22 km di coda sull’Autostrada dei Fiori! Per “ammodernamento strutturale”: un serpentone infinito di automobili quasi ferme. Una volta di più, questa insostenibile situazione impone di aprire gli occhi sulla mobilità del Ponente.
di Mario Carrara

L’Autostrada
Come se non fossero bastate le precedenti, ancora una volta è stata data la dimostrazione non della “problematicità” ma, ormai, della drammaticità della mobilità del Ponente Ligure. Chi l’8 Aprile avesse percorso l’Autostrada A10 in direzione Ventimiglia, avrebbe notato che, alla propria sinistra, nell’opposta direzione per Genova, “giaceva” un ininterrotto serpentone di camion, Tir, rimorchi, bisarche tali che sembravano uno attaccato all’altro; e, nella corsia a fianco, un altro serpentone parallelo di autovetture, camper, furgoni, pullman… Mezzi che condividevano il comune destino di essere tutti praticamente immobili sotto il Sole. Questo enorme serpentone si esauriva (o cominciava…) solo nei pressi di Albenga…
Il bello è che, all’entrata in Autostrada, il display luminoso indicava la scritta “Code a tratti tra Albenga e Spotorno“! Scritta beffarda ed “ingannatrice” perché le “code a tratti” danno un’idea di un flusso di traffico comunque in movimento, che, “a spizzichi e bocconi“, si muove, procede; in altre parole: non è fermo: va. Piano, ma, si muove.
Invece, le parole più appropriate e corrette erano: praticamente immobile.
Questa immobilità del serpentone di ben 22 km, da Albenga a Spotorno, era dovuta alla ripresa di lavori di: “Ammodernamento
infrastrutturale“, parola magica che vuol dire tutto e niente, ma che, per gran parte, tra l’altro, significa “messa a norma” delle barriere guard rail lungo il percorso. Guard rail che, appunto perché non a norma da anni, vengono gradatamente adeguati alla normativa. C’è voluta la tragedia del ponte Morandi perché i concessionari si svegliassero e si accorgessero che i guard rail non a norma erano da adeguare; che i guard rail, che dovrebbero garantire la sicurezza dagli sbandamenti erano obsoleti e, quindi, non la garantivano, esponendo gli stessi concessionari a responsabilità; che gli stessi guard rail obsoleti, uniti alla mancanza delle corsie d’emergenza su gran parte del tragitto, specie, cosa gravissima, nelle gallerie, costituivano alcuni degli elementi per i quali l’autostrada, che è qualificata così per esigere il pedaggio pur non possedendo tutti gli elementi per essere qualificata come tale, lo è ma solo “in deroga” alle norme vigenti.
In pratica: l’Autostrada dei Fiori, pur NON possedendo alcune delle caratteristiche qualificative (importantissime) per essere considerata a tutti gli effetti “Autostrada”, lo è ugualmente, dallo Stato, ma in deroga.
Per i guard rail, pian piano, via via provvedono, con lavori che dureranno anni. Per le corsie d’emergenza questo, invece, è e sarà impossibile.
C’è da chiedersi come, in queste condizioni di incompletezza, abbia potuto per anni, mantenere la qualifica di Autostrada e la possa ancora mantenere a tutt’oggi, a maggior ragione con il traffico commerciale e privato aumentato all’ennesima potenza?
Si tenga presente che la coda dei 22 km dell’8 Aprile ha provocato ritardi di due o tre ore per fare soli 45 km e, quindi, successivamente, per raggiungere le destinazioni prefissate dagli utenti e che i lavori di “ammodernamento infrastrutturale“, che continueranno a perpetrare disagi e sofferenze di percorso, andranno ancora avanti per lungo tempo. Ma i disagi e le sofferenze degli utenti non sono in alcun modo riconosciuti dall’Autostrada (che è essa stessa a provocarli) in termini di indennizzo economico. Anzi: l’Autostrada dei Fiori, che dovrebbe più correttamente chiamarsi: “Autostrada in deroga dei Fiori“, continua ad esigere il pedaggio anche nelle tratte più in “sofferenza”, pedaggio che è uno tra i più cari dell’intera rete autostradale d’Italia.
Ed è incredibile che mentre le società erogatrici di servizi della mobilità e dei trasporti riconoscano un indennizzo agli utenti se esse sono responsabili di “disservizi gravi” come, ad esempio, per le ferrovie, l’indennizzo in denaro o in voucher, che varia dal 25% al 50% del prezzo del biglietto a seconda che il treno accumuli un ritardo superiore a 60 o 120 minuti rispetto all’orario previsto, nel caso dell’autostrada, invece, non c’è nessun riconoscimento della propria responsabilità e la tariffa pretesa è sempre piena!
È la medesima Autostrada dei Fiori ad attestare la problematicità del suo percorso avendo imposto sulla gran parte dello stesso un limite di 110 km orari, anch’esso, guarda caso, come fosse in deroga ai normali 130 km orari di tutte le altre autostrade, munite dei requisiti di legge.
