Sapete com’è, dopo i mondiali tutti a parlare di tattica, pressing, gioco di squadra.
di Alessandro Dighero
Poi guardi la politica locale e ti viene da ridere: è come se la Spagna avesse in panchina un allenatore che al posto dello schema tattico avesse usato il lancio della monetina. E intanto, fuori dal campo, vedi certi teatrini internazionali – Trump che continua a governare gli USA come se niente fosse, mentre Infantino rischia di essere buttato giù dalla poltrona come un portiere dopo un errore – e pensi: ecco, la differenza tra chi resta perché ha potere e chi cade perché ha esagerato. Ma qui da noi, in Liguria, nessuno cade. Restano tutti saldamente in poltrona, mentre il territorio brucia.
Perché la Liguria brucia, eccome se brucia. Negli ultimi giorni il ponente è andato a fuoco e non è un incendio qualsiasi, è il solito incendio di stagione, quello che ti ricorda che la macchia mediterranea è abbandonata, i boschi sono incolti e la biomassa si accumula come la spazzatura sotto il lavello di una casa dove nessuno pulisce da mesi. E quando il fuoco ha finito il suo lavoro, arriva l’acqua. Perché l’acqua arriva sempre. E quando arriva, i ruscelli si trasformano in autostrade del fango, trascinando tronchi, rami, plastica e tutto quello che trovano verso il mare. E tu vai in spiaggia e trovi quasi più detriti che sabbia. E ti chiedi: ma nessuno ha pensato che forse, prima proporre una nuova variante di un molo a Borghetto S.Spirito o “rifare” piazza del mercato Loano eliminando le zone d’ombra, sarebbe meglio pulire i versanti?
Sulla carta, intendiamoci, abbiamo tutto. PGRA, PAI, piani forestali, normative a cascata come i piatti di un all you can eat. Il PGRA ti dice come gestire il rischio alluvionale, il PAI ti dice dove non devi costruire, le leggi europee e nazionali ti dicono cosa devi fare e ti danno pure i soldi per farlo. La Direttiva Alluvioni 2007/60/CE, il D.Lgs. 49/2010, il FESR 2021-2027, il PNRR, la Legge sul dissesto, il Fondo Sviluppo e Coesione – c’è di tutto, come in uno di quei supermercati aperto 24 ore. Peccato che poi, quando vai a vedere cosa hanno comprato, trovi opere inutili. Perché il PNRR, invece di finanziare la manutenzione dei versanti, la riduzione della biomassa, la rinaturalizzazione degli alvei, ha finanziato passerelle, rotatorie, facciate, arredi urbani. Cose che fanno bella figura nei comunicati stampa, che si inaugurano con il nastro, che si fotografano per i reel, ma che quando arriva la pioggia non servono a niente. È come masturbarsi chiuso in bagno davanti a un porno mentre hai il o la partner che aspetta nel letto senza veli. Appagante, ma solo per uno.
E allora cosa succede? Succede che le amministrazioni fanno del cemento una religione. Il PAI dice “qui non si costruisce”, e loro trovano la variante. Il PGRA dice “qui c’è rischio”, e loro trovano la deroga. Le mappe restano belle da vedere, i vincoli restano belle parole, e la prevenzione resta un optional. È come avere un estintore e usarlo come fermacarte.
E qui entra in gioco la Nature Restoration Law, che non è un vezzo da “ambientalisti a orologeria” – come qualcuno potrebbe dire con quella faccia di chi regolarmente si dimentichi di cosa sia un bosco in fiamme o un torrente esondato nonostante la carica a Sindaco di Cairo Montenotte – ma è una legge con soldi, obblighi e scadenze. Ti dice: fai il piano di ripristino degli ecosistemi, metti obiettivi, monitora, riporta. E se lo fai, ti dà i fondi. Se non lo fai, niente. Semplice. Peccato che poi, quando la porti in consiglio regionale o comunale, qualcuno anche tra le file dell’opposizione la guarda come se fosse un menù vegetariano in una sagra della trippa. “Ma questa roba è per gli ambientalisti“, dicono. “Noi abbiamo bisogno di opere“, dicono. E intanto le opere che fanno sono quelle inutili, quelle che non riducono il rischio, quelle che non prevengono i disastri, anzi li creano.
La verità è che la combinazione di leggi europee e nazionali c’è. I soldi ci sono. Gli strumenti ci sono. Manca la volontà politica di usarli?
Manca la coerenza. Manca la capacità di dire no a chi vuole costruire dove non deve. Manca la capacità di dire sì a chi vuole pulire i versanti, gestire i boschi, rinaturalizzare gli alvei. E manca soprattutto la capacità di ammettere che forse, dopo anni di piani che non si parlano tra loro, di varianti che aggirano i vincoli, di inaugurazioni che non risolvono niente, forse è il momento di cambiare.
Perché la scelta è netta: o si usano le leggi per fare ciò che serve, o si tace davanti al prossimo disastro. O si usa la Nature Restoration Law come leva per governare davvero il territorio, o si continuano a fare reel o comunicati stampa allegando dei primi piani in posa con la testa girata altrove mentre il territorio brucia e si allaga. E quando arriverà la prossima pioggia – e arriverà – quando le spiagge saranno di nuovo piene di detriti, quando le colline saranno di nuovo nere, quando le case saranno di nuovo a rischio e i cittadini dovranno lasciarle per non annegare sotto la piena di un torrente, allora qualcuno verrà a dire “non potevamo saperlo“. Ma lo sappiamo. Lo sappiamo tutti o quasi. E chi sa e non fa, è complice.
Alessandro Dighero
