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L’ACUTO – “Tosca” al Carlo Felice in sostituzione del previsto “Nome della rosa”. Eccelsa Carmen Giannattasio


La “prima” capitolina funziona anche nel 2026. Proposto con successo l’allestimento dell’Opera di Roma che riprendeva le scenografie e i costumi originali del 1900. Prestazione notevole del soprano Carmen Giannattasio, la soprano campana che ha conquistato i palchi più prestigiosi del panorama operistico mondiale.

di Angelo Magnano

Al popolo dei melomani devoti al Carlo Felice è rimasta per ora la curiosità – si spera presto appagata – di assistere all’allestimento de Il nome della Rosa, ma intanto il suddetto popolo ha potuto consolarsi fra le braccia di Tosca, titolo programmato dalla Sovrintendenza del teatro genovese in sostituzione dell’attesa opera di Francesco Filidei. L’ennesima Tosca? Per alcuni aspetti sì, niente di nuovo sotto il sole. Pur tuttavia la riproposizione del capolavoro pucciniano aveva qualche buona carta da giocare sul tavolo.

Anzitutto l’allestimento. Che non era certo una novità, trattandosi di quello pensato dall’Opera di Roma nel 2015, ma che approdava per la prima volta sul palcoscenico genovese, abituato ad altri deja vu dello stesso titolo. Approccio filologico, si è detto e scritto al suo riguardo, se con tale aggettivo non s’intende l’irrealistica pretesa di ricostruire alla lettera quanto videro ed ascoltarono gli spettatori della prima assoluta al teatro Costanzi di Roma nel 1900. Ma filologico perché riprendeva con intelligenza creativa e con un sapiente adattamento alle diverse dimensioni dello spazio scenico, i bozzetti delle scenografie e dei costumi ideati da Adolf Hohenstein per quella leggendaria première e custoditi nell’Archivio storico Ricordi.

L’occhio, senza dubbio, ne è stato appagato. Le ardite profondità barocche della chiesa di sant’Andrea della Valle, la sontuosa magnificenza della sala di Palazzo Farnese, arredata con il mobilio voluto da Hohenstein, il poetico scorcio della cupola di san Pietro e dei tetti della Roma papalina dai bastioni di Castel sant’Angelo, unitamente agli splendidi costumi ricostruiti magistralmente da Anna Biagiotti e al sapiente gioco di luci orchestrato da Vinicio Cheli (incantevole soprattutto nel terzo atto) hanno immerso il pubblico nel clima della storica “prima” ma senza dare l’impressione di una visita al museo archeologico.

Merito anche della regia di Alessandro Talevi, ripresa da Anna Maria Bruzzese, che ha saputo ben restituire l’incandescente tensione drammaturgica dell’opera nel rispetto delle puntualissime indicazioni di un libretto che rielabora con perfetto taglio (quasi) cinematografico la vicenda narrata dalla pièce di Sardou. Nulla di nuovo, di certo, ma pur sempre uno spettacolo godibilissimo, al termine del quale ci si trova d’accordo con la scelta di Talevi di “riportare i cantanti al testo, così da riscoprire la sincerità e la ragione di ogni azione drammatica in scena”.

L’altra ottima carta dell’allestimento romano-genovese era il versante musicale. Su tutti – facendo riferimento alla rappresentazione del 19 aprile – svettava il soprano Carmen Giannattasio nel ruolo eponimo. Il suo canto di rigogliosa sonorità e sempre ben fraseggiato nella ricca tavolozza di accenti, frutto di tecnica immacolata e di una emissione sempre ben appoggiata sul fiato, insieme ad una persuasiva presenza scenica, fanno di lei una delle interpreti di riferimento di Tosca. Complessivamente all’altezza del personaggio di Mario Cavaradossi anche il tenore Giorgio Berrugi, non nuovo nel ruolo: timbro brunito, sicurezza negli acuti e raffinata musicalità gli hanno permesso di restituire al “voltairriano” pittore un’indubbia credibilità scenica, con un crescendo di intensità che lo porta a dare il meglio nel terzo atto. Di spessore anche lo Scarpia del baritono americano Lucas Meachem (recuperato dal previsto cast de Il nome della rosa), il quale ha disegnato un barone più protervo che lascivo, sempre peraltro dominando la scena sul piano dei notevoli mezzi vocali e dell’autorevolezza attoriale. Ottimo il sacrestano di Fabio Maria Capitanucci, che non indulgeva affatto alla riduzione bozzettistica o farsesca del personaggio, e note di merito anche per Manuel Pierattelli – uno Spoletta espressivo per ignobile servilismo – Franco Cerri (Sciarrone), Loris Purpura (il carceriere) e per Angelica Battarino, intonata e limpida nella canzone del pastorello.

La concertazione del direttore Giuseppe Finzi, pur con sporadici sovraccarichi di volume, ha tenuto bene la rotta della complessa partitura, assecondando le esigenze dei cantanti, facendo “respirare” i tempi nelle oasi più liriche ed accendendo l’orchestra nei passaggi di maggiore intensità drammatica. La compagine del Carlo Felice ha mostrato una piena sintonia con la lettura di Finzi e i coristi, preparati da Claudio Marino Moretti, insieme alle voci bianche istruite da Gino Tanasini, hanno offerto una prestazione eccellente, con un Te Deum al calor bianco. Applausi per tutti, con merito.

Il cartellone del Carlo Felice, questa volta senza variazioni di programma, ritorna a Verdi. Dopo Il Trovatore, è la volta del Macbeth che, dal 15 al 24 maggio, per sei serate, vedrà la bacchetta di Sesto Quattrini dirigere le voci (primo cast) di George Gagnidze, Gianluca Buratto, Jennifer Rowley, Riccardo Massi e Leonardo Cortellazzi nell’allestimento coprodotto dal Carlo Felice insieme ai teatri di Pisa, Ravenna, Rimini, Modena, Livorno, Reggio Emilia e Ferrara. La prima sarà registrata da Radio Rai e quindi anche ascoltabile su Radio 3.

Angelo Magnano


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