Come il profeta Amos (sec. VIII a.C.), sono estraneo alle camarille e alle manipolazioni, compiute in palese disprezzo di tutte le leggi canoniche (e alcune anche civili), nella Curia di Genova dal vescovo Marco Tasca fin dal suo insediamento e ora giunto a un punto di non ritorno.
di Paolo Farinella, prete

LA SINTESI – Ai preti di Genova e a quelli non pochi di fuori Genova e Italia,
ai laici credenti, attenti e dubbiosi sulla Chiesa, con gratitudine per la loro attenzione.
So che quello che scrivo, di solito, è apprezzato e molte volte richiesto e sollecitato, e tutti sanno che «scrivo quello che penso», ma soprattutto «penso quello che dico e scrivo», basando ogni cosa, fatto e circostanza sul Diritto, che, molto spesso, cito per esteso e sulle altre fonti di rilievo.
Desidero sottolineare che sul tema di questa Newsletter, in passato, almeno dal 2022, ho scritto forse una decina di Newsletter, indirizzandole al vescovo, al vicario generale, ai vicari episcopali, ai canonici come singoli e al Capitolo nel suo insieme.
Come avevo scritto, come avevo preventivato, annunciato e previsto, tutto si sta avverando anche nelle forme da me previste, in precedenza.
Il vescovo Tasca, appena insediato a Genova, si lasciò irretire dal vescovo ausiliare, Niccolò Anselmi, il quale fece nominare i vicari episcopali, senza alcuna consultazione del clero.
La sua invadenza pasticciona fu tale, che, per le proteste giunte a Roma da più parti, fu spedito a giocare al tiro alla fune sulla spiaggia di Rimini. Resta il fatto per Genova… uno in meno. Andato via Nicolò Anselmi, il posto di «deus ex machina» o Rasputin della situazione, lo assunse mons. Marco Doldi, confermato nell’incarico di vicario generale.
Egli cominciò a «istruire» il vescovo novello e a indirizzarne l’attività, compresa la volontà di espropriare il Capitolo della Cattedrale, eliminando l’unico ostacolo, mons. Carlo Sobrero, rigoroso amministratore della diocesi e Praefectus della Cattedrale, perseguendo solo gli interessi del Capitolo, come gli imponevano legge e Statuti.
Egli, mons. Doldi, giunse perfino a cercare di indirizzare le votazioni capitolari (e anche altre) a suo interesse. Se vi sarà un Commissario/Visitatore Apostolico del vescovo e della curia, sarò felice di chiedergli di testimoniare. Sarebbe pure interessante suggerirgli di fare «giurare» sui «santi vangeli che tocco con le mie mani» ogni singolo canonico; ma subito dopo farli deporre, sotto giuramento, sulla esperienza di ciascuno riguardo alla nomina, a quale prezzo e condizione furono nominati.
Bisognerebbe anche interrogarli sulle votazioni, specialmente quelle riguardanti le proprietà del Capitolo e gli interessi del vescovo e del vicario su di esse e magari farsi dire cosa c’entra la Fondazione San Lorenzo Impresa sociale[fallimentare] che bisogna rimpinguare perché ha le casse vuote… e il Capitolo con le Torri e il Tesoro fanno gola e goletta e tombola.
Il Visitatore apostolico dovrebbe farli giurare, uno per uno, avvertendoli che lo spergiuro comporta il peccato di apostasia, cioè di abbandono della fede.
Quello che sta avvenendo in diocesi è orribile e degno solo di comportamenti malavitosi.
So di scrivere cose gravi, ma sono pronto a un dibattito pubblico col Vescovo, col vicario generale, con quelli episcopali, con i canonici, purché tutto sia basato sul Diritto canonico.
In un tempo in cui i governi violano, stracciano e vilipendono il Diritto Internazionale, nazionale e dei singoli inermi cittadini, fino ad ammazzarli, che la Chiesa di Genova, si presti, per sete di potere, a rimuovere persone dabbene, a sporcarne la buona fama, NEL SILENZIO ASSORDANTE DEL CLERO, manipolando per arraffare le Torri della Cattedrale e la cassa del Capitolo per risanare i debiti del Museo, che ora la Curia risana con quote dell’8xmille, è tempo di insorgere con la parola, con la coerenza nella verità, senza assuefazione e sottomissione indebita e senza difendere interessi o carriera personale.
La mia obbedienza al vescovo è totale (qui la rinnovo) e lui lo sa, ma, essa deve esercitarsi come prescrive la Legge, nell’ambito del Diritto e del sacramento dell’ordine.
L’autorità non può mai essere sorpruso. Se lo è, l’autorità cessa. Ubbidisco sempre al vescovo che agisce in nome del suo sacramento, ma mi oppongo apertamente, quando egli mente e agisce tortuosamente e immoralmente, barcamenandosi con mille astuzie per non farsi vedere, come un bambino di 5 anni. «Non licet tibi, Epíscopě Marce! Non licet!
Poiché le voci corrono a Genova e a Roma, è bene che il clero e i laici di Genova che sentono e vivono l’importanza della chiesa e della legalità, siano messi in guardia del diluvio che potrebbe colpire tutti; ognuno dovrà trovare un riparo, uscendo fuori dalla propria ignavia e tornaconto e dimostrare che amare la Chiesa e la Tradizione (questa sì, Tradizione pura!), significa agire allo scoperto, mai di nascosto, ma sui «tetti del vangelo» (Mt 10,27) altrimenti sono «flatus vocis» e null’altro.
Come al solito questa mia Newsletter nella forma di lettera sarà inviata anche alla Santa Sede, secondo il protocollo prescritto.
UN TESTO DI 11 PAGINE E ALLEGATI- Come il profeta Amos (sec. VIII a.C.), sono estraneo alle camarille e alle manipolazioni, compiute in palese disprezzo di tutte le leggi canoniche (e alcune anche civili), nella Curia di Genova dal vescovo Marco Tasca fin dal suo insediamento e ora giunto a un punto di non ritorno.
Ero intento ai miei lavori di esegesi biblica dei testi liturgici delle domeniche, letti in chiave giudaica del tempo di Gesù, quando, nella mia posta Outlook, arrivò una e-mail. Non volli credere ai miei occhi, ma dovetti arrendermi al «satana di turno», esperto in pentole, ma mai in coperchi.
Il mittente era criptato, senza alcun indizio per rintracciarlo. Una stranezza mi fece pensare: gli allegati acclusi erano tutti originali, con timbro e protocollo, preparati dalla Cancelleria diocesana e quindi autentici. Dal tono e dal testo della e-mail di accompagnamento capii che lo scrivente, addentro alle questioni, si poneva dei dubbi e chiedeva un confronto. Conclusi che si trattasse di consulenza a giurista professionista. Il mittente ribadiva che «trattasi di materia delicatissima, gravissima, “sub secretum”», cioè una questione importantissima. Sfido io se era importante!
Mi chiesi perché mai una e-mail «riservata, coperta da segreto, circoscritta da tanta riservatezza, fosse finita nel mio Outlook». Era un «caso fortuito», opera di un Haker o un errore calcolato e voluto perché «quella» e-mail arrivasse proprio a me? Il contesto immediato (indirizzo
criptato/anonimo, massima circospezione, ecc.), confermarono, senza dubbio, la seconda ipotesi. Domanda conseguente (logica): perché tanto artificio per mandare a me l’allegato protocollato e addobbato di tutti i crismi, in una diocesi (Genova), adusa a improvvisazioni di materia di diritto?
Anche qui, la risposta fu ovvia: sono «l’unico» prete a Genova che, firmandosi sempre, prende posizione pubblica (dopo avere scritto a vescovo e vicari), sulle intemperanze e illegalità conclamate del vescovo, Marco Tasca, subornato dal suo vicario generale, mons. Marco Doldi e dal vituperato «cerchio magico» dei vicari episcopali, che non agiscono «secondo coscienza», ma «secondo sudditanza e convenienza». A parere di molti (tanti), essi non sono collaboratori responsabili, ma dipendenti, sudditi volontari, che decidono e approvano ogni atto, senza consultare mai il Codice di Diritto canonico per valutarne la corrispondenza e liceità.
Il Vicario generale: arroganza in tripudio di «conflitti d’interesse». Sotto qualsiasi profilo, su tutto e tutti, la più grave è la posizione del vicario generale, mons. Marco Doldi che, preso dal dèmone del potere e totalmente digiuno di Diritto (ne ha una concezione tutta sua «ad nutum sui») accaparra cariche su cariche, usurpandole ai legittimi 1 Cf ÉTIENNE DE LA BOÉTIE, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere Editore, Milano 2015.
