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Politica sanitaria: la silenziosa eutanasia. Case della Salute ovvero scatole vuote. E al S. Corona operano sanitari che meritano pubblica gratitudine


Si sta consumando una silenziosa eutanasia, grazie ad una politica sanitaria inadeguata mentre all’ospedale Santa Corona operano dei sanitari che meritano la pubblica gratitudine.

di  Gianfranco Barcella

Ormai molti medici ammettono che sia in atto un’eutanasia silenziosa: quattro milioni di persone si privano delle cure per mancanza di denaro e pertanto…  Soprattutto sono gli anziani, non più produttivi che non hanno mezzi per rivolgersi alla sanità privata. E la sanità pubblica continua a ricevere finanziamenti più per le infrastrutture che per gli operatori sanitari.

Si investe più nel mattone che nelle risorse umane. I mali che  affliggono il Servizio Sanitario Nazionale hanno una patogenesi che si perpetua da lunga data. Con la riforma del titolo V, parte II della Costituzione, grazie alla legge costituzionale n.3 del 2001 è stata data piena attuazione all’art.5 della Costituzione che riconosce le autonomie locali quali enti esponenziali preesistenti alla formazione della Repubblica ed ha sovvertito i tradizionali rapporti tra cento e periferia.

La Salute Pubblica, da quel dì poco fausto, è stata affidata alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un sistema caratterizzato da un pluralismo di centri di potere  e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali. Infatti l’art117  della Costituzione stabilisce che lo Stato mantiene la competenza esclusiva in una serie di materie, specificamente elencate, mentre il comma 3 dello stesso articolo decreta che le Regioni possono legiferare nelle materie di competenza concorrente, nel rispetto dei principi fondamentali definiti dallo Stato.

Purtroppo tale <concorrenza> ha perso il suo significato di complementarietà, configurando un’antitesi proprio sui principi fondamentali e generando un federalismo sanitario atipico e artificioso non solo per le dinamiche istituzionali messe in campo (legislazione concorrente), ma anche per la sua genesi anomala visto che di norma i federalismi nascono da stati autonomi che si uniscono e non il contrario come è accaduto in Italia. In altre parole, la riforma del Titolo V che, delegando a Regioni e Province autonome l’organizzazione dei servizi sanitari, puntava ad un federalismo solidale, ha finito per generare una deriva regionalista, con 21 differenti sistemi sanitari dove l’accesso a servizi e prestazioni sanitarie è profondamente diversificato ed iniquo.

A fronte di un diritto costituzionale che garantisce <universalità ed equità di accesso a tutte le persone> e alla L.833/78 che conferma <la globalità di copertura in base alle necessità assistenziali dei cittadini>, i dati smentiscono continuamente i principi fondamentali su cui si basa il SSN. Infatti le inaccettabili disuguaglianze regionali e locali documentano che l’universalità ed equità di accesso ai servizi sanitari, la globalità di copertura in base alle necessità esistenziali, la portabilità dei diritti in tutto il territorio nazionale e la reciprocità di assistenza fra le Regioni rappresentano oggi un lontano miraggio.

Inoltre la stessa  attuazione dei principi organizzativi del SSN è parziale e spesso contraddittoria. Infatti la centralità della persona, la responsabilità pubblica per la tutela del diritto alla salute, la collaborazione  tra i livelli di governo del SSN, la valorizzazione della professionalità degli operatori sanitari e l’integrazione socio-sanitaria presentano innumerevoli criticità.

Se in linea di principio le responsabilità della situazione attuale non possono essere attribuite  esclusivamente all’impianto federalista, è indubbio che il sistema non ha funzionato soprattutto per la mancanza di senso di responsabilità e l’incapacità  di alcune Regioni.

Oggi a livello politico nazionale si auspica che l’autonomia differenziata possa costituire per i territori una sfida, un giusto stimolo per colmare i divari infrastrutturali, sanitari economici e sociali  esistenti non solo tra le Regioni, ma anche tra le diverse aree all’interno degli stessi territori regionali. Si pensa agli squilibri tra le aree metropolitano e le aree interne.

Se tanto mi dà tanto… Intanto a livello nazionale poi si è provveduto quasi esclusivamente e fare tagli: 37-40 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. A partire dal governo presieduto da Monti per proseguire con l’esecutivo capeggiato da Letta fino a giungere al premier Conte. Tutti hanno sforbiciato, chi più chi meno, senza ritegno alcuno! La CGIL e un centinaio di associazioni di giovani e di pensionati, di recente,  sono scesi in piazza per urlare a gran voce:Basta tagli alla Sanità!” Maurizio Landini ha tuonato ancora: “Abbiamo bisogno di investire e di non perdere neanche un euro del Pnrr, di fare assunzioni e garantire servizi sul territorio che sono decisivi per riportare in augeS la salute pubblica. Ci sono 4 milioni di persone che non si curano perché non hanno i soldi. Non è accettabile! La situazione sta esplodendo!”

Il dott. Renato Giusto, presidente emerito Sindacato Nazionale Medici Italiani ha affermato in proposito: Il sistema sanitario nazionale lo avete distrutto voi, cari amici del P.D. A partire dalla ex ministro della Sanità, Bindi che fece scappare dagli ospedali i primari più bravi, obbligandoli al tempo pieno; ha inventato le Note Obbligatorie (circa cento) per poter prescrivere i farmaci, diminuendo le possibilità per i medici di curare la popolazione. La Lorenzin le andò dietro, imponendo altri obblighi ai medici tra i quali quelli di non prescrivere esami di laboratorio e radiologici particolari, obbligando i medici a ricoverare i pazienti e facendo andare in tilt il Sistema Sanitario Nazionale”.

