
Da piccolo sapevo cosa era la storia perchè mio nonno e mia nonna, i genitori di mio padre, le sere d’inverno davanti alla stufa, che riscaldava la loro cucina, mi raccontavano qualche favola che avevano sentito da piccoli e le chiamavano storie. Poi quando chiedevo loro ancora storie e loro non ne conoscevano più, mi raccontavano della storia dell’Italia, la leggenda di Romolo e Remo allattati dalla lupa e la fondazione della grande città di Roma.
Nominava i boschi della Rampaiana, le piante di Cian Pachino, oppure la volpe che aveva visto al Gioino, in Prà Ellera (Prueglia) e alla Funga.

Mi rendevo conto che il mondo andava oltre il cerchio dei monti che contornava Rocchetta o Cairo. Quando sentii dire che la terra era rotonda pensai che girando su me stesso e vedendo tutt’attorno le cime dei monti disposti in cerchio, quella era proprio la terra rotonda. Molto più tardi lessi nei racconti di Abba che anche lui da bambino pensava che il controno dei monti fosse il confine del mondo.
Come li sentivo nominare li collocavo in una geografia immaginaria, li disponevo in spazi ampi seguendo le indicazioni orali degli adulti. Inserivo le strade e i ruscelli perchè gli amici del papà erano precisi nelle descrizioni. Nominavano le piante con i nomi dialettali che mi rimasero impressi e i proprietari dei boschi. Una materia affascinante che mi ha permesso di portarmi dietro e riconoscere ancora oggi i nomi delle piante e i luoghi della mia infanzia.