Il dramma della diocesi di Genova e dei suoi responsabili è evidente: non hanno un consulente giuridico canonico e nessuno ha una specializzazione «diretta»; i tre «giuristi» citati nel «decreto», hanno competenze esclusivamente per le questioni di scioglimento di vincolo nuziale) e qualche infarinatura di tutto il resto, ma molto superficiale o addirittura «nulla», compreso il «vicario generale» e, quello che è impressionante, compreso anche il cancelliere (v., infra, il paragrafo «Il cancelliere «addomesticato» e nota. Durante l’episcopato del card. Angelo Bagnasco, qualcuno, non saprei individuarlo (a questi livelli di pettegolezzo, non faccio mai indagini cognitive), propose mons. Marco Doldi, allora semplice canonico della Collegiata di S.M. delle Vigne alla carica di ausiliare di Genova. La Santa Sede, però, non lo nominò (non si conoscono i motivi e non ci devono nemmeno interessare). Fu mons. Carlo Sobrero, al tempo «Praefectus Fabbricae»
del Capitolo della Cattedrale, a proporre al Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo, di eleggerlo «Preside» dello stesso Capitolo a parziale compensazione della mancata nomina episcopale. Tutti i canonici, per la stima incondizionata che nutrivano per mons. Sobrero, votarono e approvarono la proposta. Col senno di poi, possiamo dire che mons. Marco Doldi si comportò come il riccio, accomodandosi in un angolo per arrivare, ai giorni nostri, a scalzare tutti e assumere in sé tutte le cariche e gli incarichi.
Come ha fatto nel 2026, esautorando il «Praefectus Fabricae», can. Gianluigi Ganabano, che lui stesso «enixe – fortemente», ha voluto a quella carica e che, dopo qualche mese, ha preteso per sé accumulando «ad personam» sia la funzione di preside (ruolo di rappresentanza), sia di «Prefectus» (ruolo di amministratore), ingenerando un immenso conflitto d’interessi contrapposti nella sua stessa persona. Egli, infatti, insieme con gli altri vicari episcopali e il consenso complice del vescovo, dopo avere, «manu militari, dimesso» mons. Carlo Sobrero da vice economo e poi da «Prefetto della Cattedrale», facendolo sostituire (sic!), in maniera illecita, dal cerimoniere, mons. Gianluigi Ganabano, ritenuto, secondo una opinione corrente, «malleabile», e, pertanto, usandolo come prestanome. Il can. Ganabano, però, da parte sua è corresponsabile, perché, «sventurato rispose», prestandosi al ruolo, complice di un atto immorale (v., sopra, nota 2,
riferimento al giuramento).
Nota giuridica sulle conseguenze «religiose» per chi disattende la Legge-Il comportamento del vicario generale, mons. Marco Doldi, che sicuramente non agisce «sua sponte», ma di concerto, se non di accordo combinato, con il vescovo, mons. Marco Tasca, nei confronti di mons. Gianluigi Ganabano è gravemente lesivo della reputazione e della dignità di quest’ultimo, che è stato «usato» per i loro scopi, moralmente deplorevoli e giuridicamente nulli. Infatti, data la loro conclamata e persistita volontà di aggirare qualsiasi norma e legge della Chiesa, nessuno di loro si è voluto rendere conto, non solo di avere trasgredito leggi e morale, ma addirittura hanno messo a rischio la coscienza e la «salvezza» di mons. Gianluigi Ganabano e di quella parte di canonici che si sono lasciati «manipolare» per gli scopi di «defenestrare definitivamente mons. Carlo Sobrero dalla carica di «Prafectus Fabricae», dopo averlo rimosso con ignominia e «lesa dignità» da vice economo, per essere liberi di manovrare «ad nutum Episcopi».
Consapevole della gravità di quanto fosse in gioco, l’08 novembre 2022, scrissi una lettera a ciascun canonico per avvertirlo del pericolo spirituale in cui ognuno di loro avrebbe potuto incorrere, se non avesse agito con scrupolo di coscienza ogni volta che ci fosse stato un voto in Capitolo. Poi la stessa lettera inviai al Capitolo della Cattedrale,
Il Capitolo metropolitano della Cattedrale di San Lorenzo «ab immemorabili» è composto da dodici Canonici, eletti a vita. Fino all’arrivo del nuovo vescovo, mons. Marco Tasca (11 luglio 2020), i cinque vescovi precedenti, presi insieme, nominarono in media un canonico ogni 3 anni, il nuovo vescovo, dal dicembre 2021 all’ottobre 2022, cioè in undici mesi [sic!] ha nominato ben 5 Canonici, quasi in blocco, con una media di uno ogni due mesi e tutti «effettivi», cioè, a tempo indeterminato. È evidente la fretta che il vescovo aveva di nominare persone «fedeli e obbedienti». I nominati sono: n. 2 Vicari episcopali (Grondona e Pigollo); n. 1 cerimonie del vescovo (Ganabano); n. 1 preside della facoltà teologica (Pedemonte); n. 1 il Vicario giudiziale (Novara); e dopo, come rinforzo di sicurezza anche n. 1 Rettore del seminario diocesano (Doragrossa); tutti questi nominati sono legati al vescovo o dipendono direttamente da lui. A costoro vanno aggiunti i preesistenti canonici: il Preside (Doldi), che è anche Vicario generale della diocesi, quello che più spudoratamente di tutti vuole ed esige che il Capitolo sia sottomesso ed espropriato a favore della diocesi. Egli è l’immagine perfetta del permanente conflitto d’interessi, istituzionalizzato: è arrivato, infatti, a delegittimare il Prefetto, assumendone, anche, ruolo e funzione, contro lo Statuto. In capitolo, il suo voto vale doppio, in caso di parità.
C’è poi il cancelliere (De Santi), che invece di essere il custode e garante del Diritto funge da maggiordomo volontario votando tutti i «desiderata» di vescovo e vicario generale, senza mai fare osservare o distinguere tra ciò che è lecito e ciò che non è lecito deliberare; seguono, infine, l’ormai ex prefetto (Sobrero), quello contro il quale è stata messa in moto tutta l’operazione di «assalto al Capitolo»;
l’economo del Capitolo (Giuliano) che, quando è necessario, fa le proprie osservazioni, anche molto critiche, sempre inascoltato; gli ultimi due anziani canonici sono malati (Oliveri e Poggi) e non si muovo più. Come canonici, fanno scelte che, spessissimo, confliggono con «gli interessi del Capitolo», che dovrebbero difendere per «giuramento»
(Statuto, art. 24 §1 ad secundum), mentre decidono «sempre» in favore degli interessi della diocesi, discussi altrove e sempre contro l’autonomia del Capitolo, vivendo, quindi, in conflitto «perenne» d’interessi fino allo spergiuro (v., supra, Nota giuridica sulle conseguenze «religiose» per chi disattende la Legge nn. 1-2-3). A rigore di logica, ogni volta che il Capitolo esamina materie confliggenti, al momento del voto, i cinque nominati dal vescovo «in conflitto permanente d’interessi» (decidono in curia quello che poi «ratificano» col loro voto in
Capitolo), insieme al preside che è anche vicario generale, dovrebbero uscire dalla sala capitolare e astenersi da valutazioni e dal voto. Invece, l’obiettivo vero era e resta l’annullamento del Capitolo e ci sono riusciti, modificando la maggioranza capitolare con l’immissione in massa di «agenti della curia» e poi attraverso le votazioni esplicite e indotte, come puntualmente avviene.
Voci incontrollabili sussurrarono (nel 2022) che vi fu anche subornazione di alcuni canonici, ma, ciò può essere accertato solo da un Visitatore Apostolico, l’unico che possa imporre «sub gravi» a tutti gli interessati l’obbligo di dire in coscienza e con giuramento esigere la verità (CJC, cann. 1199-1204; cf can. 18). Resta un fatto: i singoli canonici, ciascuno per sé, sanno se hanno ceduto alla subornazione, manifesta o indotta o allusa e se hanno o continuano a votare come vuole il vescovo e il Vicario, o se votano solo ed esclusivamente liberamente e secondo la propria coscienza, difendendo «i diritti del Capitolo», come li obbliga lo Statuto (art. 24 §1
ad secundum). Essi sanno che, avendo giurato («iusiurandum stricte est interpretandum»; v. CJC, can.1204): «…giuro di osservare fedelmente gli Statuti Capitolari e le approvate Consuetudini e di difendere i diritti del Capitolo, per quanto posso. Così Dio mi aiuti per questi Santi Vangeli che tocco con le mie mani» (Statuto), sono a rischio di apostasia perché lo spergiuro è atto, un peccato, contro la Religione (CJC, can 1200 §1).
