25 aprile 2026: Quinario poetico per Albenga e il suo entroterra nell’81° anniversario della Liberazione di Zeno V. Bolciani.

La poesia ermetico-moderna di soglia è una forma di scrittura fondata su versi brevi ed essenziali in cui il simbolo resta allo stato di immagine e il senso non si compie.
Nasce in Liguria nel primo decennio degli anni Duemila, all’interno di un percorso di ricerca che, muovendo dall’ermetismo novecentesco, approda a una nuova misura della parola: più rarefatta, più concentrata, più consapevole del proprio limite.
In questa linea poetica il testo non racconta e non descrive nel senso tradizionale, ma si affida a immagini rapide e precise, capaci di aprire varchi di significato senza mai colmarli del tutto. La parola non è chiamata a spiegare, ma a mostrarsi nella sua evidenza, nella sua presenza nuda, spesso collocata su un confine sottile tra ciò che appare e ciò che resta in ombra.
Il tratto distintivo è proprio questo arresto consapevole: la poesia non conclude, non chiude il senso, ma si ferma un attimo prima del compimento. È in questa sospensione che prende forma la “soglia”, intesa non come limite ma come spazio di passaggio, luogo in cui il significato si accenna e si ritrae, lasciando al lettore il compito — e la libertà — di attraversarlo.
Ne deriva una scrittura che richiede attenzione e ascolto, in cui il silenzio ha lo stesso peso della parola e l’immagine resta allo stato di segno essenziale, mai pienamente spiegato. Il senso non si impone, ma si offre: breve, netto, aperto.
In questa prospettiva, la poesia ermetico-moderna di soglia non è una sottrazione, ma una forma di precisione. Ogni parola è necessaria, ogni pausa è significativa, ogni immagine è un punto di equilibrio tra visibile e invisibile. E proprio in questo equilibrio, fragile e intenzionale, si compie la sua forza espressiva. In questa prospettiva, la Resistenza ad Albenga e nelle sue vallate non viene proposta come racconto o mito, ma come presenza concreta: luoghi, nomi e gesti che restano. La foce del Centa, un muro cittadino, una stazione, i sentieri dell’entroterra non sono simboli astratti, ma spazi reali che trattengono tracce della storia.
Il Quinario poetico della Resistenza ad Albenga e nel suo entroterra raccoglie cinque testi dedicati ai luoghi, ai nomi e ai gesti che hanno segnato gli anni dell’occupazione nazifascista tra il 1943 e il 1945; è un percorso unitario, ma non narrativo, che attraversa episodi storici precisi senza trasformarli in racconto o celebrazione.
In questa poetica la parola non spiega, non consola, non conclude: si ferma davanti ai fatti e li lascia esistere nella loro gravità; il quinario si apre con Martiri della Foce, dedicata ai cinquantanove civili e partigiani uccisi per la libertà lungo il Centa e alla sua foce tra il dicembre 1944 e il marzo 1945, e prosegue con Sul muro, che si confronta con un edificio reale di Albenga, asilo infantile e poi sede delle Brigate Nere, luogo in cui infanzia e violenza si sono sovrapposte.
Da questa stazione richiama quindi le deportazioni partite anche da Albenga dopo l’8 settembre 1943; U Megu è dedicata a Felice Cascione, medico e comandante partigiano, decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare, ucciso ad Alto (CN), paese dell’entroterra di Albenga, il 27 gennaio 1944, noto anche per aver composto il testo della canzone Fischia il vento; mentre Cammino della memoria chiude il percorso riportando la Resistenza nel presente, come gesto civile che continua nel passo di chi attraversa quei luoghi oggi.
In questi testi la Resistenza non è evocata come mito, ma come responsabilità della memoria: i luoghi non sono simboli astratti, ma spazi concreti che trattengono tracce, i nomi non sono celebrati, ma lasciati nella loro nudità, uno dietro l’altro; il Quinario poetico della Resistenza, che si presenta nel quadro dell’81° anniversario della Liberazione, non propone una lettura pacificata del passato, non offre redenzione né catarsi, e chiede solo attenzione, rispetto e tenuta del ricordo nel tempo, in una poesia che non alza la voce, ma resta, e proprio per questo continua a parlare.
MARTIRI DA BUCCA
Ègue
facce
da-e valladde
a-a Bucca
pe in seugnu
de libertè.
In sce-a pria
nummi,
ün deré l’âtru.
(Dialetto ligure di Albenga)
MARTIRI DELLA FOCE
Acque
volti
dalle vallate
alla foce
per un sogno
di libertà.
Sulla pietra
nomi.
uno dietro l’altro.
Nota di lettura
“Martiri della Foce” si ferma davanti a una memoria che non chiede parola ma rispetto. La poesia nasce da un fatto storico preciso: i Martiri della Foce sono 59 persone, civili e partigiani, uccisi per la libertà dai nazifascisti tra il dicembre 1944 e il marzo 1945 lungo il fiume Centa e alla sua foce, ad Albenga. “Acque / volti” dissolve l’identità individuale in un destino comune imposto dalla violenza. “dalle vallate / alla foce” non è un percorso simbolico ma reale, segnato da rastrellamenti ed esecuzioni. Il sogno di libertà è concreto e pagato con la vita. La pietra non racconta, registra. I nomi incisi restituiscono l’ordine freddo dell’elenco contro l’unicità delle vite. L’acqua scorre, i nomi restano. La memoria non consola, chiede di essere tenuta ferma nel tempo.
