agli Albergaria salis: i già citati depositi del sale, i più importanti delle Langhe. Da qui proseguiva per il Mu, superava la Bormida al ponte tra le chiese di San Martino della Lignera e San Gervasio, raggiungeva i Novelli di Camerana, saliva ai Pasiotti, scollinava alla Pedaggera sopra ai Bragioli e scendeva a Paroldo per poi giungere a Ceva per la Val Bovina.

Ecco l’importanza del Marchesato di Saliceto che ne controllava il transito tra la Rocchetta di Cengio e Paroldo!

Una strada a questa parallela, che si dipartiva sempre da Pietra Ligure, gestita dai Marchesi di Ceva, saliva al colle di Giustenice, scendeva in Valle Bormida e in località Borda, ovvero confine tra Murialdo re Milledimo, saliva sul crinale della Langa tra la Bormida e la Belba, scendeva in località San Giovanni di Camerana, saliva agli Arbi e approdava in prossimità della pieve di San Giovanni di Sale, toponimo non casuale, che ora accomuna Sale San Giovanni e Sale langhe. Ecco gli Albergaria salis, ovvero i depositi del sale del Marchesato di Ceva! Una strada tuttora percorsa durante il pellegrinaggio tradizionale da Camerana al santuario della Madonna del Deserto, alla Borda.

Per la verità, c’era un terzo Albergaria salis: in località Saleggio: altro toponimo non casuale, nell’attuale comune di Castelletto Uzzone. Ebbe grande importanza nel periodo in cui il “corridoio” della valle Uzzone, Cortemilia, il Carretto e Cairo Montenotte appartenevano al Marchesato di Saluzzo. Qui il sale proveniva da Savona e dalla Repubblica Marinara di Noli attraverso il Colle di Cadibona.

Strade salinere antichissime dai molti commerci e innumerevoli passaggi, documentate per tutto il Medioevo e l’età Rinascimentale (conferenza sulle Vie Romee di San Gimignano), interrotte da Torino in età barocca. Importantissime non solo per il commercio, ma anche per i pellegrinaggi, non solo per Roma, ma anche per Santiago di Compostela. Come attestato nel rotolo Treponti della Repubblica Marinara di Noli, risalente al 1220. La ricchezza delle Langhe e dei porti liguri del Ponente.

L’acquisizione illecita del Marchesato di Saliceto con Paroldo, Murialdo, metà di Camerana e parte della Rocchetta di Cengio, fu un atto di pirateria politica: uno scippo ai danni del Sacro Romano impero. Giuridicamente il Marchesato di Saliceto non ha mai fatto parte legittimamente del Ducato Sabaudo, del Regno di Sardegna, del Regno d’Italia e della Repubblica Italiana.

Un’ultima considerazione complementare spetterebbe alla Pietra (Pietra Ligure): “la Marina” storica del marchesato di Saliceto.

E noi, “che scrtuna da ré ‘d l’üsc, e-fuma ‘n gran batüsc!”

Guido Araldo

 


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