Nella persona del Preside, mons. Marco Doldi, il quale, dubito che l’abbia letta in pubblico e fatta discutere. Ne riporto, qui seguito, le parti salienti:
1. Al momento dell’insediamento, ciascuno di voi «giura» sui vangeli, sulla propria coscienza e sul proprio onore… Il can 1199 §1 è esplicito: «Il giuramento, ossia l’invocazione del nome di Dio a testimonianza della verità, non può essere prestato se non secondo verità, prudenza e giustizia». Perché chi giura sia consapevole della posta in gioco, il can 1200 §1 stabilisce: «Chi giura liberamente di fare qualcosa, è tenuto da peculiare obbligo di religione a compiere quanto ha sancito con il giuramento». Ciò significa che chi giura di difendere e custodire gli interessi e i diritti del Capitolo, ma vota a favore degli interessi di terzi, come vescovo o curia o Fondazione, commette un «peccato contro la religione» che, nei casi estremi – come detto per il giuramento «non datur parvitas materiae» – può configurare anche la scomunica, essendo lo spergiuro sul «nome di Dio» è messo sullo stesso piano dell’apostasia.
2. Il can. 1199 §2 sancisce che «il giuramento richiesto o ammesso dai canoni non può essere prestato validamente tramite procuratore». Ciò significa che nessuno, al di fuori dell’interessato, può interferire, in qualsiasi modo, direttamente (= tu vota così) o indirettamente (= domani si vota, io voto così, speriamo di portare a casa questo risultato, che è forma indiretta di pressione) sull’esito del voto che deve essere libero, prudente e giusto, cioè deve essere dato nel superiore interesse dell’ente che si rappresenta e che il singolo come «socio» (Canonico)
è tenuto a tutelare, difendere e, possibilmente, incrementare.
3. Il canone 1200 §2 è esplicito: «Il giuramento estorto con dolo, violenza o timore grave, è nullo per il diritto stesso»: ciò significa che chiunque, fosse pure il papa, mettesse in atto qualsiasi strategia per condizionare il voto di qualcuno in una direzione piuttosto che in un’altra, commette peccato grave perché viola la promessa di coscienza fatta davanti a Dio, chiamando a testimoni «questi Santi Vangeli».
Cedere la gestione delle Torri alla Fondazione San Lorenzo Impresa Sociale significherebbe venire meno a tutti gli impegni obbliganti e chi lo fa, se ne assume ogni responsabilità davanti a Dio, «a questi Santi Evangeli» e alla propria coscienza. Il vicario generale, mons. Marco Doldi, voleva essere lui «anche» prefetto per gestire direttamente proprietà, conto bancario e cassa corrente del Capitolo della Cattedrale, ente autonomo, soggetto solo alla legge, allo Statuto, consuetudini e alla Santa Sede.
Il Vescovo e il vicario, fin da subito, vollero mettere le mani sulle proprietà della Cattedrale (visita turistica alle Torri con bigliettazione) e la gestione del Prefetto, che presiede il «Consilium Fabricae», come dimostra la storia delle «dimissioni forzate», imposte a mons. Carlo Sobrero,il solo che ha sempre avuto la colpa, da Vice economo e da Prefetto, di pretendere l’osservanza rigorosa della legge, opponendosi «nei luoghi propri» a ogni sopruso e illegittimità e per questo doveva essere fatto fuori, a qualsiasi costo. Tolto di mezzo lui, infatti, si è spalancata la prateria del «Diritto a casaccio» o «à la page» e delle decisioni «alla come viene» o come 5 Cf CJC, cann. 503-510; cann.19; can. 20 [sulla interpretazione legittima della legge]; can. 27 e 28 [sulla forza e intangibilità delle consuetudini]) e bibliografia storica (cf DINO PUNCUH, «I più antichi Statuti del Capitolo di San Lorenzo», in Atti della Società ligure di storia patria, n. s., II, II 1962; ID., a cura di, “L’archivio Capitolare di San Lorenzo ed il suo nuovo ordinamento”, in Bollettino Ligustico, VIII (1956), 13-20; anche in Atti della Società ligure di storia patria, n. s., II, II 1962, 461-471; ID., a cura di, “Liber privilegiorum Ecclesiae Ianuensis”, Fonti e studi di storia ecclesiastica, 1, Genova 1962, doc. 8; A. MARANA “Notulario capitolare, ms. del sec. XVII”, in Archivio capitolare di San Lorenzo, nn. 436-437; VALERIA POLONIO, «Patrimonio e investimenti del Capitolo di San Lorenzo di Genova nei secoli XII-XIV», in Atti della Società Ligure di Storia Patria, Nuova serie (24/2). Società Ligure di Storia Patria, Genova, pp. 229-28S (disponibile anche in rete: Società Ligure di Storia Patria – biblioteca digitale – 2014). Nella storia plurisecolare del Capitolo Metropolitano di Genova, tutte le volte che i vescovi hanno
tentato di allungare le mani sulle proprietà o sulla gestione del Capitolo, la Santa Sede ha sempre dato torto al Vescovo e ragione al Capitolo. I Canonici, infatti, sono i veri custodi della Cattedra del Vescovo e quindi della Cattedrale e delle sue pertinenze, per cui, il Vescovo può accedere a essa tutte le volte che vuole, ma deve chiederne il permesso, perché la proprietà della Cattedrale non è della diocesi, ma del Capitolo che la custodisce e l’amministra come Ente autonomo. A fronte delle intemperanze del vescovo e del vicario generale, la San Sede, in via riservata, per iscritto, ha ingiunto alla dicoesi, laconicamente, ma molto chiaramente: «Si rispettino le proprietà degli Enti». In
diocesi di Genova, però, «non c’è più sordo di chi non vuol sentire».
Mons Carlo Sobrero, da Prefetto aveva stipulato un contratto con una Società srl Festigium del Dott. Raoul Bollani che si assunse la gestione delle Torri della Cattedrale, l’apertura e la vigilanza della Cattedrale nelle ore di pranzo e anche la gestione del Museo diocesano che era tenuto in piedi dal contributo di € 60 mila annui dell’8xmille. La società, con spirito imprenditoriale, si assunse anche il rischio incluso in ogni iniziativa e portò sia le Torri sia il Museo sia il Tesoro della Cattedrale a bilanci attivi e soddisfacenti per tutti. Mons Sobrero aveva concordato un modo pastorale di attenzione alle famiglie, per cui i bambini e adolescenti fino ad anni 12 non pagavano biglietto, mentre gli adulti pagavano € 5,00 a testa. I turisti erano soddisfatti. Vescovo e vicario generale, con la nuova gestione
hanno rescisso il contratto, licenziando Festigium srl senza motivo plausibile e sono stati costretti a tornare ad attingere all’8xmille. Geniali, semplicemente geniali! Il dramma è che perseverano.
Sia il Vescovo, sia il Vicario, «in solido», continuano a prendere decisioni al di fuori di «ogni legge», in maniera raffazzonata, prova evidente di mancanza di qualsiasi consulenza specifica da parte di un «esperto in diritto canonico e civile (in utroque), fatto gravissimo in una diocesi come Genova, dove, dal sec. XII molti vescovi hanno tentato spesso di mettere le mani sul Capitolo e la sua gestione, mentre la Santa Sede, interpellata, ha sempre dato ragione al Capitolo e torto ai vescovi, imponendo il ripristino della legalità e l’autonomia del Capitolo (cfcan. 504).
Il Cancelliere «addomesticato»- Il compito biblico di «Ietro-suocero» (cf Es 18) del vescovo e del vicario generale, dovrebbe essere svolto dal Cancelliere che ha il compito specifico di «provvedere che gli atti della curia siano redatti compiutamente» (can. 482 §1; v. anche can. 484), cioè garantire la conformità alla legge e l’autenticità degli atti. Egli è il «guardiano della Legge» anche, specialmente, nei confronti del Vescovo che, «ex officio» deve essere trasparente, libero, al di sopra delle parti, esempio morale e spirituale. Poiché la Legge non può essere sospesa, nemmeno per un breve minimo periodo, il Diritto prescrive in caso di sede vacante (per morte, trasferimento o rimozione), il cancelliere resta in carica: infatti, l’Amministratore diocesano non può dimetterlo (cf can. 485), mentre tutte le altre cariche e funzioni decadono automaticamente, compreso il vicario generale, cioè Marco Doldi, con l’eccezione dell’economo diocesano, del vicario
giudiziale/Tribunale e del CPAE diocesano (Consiglio Per gli Affari Economici diocesano).
