Trucioli

Liguria e Basso Piemonte

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Res publica massonica e res publica catholica


Amor soli e ius amoris. Nel contesto della sfida epocale tra res publica massonica e res publica catholica, una “Chiesa sempre più globale” (card. Bassetti, prima Prolusione alla Cei) propone all’Italia la sua risposta al problema dell’immigrazione. «Accogliere, proteggere, promuovere e integrare: sono questi i 4 verbi che Papa Francesco ha donato alla Chiesa per affrontare la grande sfida delle migrazioni internazionali. Una sfida complessa, in parte inesplorata ma dal significato antico.

Il cardinale Bassetti

Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe sorgere da un dibattito pubblico particolarmente aspro su questi temi: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante. E lo ha fatto non certo per un’idea politica o sociale, ma per amore di ogni persona. È il cuore della nostra fede: di un Dio che si è fatto uomo. L’ospitalità è, da tradizione, un’opera di misericordia e, come ci insegna Abramo, una delle più alte forme di carità e di testimonianza della fede. Attraverso l’ospite noi scegliamo di accogliere o respingere Cristo nella nostra vita (Mt 25, 35.43). Il richiamo alla difesa della dignità inviolabile del migrante, inoltre, è un insegnamento presente in molti documenti della Santa Sede e che si è fatto carne nell’opera di alcuni grandi apostoli del passato, tra i quali molti italiani: Francesca Cabrini, Geremia Bonomelli, Giovanni Battista Scalabrini. Oggi questa sfida antica si ripropone con tratti nuovi. E lo sguardo profetico di Papa Francesco ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla “globalizzazione dell’indifferenza” e di averli messi al centro della nostra attività pastorale.

Promuovere una pastorale per i migranti significa, prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la “tratta” degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari – nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona – sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità. Il primato dell’apertura del cuore al migrante ci fa guardare oltre le frontiere italiane. Ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria. È una linea su cui si muove da tempo la CEI, sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta di un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame. Accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche “prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria”. Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano.

Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una “cultura della paura” e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo. Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé» (card.Bassetti). Definirei questa “via all’integrazione” come quella dell’amor soli e dello ius amoris.

In che senso? Nel senso di declinare per l’Italia amor patrio e legge dell’amore. Chi può avere diritto alla cittadinanza italiana se non chi mostra fattivamente di amare l’Italia? E quindi ne ha “sposato” la lingua, la cultura e l’ethos profondo? E se, chessò, un giovane musulmano scegliesse quella sorta di “conversione (almeno) civile (altro da quella religiosa) al Cristianesimo” (cf M.Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani, 2008) che di fatto sarebbe l’assumere “la nostra memoria storica, con i valori che porta in sé” (Bassetti), dovremmo forse lamentarci perché l’abbiamo “sradicato” dal suo nucleo famigliare, distanziandolo improvvidamente dai suoi genitori, che magari italiani non sono? Sarebbe un autogol. Addirittura, potrebbe essere “familismo immorale”.

Certo, dobbiamo ovviamente intenderci su quali sono i nostri valori, se l’Italia è quella del cattolico Manzoni o quella del massone Garibaldi. La Chiesa non ha dubbi: il romanzo preferito da Papa Francesco è I promessi sposi. Questa Italia, che ha in Dante il padre della sua lingua, non ha problemi ad accogliere l’umanesimo cristiano del card. Bassetti, che ci invita a non solo accogliere lo straniero, ma anche a far valere il diritto sacrosanto a non emigrare forzatamente dalla propria patria per guerra, fame, povertà o quant’altro; e ci ricorda che i diritti dell’ospite sono anche quelli di chi ospita, oltre che quelli di chi è ospitato.

Gianluca Valpondi


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