Da cappellano militare a parroco nell’Albenganese, dalla scomunica “latae sententiae” alla riconciliazione con la Chiesa pochi mesi prima della morte.
di Vincenzo Bolia

Rocca Grimalda/Albenga. Con la morte di don Giovanni Ferrando, avvenuta il 17 giugno nella sua abitazione di Rocca Grimalda, si chiude una storia umana e religiosa complessa. Aveva 85 anni ed era nato il 7 ottobre 1940 nello stesso paese dell’Alessandrino dove ha trascorso l’ultima parte della sua vita.
Ordinato sacerdote il 19 dicembre 1970 dopo gli studi presso il Seminario Vescovile di Acqui Terme e il Collegio Brignole-Sale di Genova, don Ferrando svolse inizialmente il proprio ministero nella diocesi di Lanciano-Ortona. Dal 1974 al 1985 fu Cappellano Militare. Trasferitosi successivamente nella diocesi di Albenga-Imperia, fu accolto dall’allora vescovo monsignor Mario Oliveri e svolse il proprio ministero nelle comunità di Marmoreo, Bassanico e Garlenda.
Per alcuni anni fu anche cappellano dell’ospedale Santa Maria di Misericordia di Albenga, dove venne apprezzato da pazienti, familiari, medici e personale sanitario per la sua presenza costante e collaborativa. Dopo le dimissioni da parroco di Garlenda tornò nella natia Rocca Grimalda, mantenendo la guida della parrocchia di Marmoreo fino al pensionamento nel 2015.
Nel corso del tempo, dall’arrivo nell’Albenganese fino agli ultimi anni, la sua figura era stata accompagnata da giudizi contrastanti, culminati poi nella vicenda ecclesiale del 2020. In quell’anno accettò, scelta che in seguito avrebbe ripudiato, un’ordinazione episcopale nella Chiesa Ortodossa Cristiana. Ne seguì la scomunica prevista dal diritto canonico e un ampio dibattito, sia negli ambienti ecclesiali sia nell’opinione pubblica locale.
Tuttavia, osservando oggi l’intero arco della sua vita, emerge una realtà più articolata. Per oltre cinquant’anni don Ferrando aveva operato tra parrocchie, ospedale e comunità locali, accompagnando generazioni di fedeli nella quotidianità. Chi lo ha conosciuto ne ricorda soprattutto la disponibilità, lo spirito collaborativo e la vicinanza alla gente, anche se non sono mancate, nel tempo, opinioni profondamente diverse sulla sua figura e sulle sue scelte.
Le cronache hanno spesso privilegiato gli aspetti più discussi del suo cammino personale, finendo talvolta per mettere in ombra una lunga esperienza di servizio. Al di là delle contestazioni e delle polemiche, non risultano a suo carico condanne penali e il suo profilo resta legato soprattutto all’ambito religioso, pastorale e comunitario.
Anche la conclusione della crisi ecclesiale mostra un quadro meno schematico di quello spesso raccontato. Nell’ottobre del 2025 don Ferrando scrisse al vescovo di Albenga-Imperia, monsignor Guglielmo Borghetti, manifestando il proprio pentimento e riaffermando di non avere mai rinnegato la fede cattolica ricevuta con il battesimo.
In questo passaggio va riconosciuto anche il ruolo di monsignor Guglielmo Borghetti, che seppe leggere quel ripensamento non soltanto come un atto formale, ma come il segno di un ritorno sincero alla comunione ecclesiale. Con il consenso della Santa Sede, la remissione della scomunica, disposta l’8 maggio 2026, arrivò poche settimane prima della morte di don Ferrando, chiudendo una ferita che aveva segnato gli ultimi anni della sua vita.
La decisione fu accolta con favore da molti fedeli che lo avevano conosciuto negli anni del suo servizio e che videro in quel gesto non soltanto un atto giuridico, ma anche un segno di riconciliazione.
A smorzare ogni polemica resta forse il ricordo affidato alla poesia. Zeno V. Bolciani, poeta e critico letterario, che conobbe personalmente don Ferrando, lo ricorda con pochi versi essenziali, con a corredo la nota di lettura, lasciando che siano il silenzio, la luce e gli oggetti della preghiera a restituire il volto più raccolto di questa storia.
ULTIMO SALMO
porta
socchiusa
un breviario
consunto
tra le dita
la sera
resta
luce bassa
sul legno
spoglio
Nota di lettura
Raccoglimento si affida a pochi elementi concreti per suggerire una presenza raccolta e silenziosa. L’apertura, porta / socchiusa, introduce uno spazio appartato, mentre un breviario / consunto richiama una consuetudine antica, fatta di gesti ripetuti e discreti. Al centro della poesia, tra le dita / la sera accosta il tempo che declina a un’immagine di meditazione e quiete. Il verso isolato resta sospende il movimento e trattiene ciò che non viene detto. Nella chiusa, luce bassa / sul legno / spoglio, l’immagine si fa essenziale: pochi segni, quasi monastici, che non raccontano una storia ma lasciano percepire una presenza raccolta nel silenzio.
La vicenda di don Ferrando continuerà probabilmente a suscitare interpretazioni differenti. Per alcuni resterà soprattutto il sacerdote che nel 2020 scelse un percorso diverso da quello della Chiesa cattolica; per altri il parroco conosciuto nelle comunità dell’Albenganese, il cappellano ospedaliero, il sacerdote disponibile all’ascolto e al dialogo.
A distanza di tempo, tuttavia, appare difficile racchiudere oltre mezzo secolo di vita sacerdotale in un singolo episodio, per quanto rilevante. La stessa decisione di chiedere il reintegro nella piena comunione ecclesiale e la remissione della scomunica concessa poche settimane prima della sua morte mostrano come la storia personale di don Ferrando non possa essere letta soltanto attraverso le categorie dello scontro e della contrapposizione.
In questo senso assume particolare significato l’atteggiamento del vescovo Borghetti, che ha saputo accompagnare e accogliere il percorso di ritorno del sacerdote senza alimentare ulteriori divisioni. Una scelta che molti hanno interpretato come un gesto di attenzione pastorale e di misericordia.
Oggi, al termine di una vicenda che per anni ha alimentato discussioni e prese di posizione, resta soprattutto il ricordo di un uomo che ha attraversato luci e ombre, consenso e critiche, fedeltà e inquietudini. Una figura umana certamente complessa, ma che negli ultimi mesi della sua vita aveva ritrovato quella comunione ecclesiale che aveva cercato fin dall’inizio del proprio cammino sacerdotale.
Vincenzo Bolia