Ciò premesso, nella curia di Genova, il cancelliere, mons. Michele De Santi, invece di svolgere il suo ruolo di «mastino scrupoloso del Diritto», continua, come è sempre stato a essere appiattito su qualunque cosa il vescovo e il vicario dicano o esigano, diventando complice del disfacimento della diocesi. Egli è succube di una malintesa forma di obbedienza (esteriore) che esula dal suo compito, quello, cioè, di non fare deviare il vescovo dal punto di vista giuridico e legale e quindi, per estensione, in difesa della sua reputazione. Compito immane che deve essere espletato con somma libertà e senza alcuna forma di soggezione e sottomissione, ma sempre con la massima riverenza e rispetto. Egli ha l’obbligo giuridico e morale di assistere vescovo e vicario affinché ogni decreto, documento o esternazione pubblica formale siano ineccepibili di fronte alla legge. Ciò significa che la controfirma del cancelliere è obbligatoria per la liceità e la garanzia della validità dei provvedimenti del vescovo e/o della Curia (can 474, §1).
Tutto questo a Genova non avviene perché il cancelliere dice sempre e, spesso, anche preventivamente, di «sì», a prescindere. Egli non garantisce la legittimità degli atti e decisioni del vescovo, ma «crea una pseudo legittimità», ingannando lo stesso vescovo, potendo anche arrivare alla invalidità degli atti. La sua inadeguatezza (ne ha dato ampia e documentatissima prova
nell’«affaire di mons. Carlo Sobrero»), sarebbe degna solo di rimozione.
Tutto ciò premesso, è l’ultimo atto «contra legem», in ordine cronologico, a fare traboccare tutti i vasi: il vescovo e il suo «magico cerchio episcopale», hanno deciso, di fatto, stravolgendone e modificandone struttura e compiti, di «ABOLIRE IL CAPITOLO METROPOLITANO DELLA CATTEDRALE DI GENOVA», SOSTITUENDOSI ADDIRITTURA AL PAPA IN PERSONA, posto che il Diritto canonico glielo impedisca, ma a Genova, il Vescovo è «legibus solutus». Stabilisce il Codice di Diritto canonico: «L’erezione, la modifica o la soppressione del Capitolo della Cattedrale sono riservate alla Sede Apostolica – Capituli cathedralis erectio, innovatio aut suppressio Sedi Apostolicae servantur» (can. 504).
Questa lunga premessa è necessaria per circoscrivere il quadro contestuale prossimo e le possibili conseguenze, altrimenti quello che segue non si capirebbe. Facciamo parlare i 7 Un fatto analogo, è accaduto a Roma, al Capitolo della Basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon), di cui è Preposto formale l’Ordinario militare d’Italia. Il Vicariato (non uno qualsiasi, ma il Vicariato del Papa), aveva soppresso il Capitolo del Pantheon. Il Presidente del Capitolo fece ricorso direttamente al Papa, e questi impose al suo Vicariato di ripristinarlo allo «status quo ante» documenti, autografi del vescovo, mentre il decreto, raffazzonato alla bell’e meglio, invece, è
controfirmato dal cancelliere, come deve essere, anche se in questo caso, aggrava le decisioni e non ne garantisce affatto legittimità). Citerò i testi per esteso con commento per facilitarne la comprensione, invece di pubblicare i testi «sine glossa», come avevo pensato in un primo
momento: chi non fosse addentro alle questioni di Diritto e alle dinamiche dell’organizzazione di Curia e del Capitolo, che sono distinte con propri ordinamenti giuridici, non solo si annoierebbe, ma non capirebbe nulla né tanto meno comprenderebbe la gravità di quanto sta succedendo a Genova né si renderebbe conto dell’ignoranza del vescovo né della colpevole e interessata complicità del Cancelliere e dei Canonici «pronti ad ubbidir tacendo».
I documenti giuntimi «per sbaglio calcolato»
1. Lettera del vescovo dell’11 febbraio 2026 (Prot. ACA-2026-39), indirizzata a Mons. Marco Doldi, in quanto «Preside del Capitolo Metropolitano», quindi lettera al Capitolo per mediazione del Preside, che però è anche «Vicario generale», in permanente conflitto
d’interessi, dovendo perseguire «interessi opposti».
In essa, dopo un preambolo di 21 righi, in cui i violini, le arpe angeliche e i cembali si sprecano, il vescovo arriva al punto di suo interesse, travestito con uno melenso vocabolario obsoleto e arcaico medievale: paterna sua sollecitudine per venire incontro alle «difficoltà [che] sono legate… agli oneri gestionali a cui il Capitolo deve far fronte in quanto responsabile della Cattedrale»…, concludendo che gli impegni amministrativi «paiono sovrastare le possibilità dei Canonici»… per cui… di fronte a «interventi non più procrastinabili… è indispensabile dotare la Cattedrale di una struttura progettuale e operativa… » per colpa anche (potevano mancare?) di «adempimenti burocratici da osservare»… per cui… «con la presente indìco una Visita pastorale al Capitolo della Chiesa Metropolitana di San Lorenzo in Genova, al fine di raccogliere i pareri dei Canonici e di qualche esperto [sic!!!) per poter discernere insieme come svolgere al meglio la cura materiale e
spirituale [sic!!!] della Chiesa Madre della Diocesi. La visita si svolgerà in data da concordarsi, in modo tale da poter incontrare, prima di tutto personalmente, ciascun Canonico, e, poi, il Capitolo al suo completo, tutte le volte che sarà necessario» [sottolineature del redattore anche in seguito].
Osservazioni giuridiche e pastorali- Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che obbligatoriamente «Il Vescovo deve visitare la diocesi ogni anno, in tutto o in parte. Tuttavia, l’obbligo principale è che l’intera diocesi venga visitata almeno ogni 5 anni» (can. 396, § 1).
Il vescovo Marco Tasca è stato insediato il 20 luglio 2020. Nel Bollettino diocesano (organo ufficiale) né «Il Cittadino – Settimanale Cattolico» diocesano, hanno mai pubblicato l’indizione della Visita pastorale alla diocesi di Genova. Sono passati sei anni e il Vescovo Tasca è inadempiente, anche riguardo alla prima Visita pastorale che non ha fatto, a meno che non consideri tale le scorribande che fa, seguendo la scadenza di eventi o ricorrenze o accettando inviti di ogni genere. Tutte cose lodevoli, ma che non possono essere definite «Visita
Pastorale» che soggiace a regole e norme precise (il Cancelliere dovrebbe saperlo).
La prassi consolidata, infatti, e le norme esigono che il vescovo pubblichi formalmente un proprio Decreto con cui annunci la Visita a tutta la diocesi, (mai in forma privata e quasi di nascosto)8 organizzandola e strutturandola secondo un proprio progetto e calendario, purché in un arco di tempo di cinque anni, visiti «tutta» la diocesi: «tutta» vuol dire «tutta», non scampagnate informali o rituali. L’indizione della Visita pastorale episcopale è cosa seria, atto supremo di governo e deve essere indetta pubblicamente a tutta la diocesi con un decreto, con uno schema sulla falsariga di questo fac-simile:
DECRETO DI INDIZIONE DELLA VISITA PASTORALE DIOCESANA
VISTI i cann. 396 §1, 397 §§1-2 e 398 del Codex Iuris Canonici, relativi all’obbligo, all’oggetto e alle modalità della Visita Pastorale episcopale;
VISTO il Decreto conciliare Christus Dominus ed in particolare i nn. 2 e 11;
VISTA l’Esortazione Apostolica post-sinodale Pastores gregis del 16 ottobre 2003, ed in particolare il n. 46; A meno che non sia una consapevole (e colpevole) forma «pro forma» per poter dire di avere osservato la legge, mentre, in effetti, tutto è stato già deciso, preparato e formalizzato e ora si finge di essere seri. 9 «46. È proprio in questa prospettiva che emerge l’importanza della Visita pastorale, autentico tempo di grazia e momento speciale, anzi unico, in ordine all’incontro e al dialogo del Vescovo con i fedeli.179 Il Vescovo Bartolomeu dos Martires, che io stesso ho beatificato pochi giorni dopo la conclusione del Sinodo, nella sua classica opera Stimulus Pastorum, molto apprezzata dallo stesso san Carlo Borromeo, definisce la Visita pastorale quasi anima episcopalis regiminis ed efficacemente la descrive come un’espansione della presenza spirituale del Vescovo tra i suoi fedeli (Cfr Romae 1572, p. 52 v.).