Ma questa Autostrada tutti i requisiti per essere tale, specie quelli della sicurezza come le corsie d’emergenza, non li ha!
Domanda: visto che alcune gravi problematiche sono irrisolvibili, non dovrebbe, l’A10 essere declassata a semplice superstrada? Ciò non comporterebbe più il pedaggio! Qualcuno dirà: Sì, ma una superstrada è vero che non è a pagamento, ma comporta la riduzione della velocità massima a 90 km orari! Risposta: e chi se ne importa? Visto che l’attuale velocità massima, a pagamento, è, per la maggior parte, già ridotta a 110 km orari? Non è meglio una superstrada gratis a 90 kmh, che un’autostrada a pagamento (tra i più cari) a 110 kmh?
E poi, con i lavori in corso e programmati, a che velocità si può realmente andare su questa stessa autostrada? A che velocità andavano quanti sono rimasti intrappolati per ore nella coda dei 22 chilometri?
Nel momento in cui scriviamo, pomeriggio del 9 Aprile, abbiamo notizia di un’altra giornata “di Passione” sullo stesso tratto dell’Autostrada, ancora con code interminabili tra Albenga e Finale Ligure, questa volta per un incidente. Ormai, sembra che non ci sia giorno in cui non succeda qualcosa. Questa Autostrada non rappresenta più un percorso sicuro su cui fare affidamento per muoversi.
Ci chiediamo: ma possibile che la questione, che sta andando avanti così da anni, non solleciti, ormai, un intervento delle procure della Repubblica competenti?
La via Aurelia, la ferrovia, l’attuale sede ferroviaria.
Com’era da aspettarsi, la via Aurelia ha subito le conseguenze del blocco sull’autostrada. Ieri, nel tardo pomeriggio, si è formata una coda tra Loano e Finale per cui, per percorrere i pochi chilometri del tragitto occorreva oltre un’ora e mezza.
E qui “scorciatoie” o alternative non ne esistono perché le strade sono solo 2: l’Autostrada e la stessa Aurelia. Quest’ultima aggravata, pure, da irrazionali provvedimenti comunali come a Pietra Ligure che, assurdamente, hanno imposto sensi unici nella viabilità cittadina, ingolfando ancor più la strada nazionale.
Qui Aurelie bis non esistono, non sono in progetto; neppure se ne parla.
Il problema più grave di tutto il Ponente, da Savona fino al confine, ma, soprattutto, del ponente della provincia di Savona è la mancanza di infrastrutture. Mancano le strade! Non solo da adesso, ma da anni! E, passando gli anni, la situazione si aggrava sempre di più!
È addirittura fuori da ogni logica che l’unica infrastruttura di trasporto che, bene o male, comunque funziona, cioè la ferrovia e che nella sua sede attuale riesce a garantire un comodo servizio di “prossimità“, essendo vicina ai centri abitati, la si voglia, invece, “espiantare” e trasferire a svariati chilometri nell’entroterra, eliminando, pure, molte stazioni.
Sembra che il treno, rivalutato come mezzo di trasporto “sicuro” in tutta Europa, qui sia visto, invece, come un fardello ingombrante, se non da eliminare: quanto meno da allontanare! Migliorandone il servizio? No: peggiorandolo, se non quasi annullandolo!
Il bello è che, in questa zona del Ponente, così povera di strade, la sede dell’attuale ferrovia la si vorrebbe trasformare in una pista ciclabile! Cioè: sostituire il treno, che espleta un servizio di collegamento di carattere generale tutti i santi giorni dell’anno, con le biciclette, che si servirebbero principalmente di quella “pista” soprattutto per “diporto” nei giorni festivi.
Le piste ciclabili si possono fare solo dove ci sono strade che garantiscono mobilità e trasporti per la vita di tutti i giorni.
È veramente insensato solo ipotizzare una cosa del genere nella zona compresa tra il capo di Santo Spirito di Borghetto e la Caprazoppa di Finale, che è quella più intasata dal dilagare di insediamenti edilizi che ne hanno compromesso il territorio. Qui, la sede attuale della ferrovia, se quest’ultima venisse trasferita nelle colline, dovrebbe essere destinata a Tramvia o anche a nuova sede stradale vera e propria, perché è di quello che c’è disperato bisogno! Non di utopie che non farebbero che aggravare ulteriormente una situazione che è già grave ora, di per sé. Senza apportare nessun beneficio.
Ma speriamo, ovviamente, che la linea ferroviaria resti dov’è, continuando a garantire alle persone almeno quel minimo di mobilità che, invece, le misere strade e autostrade “in deroga” attuali non sono più in grado di assicurare a nessuno.
Mario Carrara (consigliere comunale della lista Indipendente per Pietra)