E ancora Giusto: “Pertanto ora appare ridicolo protestare  se la Sanità si indirizza verso la privatizzazione. La persone che possono permetterselo cercano di sopperire alla carenze pubbliche: liste di attesa incredibili, ticket più cari del costo privato di molti esami in genere. Per lo stato di emergenza che patisce la medicina di primo soccorso sono stati messi in campo medici giovani ed inesperti che rischiano di creare danni ai pazienti del Pronto Soccorso. Ora protestano i personaggi che in innumerevoli anni di mala gestio hanno contributo alla distruzione del SSN”.

E non abbiamo ancora toccato il fondo nella politica dei tagli: a Savona si attende una deroga per evitare la chiusura del reparto della Chirurgia della Mano, un’eccellenza italiana. Mi immagino cosa avrebbe detto il compianto prof. Renzo Mantero. E proprio tra chi continua a subire le vessazioni di una classe politica inadeguata ci sono missionari della sanità che meritano il plauso e la riconoscenza de pazienti.

Dopo 19 giorni di degenza ed aver subito una serie di operazioni il  biker spagnolo Iago Garay che era venuto in Italia per partecipare all’Uci Enduro Word Cup così si è espresso: “Medici ed infermieri mi hanno regalato gentilezza ed amore, rimanendo sempre nel mio cuore”. Durante la gara era stato colpito da un aneurisma cerebrale, subito la corsa all’ospedale di Santa Corona ed è tornato a casa sano e salvo. Purtroppo nei periodi di intasamento estivo i cittadini saranno costretti a rivolgersi al privato anche nei casi di emergenza. Il solo pensare di utilizzare altri soldi pubblici per mettere in piedi nuove strutture quando Albenga necessita della riapertura del Pronto Soccorso è veramente irrispettoso nei confronti dei malati bisognosi di una terapia d’urgenza.

La scorsa estate nel pronto soccorso di Santa Corona si sono vissuti dei veri drammi, già denunciati anche sulla stampa nazionale! Intanto dal 5 al 15 giugno si sono registrate dieci lettere di dimissioni volontarie degli operatori sanitari del savonese. CGIL e CISL lanciano l’allarme: “Da almeno due anni registriamo un preoccupante aumento di dimissioni volontarie. Questo grido di dolore va ascoltato”.Inoltre vanno valutati i movimenti in corsia. Indiscrezioni raccontano di malumoreìi tra chirurghi e ortopedici che avrebbero già manifestato l’intenzione di andarsene, stufi di fare i conti con un numero esiguo di sedute operatorie per problemi vari legati alla carenza di organici tra anestesisti e personale della sala operatoria. L’Azienfa ha già avviato il lavoro per programmare gli interventi anche di sabato. Ma al netto di nuove assunzioni, presto altri due anestesisti lasceranno il Santa Corona. A fornire i dati è l’Asl: “Il 2023 è pressochè in linea con le due precedenti annualità. Nel 2021 i medici che hanno lasciato  l’azienda  sono stati 34 e 35 nel 2022. Il quadro 2023 parla di 15 dimissioni tra gennaio e il 16 giugno. La CGIL parla di problema annoso:”Solleviamo la questione la questione da due anni-interviene Massimo Scaletta per la funzione pubblica- e proprio di dimissioni volontarie eravamo andati a parlare con la precedente direzione Asl che però aveva minimizzato il problema. Oggi auspichiamo che si voglia  affrontare il tema”.

Inoltre i dati dell’Agenas stimano uno svuotamento degli ambulatori fino al 2025 quando i medici di famiglia operativi in Italia scenderanno a 36 mila unità, 10.000 in meno  rispetto al 2002 a fronte di una crescita degli assistiti. Ora si dovrà scegliere se assumere i giovani generalisti nelle Case di Comunità o potenziare la dotazione diagnostica negli studi esistenti.

Un altro dato fornito dalla Fondazione Gimbe riguarda i medici di famiglia dei quali il 42,1% gà supera il tetto massimo dei 1500 pazienti, (anche se Provincia di Bolzano ha già ammesso una ulteriore deroga), riducendo così la qualità dell’assistenza con una crescente difficoltà di rapportarsi al proprio terapeuta.

Ma ha avuto un senso investire nelle Case della Salute quando si sapeva già in partenza che avrebbero potuto restare scatole vuote, pur con il nobile intento di ridurre l’utenza ai pronti-soccorso? In ultimo ci corre l’obbligo riportare un successo della Regione Liguria in campo sanitario. Il bando di privatizzazione degli ospedali di Cairo ed Albenga poteva essere revocato per riorganizzare la rete in base alle nuove esigenze del post-pandemia. La Liguria non dovrà versare  al Policlinico di Monza 314 mila euro di risarcimento danni per la mancata aggiudicazione, come invece aveva deciso il Tar a Settembre. A dirlo è i Consiglio di Stato che in una sentenza pubblicata di recente aggiunge un nuovo capitolo alla vicenda giudiziaria.

In ballo era rimasto solo più l’aspetto economico della vicenda, visto che la Regione ha chiarito di non voler affidare i nosocomi ai privati. Anzi li ha inseriti in un nuovo piano che trasforma Cairo e Albenga in ospedale di Comunità. “Si può dunque procedere serenamente al grande lavoro che ci impone il Pnnr nei due presidi– dichiarano il Presidente Giovanni Toti e l’Assessore Regionale alla Sanità Angelo Gratarola.

Gianfranco Barcella


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G.F. Barcella

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