VISTO il Direttorio Apostolorum Successores per il ministero pastorale dei Vescovi del 22 febbraio 2004, ai nn. 220-224;
CONSIDERATO che sono decorsi XXX anni dall’inizio del mio ministero episcopale in questa Chiesa particolare;
PREMESSO che la Visita Pastorale costituisce atto proprio e qualificante dell’ufficio del Vescovo diocesano, espressione della sua diretta sollecitudine pastorale e non mero adempimento formale; CONSIDERATO che il recente Cammino Sinodale delle Chiese in Italia ha posto in evidenza l’importanza e la necessità del discernimento comunitario e della corresponsabilità ecclesiale;
PREMESSO che risulta pertanto opportuno procedere alla Prima Visita Pastorale dell’intera Diocesi; TUTTO CIÒ PREMESSO E CONSIDERATO, ATTENTAMENTE VALUTATE LE CIRCOSTANZE, INDICO E DECRETO la Visita Pastorale della Arcidiocesi di Genova, che avrà inizio nell’anno XXXX e si svolgerà secondo il calendario qui allegato oppure che sarà determinato con successivi atti, concludendosi entro l’anno YYYY. DISPONGO E STABILISCO QUANTO SEGUE
Art. 1. La visita avrà inizio dal Capitolo Metropolitano di San Lorenzo e si svolgerà in questo ordine: a) Incontro con il Capitolo per la preghiera capitolare; b) presa di possesso della «cattedra episcopale» custodita dal Capitolo metropolitano, con liturgia pubblica a cui sono invitati tutti i credenti, in special modo i volontari e coloro che collaborano per il mantenimento, decoro e ordine della Cattedrale, cui farà seguito un incontro informale e amichevole nei locali del Capitolo; c) visita ai luoghi e alle proprietà del Capitolo; d) incontro individuale con tutti e singoli i canonici; e) i canonici ammalati saranno visitati dal vescovo nella loro propria abitazione; f) incontro con il Capitolo per la verifica e la discussione di eventuali problematiche che possono essere oggetto di particolare attenzione del vescovo, salva l’autonomia e le prerogative giuridiche e consuetudinarie stabiliti dal Diritto; g) celebrazione pubblica di chiusura, in cui si metterà in evidenza il ruolo e la funzione del Capitolo, della Cattedrale e il rapporto spirituale con il vescovo.
Art.2… Art. 3… ecc. ecc. ecc. Di tutto questo, nella «indizione» [???] di Marco Tasca, nessuna traccia; vescovo, vicario, vicari e cancelliera riescono a partorire solo una miserrima letterina del vescovo al preside del Capitolo, che è anche vicario generale nella quale il vescovo, quasi come un carbonaro, in segreto né riuscendo a celare la sua «vedetta» contro il Capitolo, indìce la visita pastorale «privata», esclusivamente al Capitolo dei Canonici, senza nemmeno renderla pubblica alla Diocesi, come se si trattasse di un atto riservato tra intimi. Questo non è lecito né al vescovo né ai suoi sudditi,
monsignori e canonici, a suo servizio.
2. La lettera del vescovo al Preside e ai Canonici, in data 12 maggio 2026 [attenzione alla data e al n. di Protocollo] (Prot. ACA-2026-61), in cui, premesso il solito ampolloso «laudatario» ovibus et bobus, tipico dello stile ecclesiastico, barocco e ampolloso, è anticipo del colpo di mannaia, predisposto da tempo; 10 il vescovo. Infatti, parte in quinta e dichiara che, nel solo e unico incontro della visita pastorale, probabilmente svoltasi tra il 10 e il 12 maggio 2026, si è reso conto:
a) «Di una certa fatica nel fare fronte alle incombenze sempre più gravose»… a causa delle «difficoltà dei sacerdoti sempre più oberati da innumerevoli impegni, di farsi carico anche della gestione amministrativa dei beni ecclesiastici. Ciò vale a maggior ragione per i Canonici, i quali sono normalmente impegnati in compiti sempre al servizio dell’Arcidiocesi»
b) L’altra scusa: profetizza il vescovo che si troveranno sempre meno volontari (senza nemmeno cercarli o favorirli), visto che l’intenzione da sempre, ritardata dalle denunce mie alla Santa Sede e da varie parti, sia dalle mie esternazioni non solo pubbliche12 sia da parziali interventi della Santa Sede, che pensava bastassero a fare rientrare il vescovo nell’alveo del Diritto e della legalità. Illusione!
A questo punto, libero da ogni istinto prudenziale, il vescovo, sfoderato il pastorale e indossata la mitria come un missile, invade la Cattedrale (che non è sua), sequestra i Canonici e, con sprezzo del Codice di Diritto canonico (cf can. 504), rivolge «formale richiesta a codesto [sic!!!] Capitolo Metropolitano (in corsivo nel testo) di provvedere senza indugio [sic!!!???] al rinnovo degli Statuti del Capitolo…, approvati nel 1992… che intendo promulgare per la prossima festa di San Lorenzo, il 10 agosto posso dimostrare «per tabulas» che sono almeno quattro anni che il vicario generale e il vescovo, appena insediato in diocesi, «in solido» con gli altri vicari episcopali, hanno preso di mira il Capitolo, esclusivamente per «rimuovere» mons. Carlo Sobrero anche da prefetto del Capitolo (dopo l’economato) e, quindi, avere in mano la disponibilità assoluta della gestione dei beni del Capitolo e la manipolazione della Cattedrale, ricorrendo anche alla strumentalizzazione della Liturgia.
La metà delle mie oltre 60 lettere al vescovo ai vicari e ai canonici vertevano solo su questi punti che denunciai anche alla Santa sede, via Nunziatura Apostolica in Italia, in data 18-03-2023, con allegati risalenti a fatti ed eventi e documenti anteriori (datati 18-12-2021; 05-03-2022, ecc.).
Frase incompleta e stupida perché i Canonici, in quanto tali, svolgono i compiti «esclusivamente in e per la Cattedrale, a norma del Diritto e degli Statuti e Consuetudini». Egli equipara il lavoro del parroco con quello dei canonici, senza rendersi conto che la «grammatica» della pastorale è diversa per i parroci e per i canonici. 12 Il vescovo da anni non risponde alle mie numerose lettere riservate e personali sugli stessi argomenti. 2026».
Infine, soddisfatto di avere dato il colpo mortale a canonici e Diritto, il vescovo si distende un poco e chiude, secondo lui, concludendo: «Nella redazione dei nuovi Statuti sarà opportuno e necessario tenere conto dei mutamenti avvenuti negli anni e delle necessità sopra ricordate, cercando di renderli più snelli»[proprio così!]
Non basta, egli impone, ordina ed esige che sia «in dispensabile attenersi ad alcuni criteri, che ìndico (ì accentata del redattore) nel Decreto allegato alla presente».
c) Segue il decreto annunciato, firmato dal vescovo e anche dal Cancelliere [finalmente un atto di ossequio al Diritto Canonico!].
Osservazioni giuridiche e pastorali. Il vescovo nel preambolo descrive tutte le scuse che possano giustificare il suo colpo di testa per
disfarsi del Capitolo: accampa una fantomatica «certa fatica» (Quale? Come? Quando?) e «incombenze sempre più gravose» (senza citare uno scampolo di esempio) che impedirebbero ai Canonici di dormire la notte. Facendo un minestrone, aggiunge, sprezzante del ridicolo e senza rendersi conto di quello che scrive: «Ciò vale a maggior ragione per i Canonici, i quali sono normalmente impegnati in compiti sempre al servizio dell’Arcidiocesi» (frase incompleta e stupida perché i Canonici, in quanto tali, svolgono i compiti «esclusivamente in e per la Cattedrale, a norma del Diritto e degli Statuti e Consuetudini»).
È tutta una messa in scena, perché il vescovo confonde i compiti dei parroci con quelli dei canonici per raggiungere il suo scopo che è quello di sottrarre ai Canonici, che agiscono e amministrano, da «ab immemorabili», attraverso la Prefettura, la gestione del patrimonio canonicale e della Cattedrale.
