Tra gli allievi dell’Accademia guidata da Francesco Meli spiccavano i giovani cantanti dell’Est nei ruoli dei protagonisti. Prestazione dal sapore un po’ scolastico ma apprezzata dal pubblico. L’allestimento fiabesco di Fornari e Musante, datato 2011, resiste con successo.
di Angelo Magnano
Come in un rituale che si ripete secondo collaudate liturgie, la stagione 2025/26 del maggior tempio musicale genovese si è conclusa con un allestimento che ha visto in campo i talenti in erba dell’Accademia di alto perfezionamento e inserimento professionale della Fondazione Teatro Carlo Felice, diretta artisticamente da Francesco Meli, con il coordinamento di Serena Gamberoni e la direzione musicale di Davide Cavalli. E non v’è dubbio che il maggiore interesse della serata – ci si riferisce qui allo spettacolo del 19 giugno – stava nell’ascolto dei virgulti canori impegnati nella “Bohème” pucciniana.
Quanto all’allestimento, infatti, si trattava del déjà vu dell’ormai vecchiotta regia di Augusto Fornari, che si avvaleva delle coloratissime scene di Francesco Musante (autore anche dei costumi) e che trasfigurava la vicenda dei giovani bohémiens narrata da Illica e Giacosa in un fiabesco gioco di sogni infantili – efficace, sempre, la presenza costante degli alter ego bambini dei sei protagonisti – che svanisce solo di fronte alla tragica realtà della morte di Mimì. Pur datata 2011, la produzione, made in teatro Carlo Felice, conservava una sua efficacia drammaturgica, dichiaratamente anti-realistica e proprio per questo adatta a tradurre in oniriche fughe dal mondo le velleitarie illusioni dei giovani “alternativi“. Il meglio si poteva cogliere nel secondo atto – un effervescente intreccio di cabaret, circo e ludi infantili – e nell’atto della Barriera d’Enfer, dove i “doppi” bambini dei quattro amanti ricamavano suggestive pantomime sul canto dei protagonisti.
Veniamo al motivo di maggiore interesse della serata, la performance degli allievi ed allieve dell‘Accademia. La presenza di cantanti di origine asiatica non è certo una novità e nel secondo cast se ne contavano tre, nei ruoli principali, così come altri tre figuravano nelle altre rappresentazioni. Confortava la crescita qualitativa nella dizione e nella pronuncia, dei giovani asiatici, segno di un lavoro qualitativamente alto dei docenti sulla parola scenica. Si sarebbe potuto auspicare da loro una maggiore disinvoltura nello stare in scena ma non era il caso di infierire: inesperienza, emozione e tanti altri fattori legati alla tenera età giocavano a loro sfavore, a fronte di ampi margini di miglioramento.
Quanto alle voci, una spanna su tutti spiccava il basso Vittorio De Campo, autorevole Colline nel timbro brunito e ricco d’armonici che si è apprezzato soprattutto in una commovente “Vecchia zimarra”. Disinvolta scenicamente e dal discreto fraseggio il soprano Virginia Genovese nei panni di Musetta, laddove l’altro italiano protagonista del secondo cast, Andrea Ariano, si disimpegnava con onesto mestiere nel ruolo di Schaunard. Nostrani anche i comprimari, tra i quali vanno citati Andrea Porta nella doppia parte, fin troppo caricaturale, di Benoit e Alcindoro, e Giuliano Petouchoff (Parpignol).
Agli asiatici i tre personaggi principali del capolavoro pucciniano. Xianmu Wang, tenore cinese, vestiva i (temibili) panni di Rodolfo: alla voce troppo sottile, e spesso sovrastata dall’orchestra, cercava di supplire con molta buona volontà nel muoversi sulla scena ma, quanto a fraseggio e a tavolozza d’accenti, non andava oltre una prestazione scolastica. Giudizio analogo per la sua partner e connazionale Yujing Chen, Mimì più convincente sul piano espressivo (soprattutto nel quarto atto) ma ancora piuttosto acerba sul fronte vocale. Abbastanza efficace il Marcello di Jeongwoo Lee, sebbene il baritono sudcoreano sembrasse non del tutto a proprio agio quanto a varietà di fraseggio.
A guidare i giovani virgulti e l’orchestra del Carlo Felice era una bacchetta di grande esperienza, il direttore emerito del teatro Donato Renzetti, che ha paternamente aiutato gli allievi dell’Accademia con una direzione ben calibrata nelle agogiche e frastagliata nella concertazione delle sfumature orchestrali. Incisiva, come sempre, la presenza del coro, guidato da Claudio Marino Moretti, e meritevoli di plauso le voci bianche preparate da Gino Tanasini.
Grande attesa, ora, per la presentazione della stagione 2026/27, la prima interamente pensata dal sovrintendente Michele Galli e dal direttore artistico Federico Pupo. Per i curiosi l’appuntamento è a sabato 27 giugno, alle ore 11,30 nel primo foyer del teatro genovese.
Angelo Magnano
(fotoservizio Marcello Orselli)