SUL MURO
Si resta
sotto il muro
un riso
spento
passa
un’ombra
poi di nuovo
un passo lieve
che non cancella.
Nota di lettura
“Sul muro” nasce da un edificio reale di Albenga, asilo infantile e durante il 1944–1945 sede delle Brigate Nere. La poesia tiene insieme l’infanzia e la violenza politica. Il riso spento richiama una vita interrotta. L’ombra è la presenza repressiva che ha occupato lo spazio. Il muro è superficie di stratificazione della memoria. Il passo che ritorna nel presente non cancella ciò che è stato. La poesia rifiuta ogni pacificazione e lascia il luogo nella sua contraddizione.
DA QUESTA STAZIONE
Si parte
dal binario
nomi
inermi
la pietra
trattiene
il treno
non torna
resta il vuoto.
Nota di lettura
“Da questa stazione” richiama la stazione ferroviaria di Albenga come luogo di partenza dei deportati tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. In quegli anni partirono convogli diretti verso campi di concentramento e di lavoro nazisti. Antifascisti, civili rastrellati, renitenti alla leva ed ebrei furono strappati alle loro vite. Il binario è soglia irreversibile. I nomi diventano inermi elenchi. La pietra trattiene ciò che la storia ha inciso. Il treno che non torna lascia un vuoto che attraversa famiglie e città, senza bisogno di spiegazioni.
U MEGU
(FELICE CASCIONE)
Se munta
a-e Funtane
in passu
feȓiu
a neve
a taxe
in numme
u resta in pei
intu curpu.
(Dialetto di Albenga)
U MEGU
(FELICE CASCIONE)
Si sale
alle Fontane
un passo
ferito
la neve
tace
un nome
resta in piedi
nel colpo.
Nota di lettura
“U Megu” è dedicata a Felice Cascione, medico e comandante partigiano, figura centrale della Resistenza, decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare e ucciso il 27 gennaio 1944 ad Alto (CN), paese dell’entroterra di Albenga. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzò le bande partigiane nell’entroterra ligure e cuneese di Albenga, distinguendosi per coraggio e responsabilità fino al sacrificio finale. Il testo segue un movimento essenziale e ascensionale: “Si sale / alle Fontane” indica il luogo reale della morte e insieme la fatica del destino. “un passo / ferito” concentra nel corpo la violenza della storia, mentre “la neve / tace” isola l’evento in un silenzio che non spiega né consola. Nella chiusa, “un nome / resta in piedi / nel colpo” trattiene la figura di Cascione non come mito celebrativo, ma come presenza etica.
IL CAMMINO DELLA MEMORIA
Si va
a piedi
una traccia
resta
pietra
ascolta
il passo
non passa
da solo.
Nota di lettura
“Cammino della memoria” si riferisce al Cammino della Memoria di Albenga, che attraversa i luoghi segnati dall’occupazione nazifascista tra il 1943 e il 1945, come ad esempio le palazzine Incis di via Fiume, spazi dell’abitare quotidiano che hanno conosciuto la presenza e il peso della storia. Camminare diventa gesto civile nel presente, non rito commemorativo. La traccia è minima, ma persistente, affidata al passo e non alla retorica. La pietra ascolta i passi di chi attraversa luoghi in cui la vita comune e la violenza storica si sono sovrapposte. Il percorso non cerca segni spettacolari, ma riconosce l’ordinario come luogo della memoria. Il tempo passato non viene rievocato, ma attraversato. Il passo finale non è solitario: è accompagnato da chi non è tornato e da chi continua a camminare.
LA MEMORIA COME ESERCIZIO CIVILE
Quinario poetico della Resistenza non si propone come sintesi né come ricomposizione simbolica del passato. Nei cinque testi che lo compongono, Vincenzo Bolia colloca la parola dentro luoghi precisi — la foce, il muro, la stazione, il sentiero — e dentro gesti minimi, senza sovrapporre spiegazioni o chiavi interpretative. Sono gli spazi, i nomi, le assenze a farsi portatori di senso. La Resistenza non emerge come un racconto concluso, ma come un’esperienza che continua a interrogare il presente.
I luoghi attraversati non funzionano come scenari evocativi, bensì come superfici di memoria ancora attive, dove il tempo non si è depositato in modo neutro. La parola poetica non accompagna né commenta, non assolve né ricompone: si arresta davanti ai fatti e ne riconosce il peso. In questa scelta di misura e di sottrazione risiede una precisa responsabilità, che rifiuta tanto l’enfasi quanto l’oblio.
La memoria, in questi testi, non è celebrazione né rito, ma attenzione vigile: una tenuta del ricordo nel tempo. Camminare oggi, 25 aprile, nei luoghi della Resistenza di Albenga e del suo entroterra, nell’81° anniversario della Liberazione, significa accettare che il passato non sia chiuso e che la libertà conquistata non possa essere considerata definitivamente acquisita. Il Quinario non chiede consenso, ma ascolto; non sollecita adesione emotiva, ma presenza.
In questo senso, la poesia di soglia rimane esercizio di responsabilità civile: una parola che trattiene la gravità dei fatti, affidando alla misura e all’ascolto la cura della memoria.
Zeno V. Bolciani, critico letterario