Nessun canonico è stato mai «oberato… da certa fatica capitolare… incombenze gravose. La «gestione Sobrero» ha sempre dimostrato una sana gestione amministrativa con grande soddisfazione del Capitolo nel suo insieme e dei vescovi che hanno preceduto il «cavalier furente», Marco Tasca e il suo scudiero, Marco Doldi (sono tutti “Marci”, questi indomiti missionari della controriforma). Il vescovo e il vicario (che insegna anche morale) hanno l’obbligo, non di non dire bugie, ma di dire la Verità.
Rispondano: cosa non ha funzionato nella gestione Sobrero? Occorrono dati, fatti, documenti e circostanze «circostanziate», che non possono esserci perché la Diocesi ancora aspetta la ragione e i motivi specifici della defenestrazione di mons. Carlo Sobrero, Vice Economo e Prefetto della «Fabbrica della Cattedrale», che il Vescovo si rifiuta di dare e spiegare per iscritto, come prescrive la
legge, per cui Roma ha l’obbligo di intervenire, anche, in extremis con la rimozione». Tutto ciò nel silenzio assordante e complice del fatuo «Consiglio Presbiterale» che esiste come un «Origami» giapponese o una creazione dell’AI (Intelligenza Artificiosa [sic!])
I canonici non hanno compiti espressamente di pastorale operativa, come i parroci, ma per Diritto e Statuti si occupano della Liturgia, della preghiera corale, della formazione dei volontari che svolgono un egregio lavoro, di cui pare che il Vescovo non se ne renda nemmeno conto, dell’andamento delle Celebrazioni e dell’ordine nel flusso dei turisti verso i quali, il Capitolo, su suggerimento del «forzato dimesso Prefetto Sobrero», ha disposto l’attenzione pastorale alle famiglie, non facendo pagare i biglietti di accesso alle Torri ai bambini fino a 12 anni e mantenendo calmierato il biglietto per gli adulti, «politica» pastorale, apprezzatissima da tutti a Genova e fuori Genova. Con la fattiva
collaborazione e spirito pastorale di «Festigium srl» del Dott Raoul Boillani, la cui defenestrazione/licenziamento senza causa grida davanti a Dio e ricade su Vescovo, vicari e complici di ogni grado.
I volontari, organizzati in «Collegium Laurentianum» erano formati personalmente dal Prefetto can. Carlo Sobrero ed erano contenti, attivi e collaborativi col cuore. Oggi sono depressi e scontenti enessuno si fa avanti per prestare servizio di volontariato.
Il Vescovo che nella lettera al Preside e in quella al Preside e ai Canonici parla di «preoccupazione…interesse… vita di Cattedrale che mi sta particolarmente a cuore… chiede pareri singoli (addirittura!!!) e collettivi, entra in Capitolo come un elefante in una cristalleria e devasta tutto, senza rispetto nemmeno nessuno. Infatti, egli fa «formale richiesta a Codesto [dispregiativo?] Capitolo Metropolitano (in corsivo nel testo) di provvedere senza indugio [sic!!!???] al rinnovo degli Statuti del Capitolo… che intendo promulgare…»: decapita tutto l’esistente, abolisce figure.
Appena tre mesi di tempo per rinnovare, modificare e aggiornare Statuti e Consuetudini, compresi i tempi della interlocuzione con i Dicasteri interessati che includono non solo gli ultimi 34 anni, ma secoli di prassi assiologica, a partire, almeno, dal sec. XII (v., supra, per la bibliografia minima, nota 5). Forse il vescovo non sa ancora che «gatta vescovile frettolosa, fece i gattini diocesani o capitolari ciechi», cioè orbi di ambo gli occhi. Il peso della saggezza popolare dei proverbi, la sperimenterà a sue spese.
Una struttura clericale «pachiderma», ponderata, pacata, che ragiona a misura di eternità con ritmi secolari, finalmente a Genova, si sveglia all’improvviso e vuole recuperare il tempo perduto, frustando i canonici perché si snelliscano. e magari sgranchirsi, per il lungo letargo che il vescovo frate iconoclasta, con spirito di «novello modernista», ma senza lo spessore dei grandi Teologi e Scienziati che furono perseguitati perché profeti del Vaticano II e non solo, vuole «eliminando quanto ormai superato dai tempi e dalle circostanze». Che tesoro di Vescovo!
Nomina i suoi fedelissimi (tranne uno per mantenere una falsa terzietà, nel disprezzo totale del Diritto. Da qui emerge il malanimo intrinseco del vescovo e, a questo punto, inevitabile definirli «dei suoi scherani» che non riesce a celare. Come ho fatto in precedenza, anche questa volta, avverto il Vescovo che questa mia pubblica lettera al clero genovese, è conseguenza diretta del «tacere colpevole» del vescovo che non ha mai risposto alle lettere personali, come non ascolta alcuna ragione, nemmeno dopo che la Santa Sede, riservatamente e con delicatezza ha comunicato che si «devono rispettare le proprietà degli Enti».
Di fronte allo splendore dell’assenza del vescovo, questa mia stessa lettera, sarà inviata alla Santa Sede direttamente al Papa e agli uffici competenti, sperando che egli, da giurista (laureato), possa intervenire con chiarezza come ha fatto con il Capitolo del Pantheon di Roma.
Il terzo documento giuntomi è il decreto allegato alla precedente lettera, è firmato dal vescovo e controfirmato anche dal Cancelliere, come deve essere, (riprova della correttezza delle mie affermazioni), è datato [prestare attenzione scrupolosa alla data e al n. di Protocollo] 12 maggio 2026-53 che esamineremo nel dettaglio, dopo una considerazione sulle date che svelano il diavolo dei coperchi.
Per dimostrare la falsità del «detto» e dei «fatti» come anche l’illeceità delle disposizioni vescovili, a norma del Diritto vigente, è sufficiente un minimo di «esegesi» della cronologia dei documenti, in cui eccelle evidente come un «mostro» la finzione della «Visita Pastorale al Capitolo della Cattedrale».
La data della lettera-diktat al Preside e ai Canonici, con cui il Vescovo fa «formale richiesta di provvedere senza indugio al rinnovo degli Statuti del Capitolo della Chiesa Metropolitana di San Lorenzo» è dal 12 maggio 2026 con protocollo numero ACA 2026-61. La data del «decreto», firmato e validato anche dal cancelliere, con cui «stabilisco alcuni criteri vincolanti» del 12 maggio 2026 con Protocollo ACA-2026-
Cioè quella con cui chiedeva ai Canonici di riformare gli Statuti è posteriore a quella con cui egli «stabilisce alcuni criteri» per la riforma degli Statuti (anche in protocollo il n. 61 viene dopo il n. 53), a meno che il protocollo non sia una invenzione «ad libitum» e si susano, come capita «alla circa meno quasi».
Può sembrare una osservazione sofista, ma non lo è, perché è la prova che i colloqui con i singoli canonici e la visita al Capitolo sono state una finzione per poter dire che ha consultato (una specie di bugiardino farmaceutico che serve solo a parare le terga delle case produttrici), mentre tutto era stato già deciso e formalizzato nelle segrete stanze dei pochi privilegiati. Anche la riforma degli Statuti era pronta prima che indicesse la visita privata, riservata e carbonara al Capitolo. Si tratta di una truffa episcopale e vicariale che deve essere denunciata, altrimenti chi sa e non parla, essendo còrreo, il Codice penale affibbia un ergastolo per uno e non se ne parli più. Il fatto gravissimo è che il Vescovo ricorra a questi mezzucci sconci che ledono la sua dignità, il suo sacramento, la sua credibilità e la sua onestà. La maggior parte dei preti non lo sopporta, ma lo subisce, con sorrisi traditori, il resto vive come se lui non ci fosse, da «acefali» beati e
contenti.
Nella lettera, di cui al punto 2, il vescovo ingiunge formalmente ai Canonici [v., sopra, punto 2]: fa «formale richiesta a Codesto [sic!] Capitolo Metropolitano di provvedere senza indugio al rinnovo degli Statuti del Capitolo», mentre nel decreto ufficiale, e quindi
pubblico, si porta avanti e si sostituisce al Capitolo, affermando: «stabilisco alcuni criteri vincolanti (in neretto nel testo)… nella redazione dei nuovi Statuti del Capitolo Metropolitano».
Fa seguito il funebre rito turibolare «urbi et orbi» su «servizio pastorale e liturgico…incoraggio a proseguirlo… la preghiera corale [poteva non mancare in un mare di disprezzo e in contesto di distruzione totale del Capitolo?]… la cura delle Celebrazioni
[The show must go on]… ecc. ecc. fino alle batoste, anzi alla ghigliottina, divisa per punti, quasi commi di condanna irreverùsibile:
1. «La durata del servizio canonicale»: i canonici, sono [erano] nominati a vita perché legati a un titolo di fondazione, cui corrispondeva un valore economico a favore del mantenimento del canonico eletto a quel titolo], ora devono avere una scadenza: fuori a 75 anni. In questo modo dimostra di non conoscere il Diritto, dal momento che il Codice non impone ai parroci la scadenza dei 75 anni, ma sono «enixe rogantur: fortemente pregati (can 538 §3) che la versione italiana del Codice affievolisce con «è invitato»16 e rimandando la questione delle nomine «ad tempus» alle conferenze episcopali.
Cosa possibilissima, perché nella Curia di Genova non esiste un protocollo generale e forse, ogni ufficio, usa un casaccio di protocollo proprio, manipolabile e non secondo la scienza archivistica.
L’«enixe» del canone ha quasi il valore di un ordine che si ricava dal contesto e dallo studio delle carte preparatorie, per opera di Paolo VI. Ciò però non toglie, anzi, a mio parere «impone» al vescovo, la massima prudenza nel toccare un «Istituto così antico» come il Capitolo dei Canonici, specialmente quello Metropolitano ha stabilito per i parroci un massimo di «nove anni» (cf IBID.; per l’Italia cf CEI, Delibera n. 17 del 6 settembre 1984, in NOTIZIARIO CEI 1984, p. 204). I canonici non rientrano in questa fattispecie perché il loro ufficio non svolge attività pastorali «strictu sensu», ma attività pastorale di natura preminente «spirituale e liturgica», come lo stesso vescovo ammette nel suo decreto: «la preghiera corale per il bene della Diocesi…la cura delle Celebrazioni Eucaristiche quotidiane in Cattedrale… la costante e
generosa disponibilità nell’amministrare il Sacramento della Riconciliazione, nell’accompagnamento spirituale… la promozione di momenti di spiritualità, cultura e di storia attraverso la meditazione della Parola di Dio, ecc. ecc…», impegnando così i Canonici non tanto in una attività pastorale «diretta» come può essere quella di un parroco, ma in una modalità di essere che sia «tipica», cioè «modello»
per tutta la diocesi.
2. Segue quello che gli sta più a cuore e che è, senza dirlo «apertis verbis» il vero scopo di questa pseudo e pasticciatissima e affrettata riforma inconcludente. L’obiettivo principale è «trasferire tutte le attività economicamente redditizie» che il Capitolo encomiabilmente, con competenza e senso pastorale vivo, con la guida del Consilium Fabricae, diretto da mons. Carlo Sobrero in collaborazione con la Società
Festigium srl, sotto la giurisdizione della Fondazione San Lorenzo – Impresa Sociale, fatta fondare dal vescovo alla Fondazione Magistrato di Misericordia, che vi ha messo i capitali fondativi e di cui il vescovo stesso è presidente. Egli, però, in barba alle leggi civili e canoniche, nomina tutti e tutto, compresi gli organi di controllo.
3. Il vescovo, poi, nel decreto o meglio, nella raffazzonata congerie di desideri, norme e disposizioni senza logica e merito, raggiunge il ridicolo, quando afferma che «per la gestione amministrativa, sarà indispensabile dare ampio spazio alla partecipazione dei laici competenti in materia [sic! sic!], onde sgravare (!!) i Canonici (nessuno era informato che fossero “incinti”) da incombenze oggi per loro
troppo impegnative».
4. Continua il vescovo per decreto: «l’amministrazione dei beni del Capitolo sia affidata ad un Consiglio di Amministrativo composto anche da laici esperti, i cui membri saranno nominati dall’Arcivescovo e presieduto dal Preside, quale Legale Rappresentante dell’Ente; dunque, non sarà più presente la figura dell’Economo».
Genova che ha subito non pochi attacchi e soprusi di possesso da parte di molti vescovi del passato. La Santa Sede, sempre, senza nemmeno una sola eccezione, ha dato ragione asl Capitolo, imponendo ingloriose ritirate a tutti i
vescovi velleitari (v., supra, bibliografia essenziale, a mo’ di esempio, in nota 5). 17 Nel pressappochismo giuridico manifestato dal vescovo e dai suoi consiglieri, tutti digiuni contumaci di Diritto, nessuno si è accorto che la vera titolare della Fondazione San Lorenzo – Impresa sociale è la Fondazione Magistrato di Misericordia che vi ha messo i capitali, che quindi, per interposta Fondazione, gestisce proprietà e pertinenze primarie tutelate dal Diritto e riservate alla Santa Sede, cioè, in ultima analisi, al Papa. Per fare questo il vescovo non poteva agire, come ha fatto, ma doveva chiedere un «preventivo parere alla Santa Sede, se non altro per essere autorizzato a porre Enti ecclesiastici, come il Capitolo, sotto giurisdizione di autorità pubbliche laiche e
statuali, creando una commistione spuria e rischiosa.
Questo dice il vescovo, senza alcun supporto reale, perché mai i canonici si sono lamentati di incombenze gravose o onerosa gestione; al contrario, furono il vicario generale e il Vescovo a pretendere che la gestione economica del Capitolo fosse messa sotto la diretta amministrazione della Fondazione San Lorenzo – Impresa sociale, nata illecitamente e pure zoppa, senza contare la commistione che questa ha, riguarda ad alcune proprietà, con il comune di Genova.
Il licenziamento in tronco della Società Festigium srl, che collaborava egregiamente e attivamente, anche dal punto di vista pastorale con mons. Carlo Sobrero, «Praefectus Fabricae» e oculatissimo amministratore, la destituzione di quest’ultimo prima dalla carica di Vice-economo e poi da quella di Prefetto, perché considerato «un ostacolo» ai disegni vescovili e vicariali; l’immissione in massa dei vicari episcopali, del rettore del seminario e del cerimoniere del vescovo nel Capitolo con l’obiettivo chiaro di modificarne composizione,
maggioranza e fisionomia. Non potendo perseguire questo scopo per vie legali, hanno ribaltato la maggioranza, immettendo canonici «garantiti o sicuri, affidabili, come i fatti hanno dimostrato e le mie previsioni «scritte» agli interessati, hanno anticipato: avere un Capitolo succube e appiattito sui «desiderata» del vescovo e vicario generale che così obbliga i suoi affiliati canonici allo spergiuro e al tradimento degli obblighi statutari.
Infatti, i canonici non difendono più «gli interessi del Capitolo», ma esclusivamente quelli della Curia che, da quando è arrivato «questo» vescovo, ha sempre preteso «in persona Vicarii generalis» di mettere le mani sulle proprietà e la gestione economica (cassa) del Capitolo per sanare altri settori della Diocesi, endemicamente in rosso.
La domanda è: il vescovo e il vicario generale hanno un consulente giuridico competente e indipendente? La risposta, senza alcuna esitazione, è «NO». «Come volevasi dimostrare!».
Per tutti gli strafalcioni in esso contento, chiunque legga questo decreto, si accorge cioè un coacervo rabbuffato senza arte né parte in punto di Diritto. Ad aggravare in modo decisivo la situazione, sta il comportamento colpevole e disonesto del cancelliere che ha ingannato il vescovo, senza richiamarlo al dovere giuridico di osservare strettamente la legge e, se il vescovo avesse persistito nella sua volontà, avrebbe
dovuto rassegnare le proprie dimissioni scritte e motivate che avrebbe dovuto inviare alla Santa Sede, denunciando quanto stava accadendo e di cui egli è stato persistente testimone muto, complice e còrreo penalmente.
5. Il vescovo, ora è in corsa senza freni e continua che vuole dotare la Cattedrale di uno Statuto proprio e affidarne la gestione «Anche amministrativa» a un «Organismo di direzione» ancora non identificato, ma si sa già che sarà «nominato dall’Ordinario» (cioè da lui) e «composto, oltre che dal Preside (cioè dal vicario generale) prevalentemente da laici esperti, all’interno del quale l’Arcivescovo sceglierà il Presidente e Legale Rappresentante dell’Ente».
Ciò inevitabilmente realizza il sogno molto conscio del vescovo e del vicario, perché «il ruolo del Preside del Prefetto andranno unificati».
Finalmente il fortino è strato espugnato, il vescovo pianta la bandiera e il Capitolo alza bandiera bianca, un attimo prima di essere decimato dal plotone dei vicari, senza nemmeno il conforto dei sacramenti.
6. Non è ancora finita: come si conviene in documenti di livello «costituzionale», occorrono «due disposizioni transitorie» (ça va sans dire) che lui stesso stabilisce: 1) «la decadenza dall’incarico degli attuali Officiali e la nomina dei nuovi; 2) l’inizio di un mandato a tempo di tutti i Canonici»; 3) «con questo Decreto» «nomino una Commissione composta dai Rev.di Canonici; Michele de Santi, Luca Giuliano, Mario Novara, a motivo della loro competenza in ambito canonico e civile.
Infine, nella transizione il vescovo chiude: «affido all’Ing. Lorenzo LaTerra [Presidente del Consorzio CAPE che gestisce il patrimonio immobiliare degli Enti religiosi, parrocchie comprese, che vi aderiscono, liberamente, per scelta e non imposizione], il compito di coadiuvare e consigliare il Preside, quale Legale Rappresentante dell’Ente Chiesa Cattedrale.
7. In soldoni, il vescovo consulta i Canonici su quello che si dovrà fare e chiede pareri, nel frattempo aveva preparato tutto e deciso tutto, prendendo il Capitolo «per la mozzetta», buttandolo in mare e decidendo tutto lui, prima ancora che si cominciasse la riforma e finisse la commedia.
Conclusione. Per un ambiente che dovrebbe fare trasparire la bellezza del cielo, in questo turbinio sconcio e deprimente, chi ha fatto e messo in pratica tutto quello che è descritto in questa lettera, è in malafede, è vendicativo, piccino, arido e di cattivo esempio a preti e laici che, infatti, vanno per strade proprie. Il vescovo dimostra sempre più di essere inadeguato; senza consultazioni dei suoi preti (almeno loro!) si è scelto collaboratori all’altezza della sua inadeguatezza, dimostrando di non essere né padre, 21 né un leader né un coordinatore. L’esempio più concreto lo traggo dalla mia esperienza.
Ho incontrato il vescovo Tasca a gennaio del 2021, su mia richiesta: egli venne a San Torpete (sede dell’Associazione Ludovica Robotti-San Torpete), parlammo per 3 ore e 15 minuti. Per la verità parlai solo io, mentre lui con il tablet prendeva appunti, e scriveva e scriveva. Gli aprii il cuore, lo feci entrare anche in quegli anfratti che di norma resta no personali e inviolati, misi a sua disposizione la mia specializzazione: l’esegesi biblica del NT alla luce del giudaismo del tempo di Gesù, convinto, scientificamente, che non conoscere il giudaismo dell’epoca primitiva significa non capire il 90% del vangelo che leggiamo; condivisi con lui pensieri ed eventi che non avevo comunicato ad altri, perché ero convinto che un «vescovo straniero», «francescano» per giunta e libero da pregiudizi, potesse cominciare a Genova un percorso nuovo, senza ideologici pregiudizi verso nessuno, senza condizionamenti di terzi interessati. Ero contento e fiducioso. Se ne andò senza dire una parola, tranne un generico auspicio: «Andiamo avanti con fiducia. Io comincio adesso a conoscere la Diocesi… avremo modo di parlareancora».
Da allora silenzio. Lo rividi, sempre su mia richiesta e lui mi ricevette in episcopio il 2 giugno 2023 pomeriggio alle ore 15,00 e parlai fino alle ore 16,20. Il vescovo, utilizzo stessa modalità e copione della prima.
Gli avevo scritto lettere e documenti, sono entrato, Diritto in mano, nell’«affaire mons. Carlo Sobrero» su cui intervenni con forza, dopo che constai il silenzio orribile dei preti che fanno i gargarismi di «fraternità sacerdotale», ma poi «Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera» (S. Quasimodo). Amen!
Ho ubbidito al comando del profeta Ezechiele (cf Ez 3,18-19 e 33.6-9: ho parlato perché ho sempre ritenuto di essere responsabile della salvezza sia del vescovo sia dei suoi intimi) e al «principio» di Matteo (cf Mt 18, 15-18).
Il vescovo ha nominato anche il «vicario per il clero»: in vita mia non l’ho mai visto, tranne una sola volta che è venuto con un altro, ma per altri motivi. Sono stato sei mesi senza vederci nulla e altro tempo malato impossibilitato. I tre canonici, scelti «a motivo della loro competenza in ambito canonico e civile», forse sono competenti nel settore «dei matrimoni e dell’annullamento», ma dalla condotta di due «competenti» (De Santi e Novara) e dai loro studi non sono affatto competenti né «in utroque», né tantomeno in diritto civile, considerato che hanno votato tutti gli scempi proposti dal vicario generale per conto del vescovo «piglia-tutto e nomino-tutto-io», cioè Marco
Tasca.
All’Ing. Lorenzo La Terra, tutta la mia stima e il mio rispetto, ma egli può dare pareri e consigli di «gestione», ma non credo che abbia specificità giuridiche in ambito canonico, dentro le quali si collocano le questioni che deve «coadiuvare e consigliare». Il Codice di Diritto canonico (CJC) non è lo stesso del Codice civile e/ di Procedura civile o penale, perché su materia «altra» e più complessa. Alla fine della commedia, abbiamo «u vescovo che si credette Padreternissimo», come il Titano Crono che, aiutato da Gea, la «madre vicaria», scalzò dal trono il dio e padre Urano, ponendosi, di conseguenza anche al di sopra del Papa, che, peggio per lui, è solo «Vicario di Gesù
Cristo e successore di San Pietro».
Il motto episcopale di Marco Tasca «Monstra nobis Patrem» è più un pio desiderio che una realtà.
E so che qualcuno ha avvisato vescovo e vicario: né una visita, ne una telefonata, ne aspetto ancora un loro cenno; ho incontrato il vescovo per strada e saluta da lontano, senza nemmeno degnarsi di fermarsi, almeno per un convenevole. Non vedo il vescovo dal 02 giugno 2023, eccetto la prima visita del 2021…
Nell’ultimo incontro del 2 giugno 2023 gli dissi espressamente: sono qui, anche per ascoltare le sue impressioni o le critiche sulle mie prese di posizioni. Silenzio: tutto bene, madama la marchesa! No, sig. vescovo, non va proprio bene. Vivo in un palazzo pieno di preti, ma stia sicuro che morirei senza sacramenti, se non avessi provveduto a tempo, avendo preso almeno sette volte l’unzione degli infermi e tutto il resto.
Il pesce puzza dalla testa e se questa è la capoccia della diocesi, lascio immaginare le piaghe che pervadono il corpo della chiesa, canonici addomesticati compresi. A una mia lettera ai canonici, in cui li avvertivo che erano a rischio di scomunica, a norma dell’attuale Codice canonico, è venuto a trovarmi il rettore del Seminario, don Fully. Ho avuto la netta impressione che lui debba difendere il vescovo e tutto il sistema, di cui è parte integrante in un ingranaggio di immobilismo spaventoso. Anche egli, infatti, è canonico, scelto apposta per fare massa e maggioranza e, infatti, fa massa e maggioranza gradita ai piani superiori. Anche lui dovrà rendere «rationem» e
rispondere alla propria coscienza, come tutti.
È con amarezza che scrivo questa pesante critica al vescovo e al suo vicario generale e agli altri vicari. Da parte sua, il vicario generale dovrebbe tutelare il vescovo, invece, quatto quatto, egli compie e gli fa fare atti in suo favore, ma a scapito di un Ente soggetto al Diritto della Chiesa, con grave danno di disorientamento del clero e dei laici. Vedo una chiesa stanca, più presa dall’organizzazione che dalla spiritualità, dai riti anonimi e muti, più che dalla passione e dalla gioia del Vangelo. Vedo preti rassegnati, scontenti e soli, molto soli, non immersi nella «solitudine» della coscienza di sé che forza necessaria per l’equilibrio della propria consistenza interiore e periferica, ma chiusi nella «solitarietà» che è la negazione della solidarietà.
Infatti, il presbiterio è a compartimenti stagno diviso in gruppetti, dove il privato sommerge il comunitario, di cui si hanno scampoli solo esteriori.
A quanti l’accolgono, un saluto da parte mia a cui nessuno dei suoi vescovi, da Siri, Canestri, Tettamanzi, Bertone, Bagnasco e, ora, Tasca, ha mai fatto un appunto su qualsivoglia piano o aspetto. Come è mio coerente costume, mi firmo apertamente.
Genova, 16 giugno 2026
(Paolo Farinella, parroco
Parrocchia di San Torpete)
